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Renzi padre-figlio. Non è questo il… fatto

Marco Lillo ha pubblicato parte di un’intercettazione di una telefonata tra il figlio, Matteo, e il padre, Tiziano Renzi. L’autore di questo scoop fasullo (il lavoro di Lillo è stato di mero passacarte per conto di un magistrato) su “Il fatto quotidiano”, suppongo abbia avuto il testo un po’ di tempo fa, ma non mi aggiungo ai soliti suonatori della grancassa “giustizia ad orologeria”.

Che in Italia, dai tempi del golpe mediatico-giudiziario etichettato “tangentopoli”, siano stati stretti dei patti tra alcune procure e alcuni giornali (a volte tra singoli magistrati e singoli giornalisti) per la diffusione pilotata di “indiscrezioni” su procedimenti penali (uso questa generica espressione per brevità), è un dato oramai noto anche agli ultimi aborigeni della Tasmania. Chi lo nega mente come il bambino dalle dita sporche di Nutella. A difesa si tirano in ballo le “coincidenze”, gli “atti dovuti”, la “obbligatorietà dell’azione penale”, la “fuga di notizie”… insomma tutto pur di respingere l’accusa di intese tribunali-stampa.

Ci si potrebbe chiedere come mai Lillo abbia deciso di pubblicare adesso (dopo la riconquista della segreteria Pd da parte di Renzi…) quelle intercettazioni, ma sarebbe una domanda destinata a portarsi il punto interrogativo nel buco nero dei misteri della repubblica. Non lo sapremo mai. Anzi, ho l’impressione che il dato temporale (l’intercettazione è vecchia ma è arrivata al giornale soltanto un giorno fa et similia) sarà “chiarito” a tutela di un cronista che non è avvezzo a tenersi i conigli nel cappello.

IL DOVERE E LE CARTE SOTTO CHIAVE

Compito del giornalista è pubblicare le notizie di cui viene a conoscenza e delle quali ha controllato la fonte. Funzione di un magistrato è di tenere sotto chiave gli incartamenti, fino a che la legge non prescriva di farne copie per gli indagati/incriminati. Dopodiché se una cosa arriva alla stampa non è detto che sia uscita dal palazzo di giustizia invece che dallo studio di un avvocato. Mi pare di sentire qualcuno ricordarmi che qualche volta ci siano di mezzo anche carabinieri e poliziotti “manovrieri”, ma lascio perdere per non farmi risucchiare dalle sabbie mobili delle polemiche made in tv.

Conoscere le debolezze dell’avversario è una delle prime regole del combattimento (in politica, in guerra, in economia…) ma ci sono casi nei quali è preferibile non saperne troppo, soprattutto nel mondo della politica. Mi spiego. Non ci sono, in politica, eterni nemici né ci sono amici eterni. Le alleanze si fanno e si disfanno in conseguenza dell’obiettivo strategico.  Non tutti, però, hanno la consapevolezza che combattere in punta di fioretto non è men mortale che tirare sciabolate. È dannoso, per esempio, che i candidati alla Casa Bianca si rovescino addosso reciproche secchiate di merda. Il comune cittadino perde l’ultimo briciolo di rispetto per chi lo governa e si mette in caccia di soluzioni “alternative”. Con tutti i rischi che ciò comporta (e non parlo di rischi per l’establishment che sa come sopravvivere…).

A VOLTE È INTELLIGENTE NON SAPERE

Si narra che Cesare ordinasse di bruciare l’archivio segreto di Pompeo sconfitto a Farsalo: il vincitore sapeva che tra quelle carte avrebbe trovato prove di tradimenti, di doppiogiochismo, di delazioni… e la conoscenza dei rapporti segreti del suo acerrimo nemico (ed ex suocero) lo avrebbe costretto a stilare liste di proscrizione e a tagliare un po’ di teste. Ormai aveva vinto e i complotti orditi alle sue spalle erano spariti insieme con il fuggiasco Pompeo, a che pro fare il “giustiziere”?

Ai politicanti di casa nostra fa difetto l’intelligenza politica. Usare i giudici come grimaldelli per scassinare la cassaforte del potere ha fatto comodo (al Pci innanzitutto) ma ciò ha anche dato alla magistratura un eccezionale potere sulla politica. Come l’apprendista stregone incapace di controllare le forze oscure da lui scatenate (e qui mi viene da ridere perché non penso a Eucrate bensì a Topolino in “Fantasia”, classico disneyano del 1940) si avvede della gravità dell’errore commesso e capisce di essere impotente a rimediare, allo stesso modo le teste d’uovo, che pensarono di cancellare con i processi prima Andreotti e Craxi e poi Berlusconi, oggi s’accorgono che certa magistratura non si riesce più a fermare: chi s’azzarda a presentare un testo di legge che ridimensioni le toghe finisce sotto processo, o direttamente oppure per interposti parente/amico/amante/dipendente.

IL FILO CON I TRIBUNALI

Quando uscì “Il Fatto”, gli esperti arricciarono il naso e sentenziarono: la gente non legge, il mercato è saturo, sarà un flop. Nessuno aveva capito che a certa magistratura mancava un organo di stampa con il quale avere un filo diretto; la pubblicazione di atti processuali, verbali, intercettazioni e carte bollate ha assicurato le vendite: a tanta gente piace un sacco spiare dal buco della serratura.

Un giorno il marchese François de Bassompierre disse al re di Francia Luigi XIII: «Voi, un giorno o l’altro, farete la pace con il conestabile duca di Luiynes, e a me toccherà la sorte dei lacchè che vengono licenziati quando moglie e marito, dopo aver bisticciato, si rappattumano e non possono più soffrire la presenza di quei servi a conoscenza dei loro sfoghi prima della pacificazione».

Se fossi Lillo a questo aneddoto una qualche attenzione gliela presterei.

Giuseppe Spezzaferro

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