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Acquedotti: il buco nell’acqua

Crisi dell’acqua: le Regioni più colpite hanno chiesto lo stato d’emergenza, cioè soldi. A beccarsi i primi 8 milioni e 650 mila euro sono state le province di Parma e Piacenza. Alla fine il conto sarà alquanto salato. Ma che volete farci? Non piove, il livello del Po scende, il lago di Bracciano si ritira, i prodotti dei campi si seccano e un poverocristo non si può nemmeno più lavare in santa pace la macchina. A Roma, è stato vietato anche di riempire le piscine. Non credo che qualcuno rinuncerà ad innaffiare piante e fiori in giardino e nemmeno che si priverà di un salutare tuffo in piscina, sicché l’ordinanza della sindaca pentastellata Virginia Raggi la possiamo gemellare con una delle tante “grida” contro i delinquenti chiamati “bravi”, che, come racconta con ironia Alessandro Manzoni, continuavano a germogliare nonostante i severissimi bandi emanati dalle autorità.

L’impotenza dei pubblici poteri nel Seicento contro la diffusione di un fenomeno criminale fa sorridere il lettore, il quale non capisce (a scuola non so più cosa insegnino) che è la stessa impotenza dello Stato contemporaneo nei confronti delle varie mafie. I “bravi” di allora erano protetti dai signorotti che se ne servivano, per cui nulla potevano le “grida” contro di essi. Allo stesso modo le mafie di oggi sono funzionali a potentati locali e spregiudicati banchieri, onde gli arresti di pericolosi latitanti e centinaia di loro “bracci destri” sono sfrondamenti di rami che lasciano ben vive le radici.

NON SI FANNO LE PROCESSIONI, MA…

Per la crisi dell’acqua, qualcuno direbbe che ci sono enormi differenze tra la metà del Secondo Millennio e questo inizio di Terzo: cinquecento anni fa in Italia non c’erano gli strumenti e le tecnologie che ci sono oggi. A quei tempi, tutto dipendeva dal Cielo, dalla Provvidenza, per dirla con il Manzoni, e roba come la peste o la siccità la si combatteva con lacrimevoli processioni di madonne e santi. Invece oggi… ma de che? Invece che salmodianti beghine avvezze al confessionale, abbiamo infiorettate articolesse sui giornali e appassionanti reportage in tv. Qualche giorno di “sfilate” e poi tutto finisce per lasciar posto ad un altro “tema di terribile attualità”.

Dunque, contro la criminalità organizzata e contro un cielo senza pioggia, azioni e comportamenti non differiscono granché da quelli adottati nel Seicento. Prepotenze e superstizioni, allora come adesso.

LA PIOGGIA DI SOLDI PUBBLICI

Una calibrata pioggerella di quattrini pubblici e ordinanze tipo quella della sindaca romana confermano che i pubblici poteri non se ne stanno con le mani in mano e che, soprattutto, non sono tanto miserabili come appaiono dalle intercettazioni telefoniche.

Il cittadino stia sereno che lassù qualcuno pensa a lui e amen.

Se invece che gente pensata avessimo una maggioranza di gente pensante, quale sarebbero i quesiti rivolti a chi amministra la cosa pubblica? Di fare una processione-inchiesta televisiva? di aumentare le pene per chi spreca l’acqua? Ci sarebbe una sola domanda: perché non fate niente per tappare i buchi negli acquedotti?

TUBATURE COLABRODO

Tutti gli esperti concordano nel calcolare che in media le tubature si perdono per strada circa il 40% dell’acqua trasportata.

Ovviamente ci sono regioni dove gli acquedotti sono autentici colabrodo e non lo dicono soltanto gli antimeridionalisti o i razzisti delle domeniche padane, ma il fatto è che quando si tratta di primati negativi – dalla disoccupazione alle attività criminali – sono le regioni del Sud che dominano la classifica.

A Salerno, la mia città di nascita, le tubature si perdono circa il 56,50% d’acqua! In Calabria, una delle regioni italiane più ricche di sorgenti (ce ne sono ben 30 mila) a fronte di circa 422 miliardi di metri cubi annualmente prelevati, l’acqua effettivamente erogata è meno di 212 miliardi.

Ecco perché la vera questione non sono i capricci del tempo o la piscina della villa sull’Appia. La madre di tutte le siccità è la conduttura ridotta a rete da pesca.

GOVERNO LADRO, NON PIOVE

Lo Stato, la Regione, la Provincia (che esiste tuttora) e il Comune, ciascuno per la propria parte, non fanno alcunché (potrei parafrasare e dire “Governo ladro, non piove”). I piccoli timonieri di casa nostra dicono che ci vorrebbero troppi soldi, che le competenze sono disseminate tra migliaia di consorzi e società, che gli interventi resterebbero comunque impantanati nel fango localistico.

Invece che varare un grande piano di recupero degli acquedotti italiani (con benefiche ricadute su aziende e occupazione) è più facile (anche se più costoso, visti gli interventi a pioggia soltanto nel corso degli ultimi vent’anni) emanare interventi di emergenza, prendersela con il consumatore-sprecone e fare convegni sulle assetate popolazioni del Sahara.

Se davvero i nostri cosiddetti governanti avessero a cuore il pubblico interesse, farebbero un paio di leggi ad hoc sulla gestione del bene strategico che è l’acqua. È una vergognosa sceneggiata che i mammasantissima, con medaglietta e non, si seggano ai tavoli internazionali per discettare sull’acqua, bene strategico da proteggere affinché il mondo non si incendi domani per mille guerre sulle risorse idriche.

Loro fanno nel mondo la figura dei saggi… idrici e in Italia gli acquedotti si perdono miliardi di metri cubi d’acqua.

Giuseppe Spezzaferro

 

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