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Ma quanto furono fascisti gli antifascisti?

Si legge spesso del “coraggioso antifascismo” di personaggi della cultura e dell’arte portati in palma di mano prima dal Partito comunista italiano e poi dalle sinistre in genere. Fin dai primi banchi di scuola, giacché si comincia alle elementari, vengono proposti modelli dell’Italia nata dalla resistenza, uomini e donne che hanno lottato per la libertà e la democrazia: sono poeti, pittori, filosofi, scrittori… tutti personaggi accomunati dall’antifascismo.

Mi capita spesso di dover sopportare lunghe “tirate” a proposito di questo o di quello  che hanno combattuto il Fascismo quando Mussolini aveva dalla sua parte il 99,99 per cento degli italiani. Mi sono scocciato e perciò ho deciso di pubblicare nomi e documenti a mano a mano che emergeranno dalla montagna di carte che pomposamente io definisco il mio archivio.

Mi capita tra le mani un articolo di “Panorama” (28 aprile 1980) firmato da Giordano Bruno Guerri che racconta i rapporti di molti intellettuali con Giuseppe Bottai, ministro fascista, fondatore e direttore della rivista quindicinale “Primato Lettere e arti d’Italia”, che continuava il lavoro svolto da “Critica fascista”, la rivista fondata dal ventottenne Bottai nel 1923. Annoto che oltre ad essere stato governatore di Roma, governatore di Addis Abeba, ministro delle Corporazioni e ministro dell’Educazione nazionale, Bottai si arruolò nel 1944 nella Legione straniera ed evitò la condanna a morte riservata ai fascisti dai partigiani vincitori sui carri armati angloamericani. A dirla tutta, era stato condannato a morte anche dai suoi camerati per aver votato contro Mussolini nell’ultima seduta (notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943) del Gran Consiglio. Ma questa è una vicenda che meriterebbe ben altra trattazione e che ci porterebbe, tra l’altro, sugli ardui sentieri del fascismo di sinistra.

GIUSEPPE BOTTAI E I SUOI COLLABORATORI

Giuseppe Bottai fu un fascista consapevole e, soprattutto, un intellettuale convinto che il Fascismo andasse di continuo alimentato da pensieri e poesie oltre che dalle azioni.

Amnistiato, rientrò in Italia nel 1951 (s’era congedato dalla Legione con il grado di sergente) e si rese immediatamente conto di come stessero le cose nonché dell’impossibilità di riprendere un qualsiasi dibattito culturale autonomo. Ciò che aveva fatto nell’Italia fascista, gli era vietato nell’Italia democratica, tant’è che accusò in una lettera (che estrapolo da “Panorama”) «le falsificazioni di una stampa asservita, ove militano o scrivono parecchi di coloro che oggi si fingono o democratici o socialisti o comunisti per far dimenticare d’essersi finti fascisti».

L’elenco di coloro che gli scrivevano proclamando fedeltà e gratitudine è lunghissimo. Qui mi limito a riportare i casi più eclatanti, cominciando (ah! lo spirito corporativo!) da un paio di giornalisti:

Enzo Biagi (nel 1937 giornalista de “L’Avvenire d’Italia”, partigiano nel 1943);

Arrigo Benedetti (nel 1934 vince il premio della rivista Pan diretta da Ugo Ojetti, nel 1943 inneggia sul Messaggero all’arresto di Mussolini).

I POETI, PRIMA E DOPO

Molti i poeti e apro con una donna:

Sibilla Aleramo (poetessa fascista, dopo il 1945 convertita al comunismo). Poi:

Salvatore Quasimodo (nel 1931 collabora alla rivista “Circoli”, nel 1940 collaboratore della rivista “Primato. Lettere e Arti d’Italia”, nel 1945 si iscrive al Pci);

Cesare Pavese (nel 1933 si iscrive al Partito nazionale fascista – Pnf -, nel 1942 assunto dall’editore Einaudi, nel 1945 nel Pci);

Giuseppe Ungaretti (nel 1925 firma il Manifesto degli intellettuali fascisti, nel 1936 va a insegnare in Argentina fino al 1942, quando torna nominato Accademico d’Italia);

Alfonso Gatto (nel 1935 ai Littoriali dell’arte, nel 1941 collabora a “Primato”, nel 1944 si iscrive al Pci);

Carlo Muscetta (nel 1937 si iscrive al Pnf, primo in “politica educativa” ai Littoriali del 1939, nel dopoguerra si iscrive al Pci).

SCRITTORI PENTITI

Degli scrittori cito:

Guido Piovene (nel 1943 entusiasta di Telesio Interlandi autore di “Contra judaeos”, nel dopoguerra abiura);

Massimo Bontempelli (tra i fondatori del Fascio Futurista di Milano, nel 1924 si iscrive al Pnf, nel 1948 senatore nelle liste del Fronte democratico popolare)

Vitaliano Brancati (dal 1928 scrive opere di regime, nel 1939 lavora con Leo Longanesi, nel 1947 collabora alla sceneggiatura del film “Anni difficili” di Luigi Zampa);

Giaime Pintor (scrittore, nel 1939 e nel 1940 ai Littoriali della cultura, nel 1943 reclutato dai servizi segreti britannici).

INTELLETTUALI REDENTI

E ancora:

Giulio Carlo Argan (nel 1928 si iscrive al Pnf, nel 1976 sindaco di Roma eletto nelle liste Pci);

Luigi Russo (critico letterario, nel 1943 rettore dell’università di Pisa, nel 1948 candidato nelle liste del Pci);

Antonio Banfi (dal 1931 docente di Storia della filosofia a Milano, nel 1948 senatore del Pci);

Mario Alicata (ottavo ai Littoriali del 1938, nel 1948 deputato del Pci).

Per tanti altri collaboratori di Bottai, sarebbero da farsi tanti discorsi a parte. Si tratta di personaggi come Indro Montanelli, Leo Longanesi, Ugo Spirito, Mario Praz, Carlo Emilio Gadda, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Riccardo Bacchelli, Enrico Falqui, Leonardo Sinisgalli, Eugenio Montale, Filippo de Pisis, per citare i più noti.

NESSUN “DAGLI ALL’UNTORE”

Spero sia chiaro lo spirito: non sono liste di proscrizione, né isteriche grida di “dàgli all’untore!”. Si tratta di cominciare a mettere da parte rancori e propositi vendicativi per poter strappare l’antifascismo dalla mitologia. La maschera antifascista nasconde realtà complesse, che vanno comprese e chiarite. In questo modo, e soltanto in questo modo, potrà riprendere il dibattito aperto da Giuseppe Bottai. Qui servono idee e intelligenze, non tifosi da stadio o venditori di favole.

Giuseppe Spezzaferro

 

 

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