Vetrina / ATTUALITÀ / Politica / Berlusconi divorzia da Renzi. La lezione di Totò

Berlusconi divorzia da Renzi. La lezione di Totò

Silvio Berlusconi ha dichiarato che non farà mai un governo insieme con Matteo Renzi. E nemmeno con il Pd anche se avesse un nuovo leader. Il vecchio tycoon non molla e si prepara a rastrellare voti per Forza Italia rubandoli a destra, dove abbondano gli odiatori di Renzi, del Pd e dei comunisti in genere. Tutti gli elettori che avevano votato altre formazioni per dispetto agli inciuci dell’uomo di Arcore con Renzi&co. (ah!, quel maledetto Nazzareno!) adesso, rassicurati dalla promessa del capo, potrebbero tornare a votare per lui.

Il primo obiettivo, dunque, è acciuffato: non temano i bravi italiani che del loro voto si faccia mercimonio con gli odiati sinistrorsi.

Il secondo obiettivo è esterno. La dichiarazione di Berlusconi aiuta Renzi a convincere i suoi che non si profila alcuna alleanza con il corruttore sciupafemmene. Il segretario del Pd non tradirà la bandiera dell’antiberlusconismo sventolata con ardore perfino da inciuciatori falliti (D’Alema mi pare sia stato il primo a stringere patti con l’odiatissimo nemico della sinistra italiana) e perciò amici e compagni sono invitati ad ignorare gli imbianchini che proditoriamente passano sul rosso glorioso l’azzurra vernice forzista.

NIENTE GOVERNO SENZA ACCORDI

Date le attuali norme che regolano le competizioni elettorali è ovvio che per governare è necessario un accordo tra le parti. Che sono tre con simmetriche vie obbligate: Fi-Pd, o Fi-M5s, o Pd-M5s. Non ce ne sono altre. Berlusconi tenta un gioco di prestidigitazione prospettando una grande vittoria del centrodestra e di conseguenza la non necessità di fare accordi con altri per poter governare. Sa benissimo che nessuno degli schieramenti in campo riuscirà a incamerare i consensi necessari per avere la maggioranza in Parlamento.

Una legge elettorale impostata sul bipolarismo non è più possibile perché, con l’irruzione pentastellata, i poli sono diventati tre. Il ritorno al proporzionalismo restituirebbe all’Italia lo scenario dominato per più di mezzo secolo dalla Democrazia cristiana con la sola differenza della caduta delle discriminanti sia nei confronti del Pci che del Msi. I partiti loro eredi sono oggi pienamente legittimati a governare. Avremo di nuovo governi quadripartiti, pentapartiti, esapartiti? governi monocolori con l’appoggio esterno di X o con la benevola astensione di Y? legislature balneari? di attesa? di solidarietà nazionale?

Non la vedo probabile. A questo ceto politico mancano i Moro, gli Andreotti, i Berlinguer, gli Spadolini, i Craxi… non ce n’è uno oggi che sia in grado di gestire non dico un esapartito ma nemmeno un monocolore diccì.

Questa è gente dalla scissione facile. Arrivata in Parlamento, comincia a ricattare: se non mi accontenti, fondo un altro gruppo. I mille partiti che formavano la Dc si sbranavano di continuo, ordivano congiure e commettevano omicidi, ma al momento opportuno firmavano gli armistizi necessari per formare un nuovo governo. Dopodiché ricominciavano. L’Italia arrivò ad occupare il settimo posto tra i Grandi della Terra grazie a politicanti rissosi sì, ma all’altezza delle sfide. Questi qui sanno soltanto ripetere slogan in tv e agitarsi perché l’incoerenza sia approvata come religione di stato.

I politicanti possono fare e disfare alleanze, compiere inversioni a U e veloci marce indietro, abbracciare il nemico del giorno prima e puntare il dito contro l’amico di stamattina; possono rilasciare interviste che smentiscono le precedenti e rinnegate dalle successive.

La grande differenza tra noi, poveri mortali, e loro è che le nostre vite viaggiano sui binari di rapporti umani e sentimentali la cui rottura è eccezione e non regola.

IL SALVATO E IL SALVATORE

Per noi è estremante difficile, quando non impossibile, fare marcia indietro.

Mi viene in mente il grande Totò in un film del 1955, intitolato “Il coraggio”. È la storia di un uomo salvato dai gorghi del Tevere da un industriale (Gino Cervi, altro mostro sacro del cinema dai tempi del Fascismo) in vena di prodezze. Il salvato dalle acque (Gennaro Vaccariello) va a casa del salvatore (Aristide Paoloni) e gli chiede quale vita gli abbia preparato. La logica è ferrea: se mi hai salvato dalla morte non l’hai fatto per restituirmi alla vita di prima, ma per darmene una nuova. Totò-Vaccariello sostiene la tesi del suicidio (in effetti era involontariamente finito nel fiume) per non lasciare al commendatore vie d’uscita: mi sono buttato perché la vita che facevo non mi piaceva, adesso il coraggio l’ho esaurito e non ce la potrei fare a buttarmi una seconda volta; sei tu che mi hai salvato e sei tu che devi darmi una nuova vita.

Tornare indietro significherebbe tornare alla vita precedente. Al dolore per averla rifiutata si sommerebbe quello per esserci rifinito dentro.

Totò ha ragione: non si torna indietro per ritrovarsi nelle stesse situazioni dalle quali ci si era allontanati. Ma noi siamo poveri mortali, ripeto. C’è gente “speciale”, la quale promette, tradisce la promessa, s’impegna, ignora l’impegno, cambia bandiera, torna all’ovile e avanti lasciando e prendendo. Può fare qualunque cosa senza soffrire perché prende ciò che è utile al momento e rifiuta ciò che al momento utile non è. La stessa indifferenza è impossibile per noi che scegliamo e rifiutiamo basandoci sui sentimenti.

Giuseppe Spezzaferro

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Ius soli. Trasfusione al Pd di un milione di voti

Il dato elettorale di queste due tornate di giugno ha avviato il Pd verso la …