Vetrina / ATTUALITÀ / Politica / Pietro Golia. Quando l’aspettai sotto casa
Da sinistra: Pietro, Achille, io

Pietro Golia. Quando l’aspettai sotto casa

«Pietro Golia se n’è andato». La voce di Serafino al telefono mi fa male. La commozione del “bancario col manganello”, come amavano scrivere i giornali di provata fede antifascista, fa venire le lacrime agli occhi. Quando i “duri” (quelli veri non i palestrati che girano di questi tempi) piangono, non si può fare altro che piangere con loro. Anche mezzo secolo fa, all’incirca, una telefonata mi annunciò che Pietro se n’era andato. Era una voce incazzata: «Si è venduto! è un traditore! dev’essere punito!». Ci pascevamo di punti esclamativi. Erano vere orge di enfatizzazione.

Partimmo subito per Napoli, io e Ugo. Dentro ci sopravviveva una certa dose di razzismo verso i napoletani: lui perché era nato a Venezia e cresciuto a Roma, io perché ero e sono di Salerno, l’Hippocratica Civitas nata all’ombra dei templi dorici (mentre Napoli è grecula); perciò prendemmo il messaggio con le molle. Tra l’altro, le cosiddette forze dell’ordine ci stavano parecchio addosso ed uno stupido episodio di violenza fascista avrebbe dato una grossa spinta alla criminalizzazione della nostra presenza.

SEGRETI NAPOLETANI

Dove fosse Pietro era un segreto, per cui ci volle una mezz’ora buona per saperlo. Era a casa della madre. Ci andammo. A citofono rispose non ricordo se la mamma o una sorella. Poi lui smadonnò un “che vulite?” dal quale trasparivano rabbia e paura, sfida e senso di soggezione. All’epoca, i conflitti politici si risolvevano a mazzate e di lì a poco sarebbero arrivate anche le pistolettate. Si risolvevano non nel senso che si arrivava a soluzione, bensì che sfociavano nello scontro fisico. Alle guardie schierate in difesa degli imbroglioni eletti dal popolo non si chiedeva permesso per passare. Si tiravano pietre e quant’altro. Quando i compagni aggredivano (si sentivano protetti perché vigeva una legge – che vige tuttora – e cioè che ammazzare un fascista non è reato) l’unica dialettica efficace stava in punta al manico di piccone. Tempi brutti, oggi è facile condannarli; ma erano giorni di grandi spinte ideali, di volontà (velleità, meglio) tese a cambiare il mondo, di coraggio e di amicizie eterne.

«Scendi. Vogliamo soltanto parlare. Non avremmo citofonato, altrimenti. Ti avremmo aspettato e basta».

 

NELL’OVILE MSI

Pietro ci spiegò che il Msi gli aveva fatto una buona proposta. Disse che la nostra era una lotta destinata a svaporare e che lui non voleva ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Parlammo dei “vendicatori” pronti a fargli male e lui si mise a ridere. «Non faranno niente, non ti preoccupare». Non gli domandai se ne fosse sicuro perché sentimentalmente gli erano un po’ tutti affezionati oppure perché non li stimasse abbastanza per averne paura.

A Napoli il dato politico era che Lotta di Popolo aveva messo insieme diverse “anime” delle quali la maggioranza era uscita delusa dal Msi. Andava anche aggiunto che di leader non ce n’erano. C’erano tre o quattro cameragni (così mi ci sfotteva un compagno-amico perché noi insistevamo a rifiutare l’appellativo di camerata e ci autodefinivamo compagni di lotta) con buone qualità (tra l’altro il più bravo di loro migrò con i compagni non ricordo se di Potop o di Lc) ma senza il carisma indispensabile a guidare gli altri. In quella sparuta pattuglia di capetti nessuno ammetteva la superiorità di uno di loro. Pietro era l’unico in grado di galvanizzarli, oltre che tenerli insieme. La sua “diserzione” era un colpo tremendo su tutta l’organizzazione napoletana. Che fare?

FAMIGLIA E RIVOLUZIONE

Non si trattava del solito “tengo famiglia” (con la variante “mi debbo fare una famiglia e non posso più giocare ai ragazzi della via Paal”) ma di un fatto indiscutibile: se un’organizzazione non riesce a dare sostentamento ai militanti, non va da nessuna parte. L’entusiasmo giovanile, i richiami fascinosi della rivoluzione, le palle che ti fanno sentire un guerriero votato alla morte, tutto dura poco se non c’è pane e prosciutto. Da qui, alcuni poi scelsero la via dell’autofinanziamento con furti e rapine, ma andrei troppo lontano e ritorno a Pietro.

Ci perdemmo di vista (tra l’altro Lotta di Popolo di autosciolse per evitare accuse di stragismo e analoghe infamità) e con alcuni “vecchi” militanti napoletani restò in contatto Ugo, ma anche qui il discorso sarebbe troppo lungo e farebbe male a più di qualcuno.

LIBRI E DIBATTITI

Tornai a Napoli per andare al centro culturale che Pietro s’era inventato. Aveva individuato il grande filone della passione borbonica (e non mi vergogno a dire che alla Sapienza ero conosciuto come “il borbonico”), vale a dire di un comune sentire a proposito dell’invasione piemontese, del saccheggio ad opera dei savoiardi, delle stragi compiute in nome di Vittorio Emanuele che non aveva nemmeno avuto la correttezza di cambiare numero. Mi spiego per quei pochi che sanno poco di araldica&dintorni: Ferdinando di Borbone fu re di Napoli con il nome di Ferdinando IV. Fu re di Sicilia con il nome di Ferdinando III. Quando unificò le due monarchie, assunse il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie.

Vittorio Emanuele II conservò la numerazione della propria dinastia invece di trasferire nel titolo l’orgoglio di essere il primo re d’Italia e farsi chiamare Vittorio Emanuele I.

Pietro editava libri che raccontavano la Storia che a scuola non ci fanno studiare. La retorica risorgimentale (Savoia, Cavour, Garibaldi etc. tutti buoni, Borboni e compagnia bella tutti cattivi) pompata dal Fascismo nel vano tentativo di dare un’identità agli italiani (che, come dimostrano i successi di imbonitori come Grillo, l’identità non sanno nemmeno cosa sia) è stata sposata da CasaPound perché politicamente più remunerativa della retorica borbonica. A scanso d’equivoci, aggiungo che sono d’accordo con CasaPound perché la contemporanea retorica filoborbonica è sterile e inutilmente aggressiva.

SENZA SEGUITO

Ho letto con piacere molti dei libri editi da Pietro. Sono andato spesso a Napoli per convegni-dibattiti. Una delle ultime volte gli feci presente che come editore dimostrava grandi capacità ma che come politico era rimasto una schifezza. «Perché mi dici questo?»: mi chiese. E davvero gli interessava saperlo. Ho sempre conservato distanze di sicurezza con i pettegolezzi che per molti “camerati” sono pane (e companatico) quotidiano e lui lo sapeva.

Gli spiegai che ogni volta trovavo la libreria superaffollata ma che ogni volta erano tutte facce nuove. Persino i suoi stretti collaboratori non duravano a lungo. «Non sei capace di tenerti le persone, ecco tutto»: conclusi, più o meno.

Provò a giustificarsi dicendo peste e corna di questo e di quello, insultando camerati vicini e lontani. Ovviamente non ne parlai con nessuno. Allo stesso modo non andavo in giro a ripetere ciò che mi riferivano sul suo conto a proposito di litigi con una camerata per questione di soldi, di una cattiva azione compiuta a danno di un altro… Pietro era fatto a modo suo.

PARCHEGGIO GRATIS

Ci fu un periodo in cui tenne corsi per ex detenuti pagati dalla Regione. «E che fai?» «Niente», mi disse. «Loro fanno quello che vogliono, io non mi intrometto e così siamo tutti tranquilli».

Al parcheggio di Piazza Plebiscito non c’era verso di fargli pagare la sosta. Spiegava: «Parcheggio qui tutti i giorni, dalla mattina alla sera. Se pagassi, non mi resterebbero nemmeno i soldi per un caffè. Verrei a lavorare per pagare il parcheggio».

La replica del parcheggiatore: «Qui è tutto legale. Non sono un abusivo. Se non pagate, vi arriva la multa a casa. E vi conviene?».

«Non tengo problemi. Io le multe non le pago».

UN PEZZO DI NAPOLI

Pietro aveva un modo affascinante di parlare, di ammiccare… e di spiegare come mai all’appuntamento delle 15 fosse arrivato alle 20. L’ultima volta che ci siamo incontrati a Roma, fu perché era in missione recupero crediti. Io non approfondii.

Non so quando la smetterò di parlare di lui come se fosse ancora vivo. Dovrò farlo prima o poi. Ma già ora so che non potrò più progettare una rapida evasione a Napoli e chiamarlo per andare all’ultimo cesso di Porta Capuana a strafogarmi di purpetielli.

Giuseppe Spezzaferro

 

 

 

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Dracula fatto in Bangladesh

L’Hotel Castel Dracula è come la Sfinge taroccata di Las Vegas. Dal grosso portone di …