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«I think 'The Cloud' knows more thank you think»

Il cellulare senza processore

di Attilio Spezzaferro

Al funzionamento del processore dentro il cellulare servono, tra l’altro, la memoria ram, la memoria fisica di archiviazione, una scheda madre, un sistema adeguato di raffreddamento proporzionato alla potenza erogata: un processore più potenza ha e più sprigiona calore, primo e forse unico elemento che usura l’elettronica; e la potenza di solito va a braccetto con il consumo energetico.

Mi piacerebbe assistere, domani o al massimo dopodomani, alla diffusione di uno smartphone senza un processore. Al suo posto funzionerebbe un semplice visualizzatore di immagini.

Tempo fa (eravamo nel secolo passato) la Sip comprò un solo computer al quale i dipendenti si collegavano in modalità “terminale”; furono dotati, cioè, di macchine ad uso visione ed input. In breve: i dati e la potenza di calcolo erano sull’unico computer, e gli impiegati  con il terminale sulla scrivania vedevano sul monitor ciò che cercavano e immettevano i dati che servivano tramite tastiera e mouse. Funzionava così e adesso stiamo tornando a quel sistema grazie al “cloud”. Non ci siamo inventati nulla, siamo tornati alla logica del “sistema potente e ben mantenuto al quale si collegano migliaia di utenti”.

IL CLOUD COMPUTING

Per “cloud” intendiamo, però, soltanto archiviazione: informazioni, foto, musica e video sono memorizzati altrove, e grazie alla connessione internet, ci possiamo accedere come fossero sulla nostra macchina. Immaginiamo che il computer che ospita i dati abbia una grandissima potenza di calcolo e possa eseguire per noi tutte le operazioni richieste. Bene, arriviamo al “cloud computing”, parola composta che si spiega da sola.

Il telefono “vuoto” (senza processore) che vorrei usare si baserebbe, appunto, su questa tecnologia di “cloud computing”. Il terminale sarebbe il telefono, soltanto input, schermo, batteria e antenna, ma la potenza di calcolo non genererebbe calore all’interno dei soliti 12×6 cm chiusi in pochi millimetri di spessore, giacché risiederebbe nei grandi server superpotenti, soggetti a manutenzione professionale ed in continuo aggiornamento. Non ci sarebbe più il limite di potenza per l’esecuzione di un’applicazione, poiché sarebbe un servizio venduto in base alle esigenze del compratore. Lo stesso smartphone modello x, usato da me che pago un canone A al mese, avrebbe meno potenza di chi invece sceglie di pagare il canone B che gli darebbe diritto ad una percentuale di calcolo riservata superiore. Si risolve, così, la questione aggiornamento tecnologico nel tempo.

RITORNO ECONOMICO ED ECOLOGICO

Tutte quelle compagnie che campano sul concetto di “indebitamento” perenne dell’utente, facendo pagare una rata statica e offrendo un telefono nuovo ogni due anni, non perderebbero questo vantaggio. Sarebbe a dire che non perderebbero quattrini. La differenza la farebbe il servizio. Se vendo un tubo, l’ho prima comprato e poi rivenduto. Se vendo la riparazione del tubo, quei soldi sono miei e di nessun altro. Vendendo un servizio, pertanto, i guadagni sarebbero più alti che rivendere un prodotto acquistato.

La produzione di massa raggiungerebbe picchi di milioni di unità che costerebbero neanche un centesimo degli attuali smartphone. La durabilità e la conseguente longevità ne trarrebbero grande vantaggio e chiunque nel mondo potrebbe avere un dispositivo di questo tipo. Per di più diminuirebbe sensibilmente il consumo energetico necessario per produrre i nuovi “terminali”, nonché per la produzione dei materiali utilizzati. Ciò vorrebbe dire meno inquinamento e meno riscaldamento globale, con grande contributo alla soluzione del problema ecologico.

IL PROBLEMA DELLA “LATENZA”

Rimane la questione tecnologica pura: per funzionare davvero, un dispositivo del genere avrebbe come prima ed immancabile necessità quello di essere perennemente connesso alla rete. Risiedendo dati e potenza di calcolo nel “cloud computing”, non sarebbe possibile usarlo senza il “ponte” di trasferimento di cui ha bisogno. Va usata la tecnologia radio per veicolare informazioni alla velocità necessaria e utile per questo tipo di funzionamento, ma si dovrebbero anche riprogrammare i protocolli di trasferimento dati, sia per la sicurezza, sia per l’ottimizzazione dei tempi di risposta.

Incombe la famigerata “latenza” cioè il ritardo dovuto all’insufficiente quantità di dati necessaria a mantenere sincronizzati due punti A e B. La notiamo quando al telegiornale l’inviato da New York risponde dopo tot secondi alla domanda che gli hanno fatto dallo studio di Roma.

È ovvio che, se non si evita la latenza, l’utilizzo di un cellulare “vuoto” diventerebbe parecchio faticosa.

PER ORA SERVE ALLE SPIE

L’unica cosa che oggi non c’è ancora, a parte il dispositivo di cui parlo, è la copertura planetaria, non solamente di una “semplice connessione”, bensì di una connessione ad altissima velocità. Una fibra senza fili in sostanza, che dovrebbe poter prendere anche sotto terra o in altri luoghi estremi, altrimenti ci ritroviamo con il telefono, vuoto, e senza virgolette.

Probabilmente in principio sarebbe ad uso spionaggio e/o militare. Il cellulare non sarebbe una preda utile: non darebbe accesso ad alcun dato in quanto nulla risiederebbe fisicamente nel pezzo di plastica. Poi, come sempre è accaduto, l’uso si diffonderebbe tra imprenditori e gente facoltosa. Infine, arriverebbe anche a me, povero mortale.

Attilio Spezzaferro

 

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