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Mario Capanna alla radio. Io al cesso

Vado al cesso e accendo la radio. Una voce dice che twitter sollecita la tempestività che nega l’approfondimento. Depreca la criminalizzazione dell’avversario. Condanna l’ignoranza dilagante nella classe politica dominante. Parla di latino e di dialogo. All’improvviso lo so: è Mario Capanna. A chi rumina al pari di Don Abbondio “Capanna! Chi era costui?”, dico che nel Sessantotto è stato un capo importante del Movimento studentesco e non soltanto alla Statale di Milano. A lui facevano capo i cosiddetti “catanghesi”, attivissimi giovanotti con caschi e catene che menavano a tutta forza (erano i tempi, del resto mai passati, dell’uccidere un fascista non è reato) e che un brutto giorno (per loro) presero un fracco di mazzate soltanto da noi di Lotta di Popolo. Dopo mandammo i fiori ad una compagna all’ospedale con un bigliettino: «Lotta di Popolo non picchia le donne». S’era infilata nella rissa e s’era fatta male (ancora oggi non sono sicuro che fosse stata picchiata da uno di noi).

AL CATTANEO DI MILANO

A Capanna gli spaccai più o meno a metà l’assemblea al Cattaneo. Stavo con un altro “borbonico” (non ne faccio il nome perché gli creerebbe qualche problema con moglie e amici vari) e fu una bellissima mattinata. Aver fatto in autostop tutti i chilometri da Roma a Milano, aver mangiato – grazie alla generosità di un camionista toscano – un cornetto e un cappuccino, avere le scarpe cotte dai piedi… tutto sembrò un giusto scotto per la magnifica possibilità di aver creato uno scottante buco nel carisma indiscusso di Capanna. Anni dopo – moltissimi anni dopo – nello studio di Ivano Selli (altro Carneade, ma ne parlerò in altro momento) lo incontrai e dissi: «Ovviamente, non ti ricordi di me. Ora sei un europarlamentare…». M’interruppe (sulla sua onestà intellettuale c’è da scommetterci): «Ti ricordo senz’altro».

Alla radio, la sua voce è carezzevole come sempre, parla di sé con discrezione e dice cose ovvie per uno che sognava la presa del Palazzo d’Inverno (internet è uno strumento a doppio taglio, rifiuto il telefonino…) ma chi l’intervista è letteralmente in ginocchio. Quello lì ha fatto le cose, ha rischiato grosso, ha lottato per un’idea (Dp, l’invenzione di Bersani&co, era stata una sua creatura: Democrazia proletaria), è un uomo di princìpi… dall’altro lato del microfono c’è un essere umano impegnato a sopravvivere e a non farsi fare le scarpe dal solito collega-amico.

I SALOTTI CHE AIUTANO

Mi viene in mente che Capanna frequentava il salotto per eccellenza, quello della Crespi, la zarina rossa. Che aveva studiato in seminario (al Parlamento europeo fece un discorso in latino). Che aveva avuto dal Comune di Milano un appartamento al centro. E mi dico: anch’io, volendo, avrei potuto avere una casa a via Frattina, anch’io avrei potuto fare la star nel salotto della vedova Angiolillo o nell’attico della Peccy Blunt. Anch’io avrei potuto fare carriera, insomma. E perché non l’ho fatta? Credevo nella rivoluzione e quando mi sono reso conto che fosse un sogno irrealizzabile non ho accettato i “contentini”. Non sono andato a combattere in Palestina, come fecero in tanti, perché avevo trovato la donna della mia vita e la possibilità di mettere su famiglia. Capanna ha una pensione da europarlamentare e non so che altro. Non m’interessa, io non ho più una moglie e sono lontano dalla mia famiglia, eppure mi sento un privilegiato. Non ho dovuto ridere alle battute sceme di un poveraccio di sindaco. Non ho piatito l’intervista per richiamare l’attenzione sul mio nome. Spero per lui che sia soddisfatto di sé. Di me io lo sono.

Giuseppe Spezzaferro

 

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