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Bersani: l’Italia è cosa nostra; di noi quattro

La verità l’ha detto l’uomo che non pettina le bambole. Pier Luigi Bersani, il funzionario politico che non riuscì a fare un governo perché il suo Pd aveva riportato una vittoria mutilata (e senza un d’Annunzio pronto a marciare), il segretario rottamato a metà da quel chiacchierone intelligente che è Matteo Renzi, ha detto il vero. È avvenimento da ascrivere nel Guinness dei primati, un miracolo partorito per chissà quali combinazioni polemico-astrologiche – e polemico sta nell’accezione originale di guerra guerreggiata – che mi ha fatto sobbalzare. Possibile mai che da un funzionario del Partito comunista italiano, avvezzo alla verità (Pravda, in russo) moscovita, sia sgorgata una polla cristallina?

Copio e incollo dalle agenzie: «Io, – ha dichiarato Bersani mettendosi al primo posto – Franceschini, Orlando, Renzi, dobbiamo dire quando vogliamo andare a votare. Da quel momento metti in fila tutto: il governo, la legge elettorale, la manovra, il congresso, tutto. Si mette in ordine tutto».

GLI ALTRI RESTINO A DISPOSIZIONE

Quei poveracci di Grillo, Salvini, Meloni e compagnia-disperando lo sanno che il loro destino lo decide l’oligarchia del Partito che si autodefinisce democratico. La rabbia della gente basta poco a farla sbollire. Nel dopoguerra la vittoria del ciclista Bartali fermò la lotta armata innescata dall’attentato a Palmiro Togliatti, idolatrato dai compagni come il Migliore, oggi il grande ribaltone sul quale contano i fautori della sovranità nazionale opportunamente deprivata del reazionario spirito patriottico potrebbe svanire sotto una pioggia di benefici e soldi.

Perché s’ingrossano le fila degli antieuropeisti? L’Europa appare come una vacca che non dà più latte e perciò va macellata così ci mangiamo un po’ di bistecche. E quando la carne finisce che facciamo? Stupida domanda come se la gente fosse capace di guardare più in là del proprio naso. La risposta è semplice: intanto fottiamo l’Europa, l’euro, le banche, il governo e poi si vede. A Roma è già successo. Stufi di andare avanti e indietro da Erode a Pilato, delusi dai sindaci di sinistra onesti alla Marino e da quelli altrettanto onesti di destra alla Alemanno, i romani hanno messo l’Urbe in mano ai Cinquestelle.

BASTONI E RAGGI

Speravano, i tapini, che di peggio non sarebbe potuto succedere alcunché. Questi Cinquestelle, si dicevano, saranno pure dilettanti, però sono onesti, non fanno pastette e comunque più nera della mezzanotte non può venire (molti elettori a Roma sono di origine campana). La vittoria di Virginia Raggi ha fatto incazzare antiche consorterie egemoniche, sodalizi politico-affaristici supercollaudati e potentati locali avvezzi a non essere disturbati dal Campidoglio, per cui era scontato che sarebbe scoppiata una guerra senza quartiere (http://www.internettuale.net/3292/roma-milano-guai-ai-sindaci-raggi-sala). Soltanto un idiota avrebbe posato le armi suggerendo: «Lasciamoli governare e vediamo cosa sanno fare» e a Roma di idioti di questo genere ce ne sono ma non contano una mazza. Gli altri, quelli che contano, si son detti: «E se poi questi faranno meglio?». Nessun concessione, quindi, e fuoco di sbarramento con tutti i calibri, a cominciare dalle batterie di Piazzale Clodio.

SCENDE IN CAMPO MOLINARI

Adesso con il casino scatenato dal quotidiano torinese “La Stampa” – orientato, come la Fiat che lo finanzia, verso un mercato più vasto (il direttore Maurizio Molinari ha studiato all’università ebraica di Gerusalemme e ha fatto nascere i propri figli a New York) – l’assessore Paolo Berdini ha messo un altro bastoncino tra i raggi (eh! eh!) della ruota capitolina. Non entro nel merito della vicenda, ma un giornalista, per quanto embedded, può enfatizzare o dilatare, ridurre o minimizzare, ma non inventare di sana pianta. A chiunque può capitare di criticare una persona, di dirne peste e corna sotto la spinta di un particolare momento emotivo. Fatto lo sfogo, ci si pente (e si chiede scusa quando una qualche anima pia si sia premurata di informarne la persona offesa).

AL VIP S’ADDICE LA CAUTELA

Se lo sfogo erompe da un personaggio pubblico, lo sbarco sui media è inevitabile. Spesso capita che l’intervistato dica qualcosa off the record e il cronista perbene non ne approfitta, ma se sul terrazzo della contessa tumistufi un ministro fa lo sbruffoncello con la starlette scosciata con le tette di fuori (quella stessa che in tv si batte contro la donna-oggetto e sostiene di non averla mai data per fare carriera) non deve imprecare contro il cronista se il giorno dopo si ritrova sul giornale.

Berdini è stato furbo: ha smentito il giornalista, ha confermato grande stima alla sindaca Raggi e ha dato le dimissioni. Baci e abbracci e pure questa zeppa pare scansata.

 

L’INNO DI GARIBALDI PIER LUIGI

La pianto di zonzare e torno al tema. Il Pd detta l’agenda. Dalla Casa Bianca il presidente Trump può minacciare quanto gli pare, dal Cremlino tuoni Putin a piacimento, la Kanzlerin Merkel può usare i trattati Ue come una frusta, il califfo a capo del Daesh può sbraitare senza posa contro i crociati cristiani (che non esistono sennò davvero sarebbero dolori per tutti i muslim), i ghiacciai si possono sciogliere e i vulcani di mezzo mondo mettersi ad eruttare… tutto questo e pure di più è senza importanza. Conta la riedizione dell’Inno di Garibaldi: «Si scopron le tombe, si levano i morti i martiri nostri son tutti risorti!…» sicché dalle tombe piddine si ergono i morti, i rottamati risorgono e «…dietro alla rossa avanguardia dei bravi si muovon d’Italia le tende e le navi…».

Nelle mani di oligarchi di vecchio e nuovo conio (Bersani non ha citato D’Alema e questo la dice lunga) stanno ben strette le briglie d’Italia. A suo tempo, il destino cinico e baro (leggasi golpe mediatico-giudiziario) colpì a morte tutti i partiti ad eccezione del Pci (e di pochi altri). Quel destino piomba a scoppio ritardato sul Pci-Pds-Ds-Pd? Probabile. Con la classe dirigente che impazza sul Paese (dal Parlamento fino al più piccolo Comune) c’è poco da esserne soddisfatti. Non possiamo farci niente, ma possiamo cadere dalla padella nella brace. Com’è successo a Roma.

Giuseppe Spezzaferro

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