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Le paludi pontine prima dell’intervento fascista

«Non sempre l’ambiente paludoso è stato percepito come repulsivo nel corso dei secoli. A volte, infatti, questo costituiva per le città-Stato una sorta di riparo militare contro gli eserciti invasori…». È l’incipit di “La pianura pontina nel Settecento” (Bibliotheca edizioni, 2016), il libro che Raffaele Panico ha realizzato sommando saggi e studi da lui svolti dal 1997 al 2013. Il “taglio”, quindi, non è convenzionale e lo dimostra anche il sottotitolo: “Il paesaggio attraverso l’analisi delle controversie economico-ambientali”. Sicché, dopo aver chiarito che il termine “ecologia” è diventato d’uso comune soltanto un secolo dopo la sua nascita datata 1866, Panico sottolinea che «l’ecologia come speculazione sulla natura si è andata formando nel Settecento». La sottolineatura, dunque, contiene i motivi che hanno fatto nascere il libro. Che è corredato da un’amplia bibliografia e da una scelta iconografica particolarmente seducente.

Filo nient’affatto invisibile è il rapporto uomo-natura. Si dipana per tutte le pagine, finché Panico conclude auspicando «una ottimizzazione del pensare-scegliere-agire dell’uomo sulla natura, senza dualismi tra i due poli, uomo e natura…».

L’attenzione alla terminologia ed all’uso di essa non è mai, in Raffaele Panico, mero sfoggio d’erudizione, bensì ricerca di un linguaggio che eviti equivoci e incomprensioni. Eccone un esempio: «Il paesaggio – egli scrive – potremmo definirlo come la manifestazione sensibile dell’opera umana sulla natura, l’ambiente invece come il risultato dell’interazione dell’uomo con la natura. Il paesaggio e l’ambiente sono stati profondamente trasformati nella regione storica pontina che, da inospitale terra palustre quale era, divenne una nuova provincia del Lazio».

Nel Settecento, poche centinaia di esseri umani (soprav)vivevano nelle paludi ed erano per lo più pescatori ma non mancavano briganti e fuggiaschi d’ogni risma. Lo Stato pontificio non aveva abbandonato quelle terre alla desolazione e alla malaria, ma, scrive Panico «tutti i tentativi di bonifica precedenti a Pio VI, oltre ad essere invalidati progettualmente perché mancanti di una visione d’assieme della problematica, vennero ostacolati dalle opposizioni delle comunità locali che temevano venissero meno i loro diritti di pascolo, caccia, pesca e lignatico, dalle sovrapposizioni di interessi delle grandi famiglie tenutarie, dell’alto clero e della Congregazione delle Acque, ufficialmente organo dello Stato preposto al buon funzionamento e corretta amministrazione, ma in verità profondamente corrotto da interessi di parte, fini di lucro e appannaggio personale». Assistiamo addirittura a criminali atti di sabotaggio delle poche opere realizzate per irreggimentare le acque. Le fonti di reddito, se pure scarse, erano difese senza starci a pensare su. Alla mano dei pescatori e dei cacciatori, s’aggiungeva una malattia impossibile da debellare.

«La bonifica di Pio VI – scrive infatti Panico – venne condizionata inesorabilmente dalla malaria, per cui non si riuscì, contrariamente alle intenzioni del pontefice, ad assicurare una redistribuzione dei fondi bonificati ai coloni stabilmente insediati. Allora si credeva che per risolvere il flagello dell’epidemia bastasse rimuovere le erbe palustri e le cannucce che marcivano nelle acque stagnati e sulla superficie dei terreno… non si poteva ancora collegare la malattia alle punture delle zanzare».

La necessità di intervenire si faceva anno dopo anno sempre più impellente.

A proposito della politica annonaria di Pio VII, per esempio, Panico fa presente che essa «è vivamente animata al soddisfacimento dei bisogni alimentari di Roma, in primo luogo, e dello Stato intero, perché analogicamente il problema è sostanzialmente legato e speculare al flusso delle produzioni dalle campagne verso le città». E poi spiega che «occorreva altresì riportare le popolazioni dai centri urbani alle campagne spopolate, desolate e degradate nell’abbandono. Lo spopolamento e la desolazione delle campagne proveniva da una somma di fattori ambientali e storici di antica ascendenza e memoria: i cicli alterni di espansione e contrazione della epidemia malarica; i conflitti sociali dovuti a grandi migrazioni di popoli e le turbolenze dei conflitti locali. La degradazione e l’abbandono, derivanti dallo stato ultimo di questo processo di lunga e profonda durata, vede un disordine sociale sfociante in anarchia se non barbarie».

La pianura pontina nel Settecento” è un testo che getta parecchia luce su un territorio che tutti credevamo fosse stato abbandonato a sé stesso prima del risolutivo intervento fascista. Nonostante le scarse, anzi nulle, cognizioni scientifiche relative alla malaria, la pochezza delle tecnologie a disposizione e le forti resistenze di interessi consolidati, lo Stato pontificio, ci illustra Panico, impiegò energie e risorse per bonificare almeno una parte della regione paludosa.

Giuseppe Spezzaferro

 

 

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