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Nel Pd spunta il compagno Zeta

L’Assemblea nazionale del Pd si è chiusa con la benedizione del “compagno Zeta”. Sul resto c’è poco da dire: dimissioni rituali di Matteo Renzi, interventi sulla necessaria unità del partito per non far vincere Grillo e i suoi, ripensamenti (particolarmente contestato quello di Michele Emiliano) sparsi, accorati appelli alla preziosità del centro sinistra e varie esibizioni di varia umanità. A me è parso tutto scontato. Ne parlo perché, come ho più volte sottolineato, la vicenda del Pd è diventata la ruota dentata principale del meccanismo-Italia. È il partito che determina la durata del governo¸ la data delle elezioni, le alleanze sul fronte del centrodestra. Tutti gli altri fanno tappezzeria come le nubili sfigate ai balli di società. Debbono pazientemente aspettare parcheggiate lungo le pareti che un qualche bellimbusto le inviti a ballare o per far dispetto a qualcuna oppure per un sussulto di carità.

Il richiamo al “compagno Z” m’ha fatto venire in mente Guido Giannettini, passato alla storia mediatica come “agente Z”. Di lui si disse di tutto e di più. Fu implicato, processato, condannato, assolto per quasi tutte le vicende “nere” (colore dovuto sia ai protagonisti in gran parte neofascisti sia all’oscurità di trame delle quali ancora oggi si sa poco o niente) che alimentarono le pagine dei giornali e i tiggì negli anni Sessanta e oltre.

GIANNETTINI, L’AGENTE Z

Lo incontrai per caso negli uffici romani delle edizioni Ciarrapico. Avevo appuntamento con Rainaldo e me lo presentò lui. Parlammo dei volumi che stava preparando sui vari reparti SS che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale e delle tante idiozie che si ripetevano a proposito di quelle truppe scelte. Fu un colloquio rapidissimo e, da parte mia, anche imbarazzato. Non potevo capacitarmi che quell’uomo bassotto e grassottello fosse stato un pericolosissimo 007. L’immaginazione collettiva risente parecchio dei messaggi generati dal cinema, soprattutto da quello americano, e io non facevo eccezione. I più giovani manco lo conoscono questo agente Z, però sentiranno parecchio parlare, almeno fino al congresso Pd, del compagno Z.

GREGANTI, IL COMPAGNO G

Meglio del “compagno G”. Altra vicenda, questa, che i più giovani non conoscono. Erano gli anni di Tangentopoli (il golpe mediatico-giudiziario che negli anni Novanta ridisegnò la mappa politico-partitica italiana) e il compagno Primo Greganti fu beccato con una valigetta zeppa di quattrini. A differenza di democristiani, socialisti, socialdemocratici e compagnia bella che, presi in castagna, confessavano anche i peccati fatti nell’infanzia con la cuginetta sporcacciona, il compagno Greganti si fece la galera in silenzio e mai cambiò la versione iniziale: quel miliardo di lire -sostenne fino alla fine – era il frutto dei suoi risparmi e non una bustarellona che stava recapitando a Botteghe Oscure, la storica direzione del Pci a quattro passi da quella Dc.

LETTERE E NUMERI

L’Agente Z, il compagno G, il compagno Z non avrebbero niente in comune se non fosse per la mania tutta mediatica di identificare cose e persone con una lettera o con un numero. È come per i disegnini che hanno sostituito le parole, per cui c’è l’omino sulle scale invece della scritta Uscita.

Siamo sicuri che queste continue semplificazioni ci facciano bene? Non è che ci impigriscono? Le semplificazioni di certo non aiutano l’approfondimento e ci abituano a servirci di schemi e luoghi comuni.

Sono curioso, comunque, di sentire la reazione di Renzi a questo compagno Zeta.

Giuseppe Spezzaferro

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