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Italiani, povera gente con il telefonino

“Italiani, povera gente”. Il nuovo patetico mantra ha sostituito quello dilagato nei passati decenni dopo l’uscita nel 1965 del film ”Italiani brava gente”. È vero che la crisi ha impoverito milioni di famiglie soprattutto della classe media, ma andrebbe evitato il piagnisteo farlocco: è indubbio che il “minimo sindacale” degli italiani sia parecchio alto. Rubo dal glossario sindacalista, anche se in Italia non esiste un salario minimo come in Germania – cito il Paese nostro concorrente diretto – e vigono invece i minimi sindacali fissati dai contratti collettivi di lavoro.  Dunque, il minimo sindacale non fissato da alcuna legge e del quale parlo lo si misura guardandosi intorno; dove dominano consumi e riti collettivi, santificati alla stregua dei “diritti naturali”. Sono, in effetti, privilegi acquisiti e irrinunciabili, come è il cellulare per un adolescente. Che il conto lo paghi mammà o la nonna, poco importa. Il dato è che non può farne assolutamente a meno. Un po’ come, per la gente della mia età, era stato necessario a suo tempo – più di mezzo secolo fa – il pennino di ricambio per la penna.

DAL PENNINO ALLA BIC

Piccola parentesi illustrativa: dopo aver attraversato anni di addestramento a tracciare asticelle e lettere con la matita, arrivava il fatidico giorno nel quale ci mettevano in mano la penna. Traguardo che comportava grandi responsabilità. La penna, che era una cannuccia di legno con un’estremità predisposta per ospitare un pennino metallico, andava intinta nell’inchiostro blu dentro un calamaio infilato in un buco del banco. Si scriveva con fatica, stando attenti a non macchiare la pagina e usando una carta assorbente per asciugare velocemente l’inchiostro. La prima dirimente prova della diligenza di ciascuno era il quaderno: la classifica era decisa dal numero di macchie, schizzi e sbaffature. I più bravi esibivano quaderni senza imperfezioni e senza “orecchie”, cioè le piegature all’angolo in basso della pagina strusciata dal gomito disattento e svogliato.

Ho imparato a scrivere, insomma, usando una penna simile a quella usata dal piccolo scrivano fiorentino raccontato dal “Cuore” deamicisiano. La grande rivoluzione la fece la Bic, la penna a sfera. Dai banchi sparirono i calamai e finì il tormento dell’inchiostro su quaderni, libri e vestiti. Non per tutti: a scuola ho avuto un compagno che masticava la Bic e che alla fine delle lezioni aveva la bocca e mezza faccia striate di blu.

Io restai affezionato all’inchiostro e passai alla penna stilografica. Ora sono pigro, non mi va di caricare la penna, perciò uso matite, penne a sfera e computer.

LE DOMENICHE AL CINEMA

Tornando al “minimo sindacale” di questi italiani povera gente, ricordo che noi andavamo al cinema la domenica pomeriggio (e se a scuola la settimana era filata liscia, cioè senza infamia e senza lode); invece un ottimo voto dava diritto a un extra (gelato o patatine). Adesso al cinema ci si va anche durante la settimana. Sabato e domenica i ragazzi (ma non soltanto loro) sono per lo più di birreria, pizzeria e discoteca. Spesso si va in gita per il fine settimana, che, per molti, comincia il venerdì sera. È un “minimo sindacale” abbastanza elevato. I “codici” di appartenenza sono trasmessi da scarpe, felpe, jeans e accessori vari. Si spendono bei quattrini per comprare jeans bucati e lacerati. La crisi ha bloccato l’asticella, ma dev’essere chiaro che gli “italiani povera gente” appartengono al mondo favolistico del cinema come gli “italiani brava gente”. Va da sé che sarebbe da pazzi pensare di tornare ai minimi sindacali di cinquant’anni fa.

UN PAESE RICCO

Siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa, abbiamo un Prodotto interno lordo che per il 2016 il Fondo monetario internazionale ha calcolato di 1.279,421 miliardi di euro, ponendoci all’ottavo posto nella classifica mondiale. L’anno scorso abbiamo esportato per 416.951 milioni di euro e importato per 365.386 milioni. L’Oec (The Observatory of economic complexy) ha classificato l’Italia come l’ottava economia di esportazione nel mondo e ventiduesima come economia parametrata dall’Eci (Economic complexity index).

I dati statistici, si sa, sono indicativi, tant’è che lo stesso Pil è un indicatore di massima. Per saperne di più sullo stato di un Paese, c’è l’indice Bes (Benessere equo e sostenibile) composto da 12 parametri: 1 – La salute. 2 – L’istruzione e la formazione. 3 – Il lavoro e la conciliazione dei tempi di vita. 4 – Il benessere economico. 5 – Le relazioni sociali. 6 – La politica e le istituzioni. 7 – La sicurezza. 8 – Il benessere soggettivo. 9 – Il paesaggio e il patrimonio culturale. 10 – L’ambiente. 11 – La ricerca e l’innovazione. 12 – La qualità dei servizi. Nonostante i profeti di sventure e gli urlatori dello sfascio, anche con il Bes l’Italia non è messa male.

C’è il macigno del debito pubblico (nel 2016 è stato di 2.229 miliardi di euro) per il quale paghiamo circa 68 miliardi di interessi l’anno; c’è il peso della Pubblica amministrazione che nel 2015 ha incassato 771.683 milioni di euro e speso 819.221 milioni, ma sono gravami che, a conti fatti, sopportiamo con facilità. Ci sono fardelli che non si misurano in euro e che ci costano tantissimo in termini di crescita e sviluppo. Ne cito alcuni.

LE GROSSE IPOTECHE

Secondo i dati ministeriali, nel 2016 risultavano 1.641.696 iscritti all’università (260.755 immatricolati a dicembre 2016). L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ci mette all’ultimo posto per tasso di laurea atteso nella fascia 25/34enni. Su 100 universitari si laureano in 34 (la media Ocse è 50 e quella Ue è 45). Credo sia superfluo dilungarmi sui danni che ciò provoca a medio e lungo termine.

Altra iattura è il malfunzionamento della giustizia. A dicembre 2016 in servizio nei tribunali c’erano 8.619 magistrati e circa 35 mila amministrativi, al 30 giugno risultavano pendenti 3.800.000 processi civili e 3.230.000 penali mentre nelle carceri si affollavano 54 mila detenuti (la capienza complessiva era di 49.700 posti) dei quali il 34% in attesa di giudizio.

Considerando che l’Italia è tra i primi dieci posti nella classifica dei Paesi occidentali più ricchi, è più che legittimo che gli Italiani abbiano una vita più ricca di altri popoli. La crisi economico-finanziaria internazionale ha costretto tutti i Paesi benestanti a stringere la cinghia. In Gran Bretagna, per esempio, hanno licenziato migliaia di impiegati pubblici, hanno ridotto gli stipendi ed hanno triplicato (tre sterline per ogni sterlina, tre volte tanto… insisto perché sia chiara la triplicazione) le tasse universitarie.

TROPPE GIACULATORIE LAMENTOSE

L’Italia non ha fatto niente del genere. La gente è comunque inferocita con il governo perché le grandi aziende o licenziano o delocalizzano oppure fanno le due cose insieme. I piccoli e medi imprenditori sono furibondi e se la prendono con il governo perché le banche hanno chiuso i rubinetti. I commercianti lamentano il calo delle vendite e se la prendono con il governo. Tutti vogliono più soldi protestando, giustamente, di non voler pagare una crisi che non sono stati loro a provocare. Perché dovrebbero fare dei sacrifici? a beneficio di chi? Non c’è niente che abbia per un italiano un valore maggiore di sé stesso. Una generosa “qualità” della vita ha consentito a tutti di vivere al di sopra delle proprie possibilità e nessuno ha voglia di abbassare l’asticella; nemmeno di un centimetro. Il 34% della popolazione maggiorenne ha almeno un contratto di credito rateale attivo (mutuo, prestito personale, etc.) ma il tasso di indebitamento non è di per sé negativo.

QUANDO LE CAMBIALI SI PAGAVANO

L’Italia del boom economico, cioè della corsa al rialzo del livello di vita (cominciò con la Fiat 600 e la televisione negli Anni Cinquanta), fu possibile anche grazie alle cambiali. Per comprare l’utilitaria o il televisore, il frigorifero, la cucina americana o la Vespa, si firmavano pacchi di cambiali. Le famiglie calibravano le spese in base alle entrate e quando finivano di pagare le cambiali per la nuova camera da letto firmavano quelle per la nuova stanza da pranzo.

L’Italia cresceva a ritmi industriali da paura, la gente lavorava e impiegava i soldi per stare meglio. La quota di risparmio cresceva a vista d’occhio (anche oggi sono aumentati i depositi, ma è per paura del futuro) in prospettiva di un ulteriore avanzamento (la casa al mare, per esempio).

Ricordo un tema che feci alle medie sulla giornata del risparmio e per il quale ebbi una casetta di legno nel cui tetto infilavi le cinque e le dieci lire e quand’era piena era una goduria svuotarla e contare il tesoretto.

Di tanto in tanto capitava che qualcuno non onorasse le cambiali ed era uno scandalo, una vergogna indicibile (oggi il debitore insolvente è un bel furbacchione).

Le vacanze al mare (la settimana bianca era una cosa che vedevi nei film che raccontavano storie di ricchi) per chi come me abitava sul litorale costavano giusto l’ombrellone nuovo (se quello vecchio era irriparabile) gli zoccoli, il costume, il salvagente… sì, erano spese, non c’è niente da ridere. Noi non eravamo poveri. Mio padre era un impiegato comunale e riusciva ad assicuraci una vita dignitosa. Per la mia licenza media mi regalò un canotto gonfiabile. Oggi è un normale acquisto di una normale settimana di shopping pre-mare. Andare al ristorante era un avvenimento. Ma non mi sono mai sentito povero. Al ginnasio ebbi un vestito cucito dal sarto. Ma non mi sarei mai sognato di chiedere i soldi per il cinema anche durante la settimana.

IL DONO DEL CALLIGRAFO

Altri tempi, è vero. Non è che mancassero gli scansafatiche e quelli che “arrotondavano” lo stipendio. Ricordo un impiegato nell’ufficio di babbo che scriveva gli indirizzi sulle buste. Aveva un diploma in bella scrittura e i suoi indirizzi erano capolavori. Me ne stavo in piedi di fronte alla scrivania, incantato, guardandolo all’opera. I gesti rotondi che vergavano maiuscole e minuscole con tratti d’inchiostro netti e delicati… ma non mi capitava spesso. Sulla scrivania c’era costantemente una pila di buste vergini ed una striminzita mazzetta di buste scritte. La gran parte del tempo, il calligrafo l’impiegava a vendere mozzarelle in giro per gli uffici.

Un giorno beccai una raffica di schiaffoni da mio padre (il quale menava pesante assai) perché mi sorprese a scrivere con un pennino bombato. Mi spiego: i pennini soliti erano piatti, erano quelli che costavano di meno. Quelli bombati erano di uno splendido acciaio bianco, avevano il bordo rotondo con una piccola fenditura e la punta che scorreva sul foglio senza la minima incertezza. Insomma, scrivere con un pennino bombato era tutta un’altra cosa. Un pomeriggio che ero andato da mio padre, il buon calligrafo mi aveva regalato due, diconsi due, pennini bombati nuovissimi, mai usati, presi da una confezione appena aperta. Accusato di furto (questi appartengono al Comune e tu li hai rubati, urlava babbo) subii una dolorosa punizione, ma non dissi che mi erano stati regalati per evitare casini peggiori.

Oggi si va in vacanza chiedendo un finanziamento di sette/ottomila euro rimborsabili in tre anni all’incirca.
La cambiale si firmava per una spesa importante, il debito oggi si fa perché la vacanza è sacra. È un diritto. Ripeto: tutto legittimo, ciononostante la lamentazione continua è insopportabile oltre che sconcia. Punto di vista personale, quindi prescindibilissimo.

Giuseppe Spezzaferro

 

 

 

 

 

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