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Il segreto del tappeto

Intorno al 1986/1987 collaborai a un periodico (ne divenni poi direttore) pubblicato da un grosso mercante di tappeti. La testata infatti era “La Gazzetta del Tappeto Orientale”. Tra le cose che scrissi ripubblico qui un racconto perché ci sono un paio di passaggi che mi sono piaciuti.

II vecchio diede l’ultimo rantolo e morì. II giovane Omar restò per l’intera notte immobile accanto al cadavere. Alto, dalle spalle larghe, gli occhi neri come i capelli che gli arrivavano fin sulle spalle, il nipote del vecchio era noto nel villaggio per un certo modo di fare sbrigliato; atteggiamenti e azioni che spesso lambivano il confine dell’irriverenza. Era anche conosciuto per il coraggio di cui aveva dato prova arrampicandosi su per le rocce a recuperare capre sperdute oppure affrontando, in difesa di qualcuno, il prepotente di turno.

Arroccato su una montagna del Pakistan, il villaggio contava circa quattrocento abitanti: gente povera che aveva conservato nei secoli la fede islamica e il segreto dei tappeti. Gente che viveva di agricoltura e pastorizia, ma che aveva dentro casa i tappeti forse più belli del mondo. Tappeti sui pavimenti, alle pareti, sopra i tavoli e sui letti. Tappeti da preghiera, stupendi, e preziosi tappeti da cerimonia.

II Consiglio del villaggio, una ventina di anziani scelti per autorevolezza e reputazione dai capifamiglia, decideva sopra ogni cosa alla luce degli insegnamenti del Corano. E il giovane Omar, il nipote del più anziano del Consiglio, non era ben visto da quei vecchi irrigiditi dall’età e dal rispetto rigoroso della legge coranica. I suoi atteggiamenti – non di rado provocatori – urtavano la suscettibilità di quei vecchi intolleranti. «E’ irriverente»: accusava uno. «E’ poco serio»: protestava un altro. «Non è un buon musulmano»: sentenziavano. «La punizione arriverà presto»: amava profetizzare il nonno di Sheila, la più bella fanciulla del villaggio.

Il segreto del tappeto

Non ci si arrischiava a contraddire gli anziani del Consiglio; non era proprio pensabile. Sicché nessuno mai interveniva a favore di Omar, nonostante molti gli volessero bene. Era stato lo zio a mettersi di mezzo tutte le volte che era stato necessario. La sua autorità era grande davvero ma quelli che non si azzardavano a contraddirlo ne scrutavano il volto con l’accanita fissità del bambino in contemplazione degli ultimi guizzi di una candela morente. E come quel moncone, il corpo del vecchio alimentava gracili sprazzi di vita. Diventati nel corso di una settimana sempre più deboli. Quando cominciò l’agonia, molta gente pensò che sarebbero arrivati giorni assai duri per il giovane. I vecchi del Consiglio – mormoravano – gli avrebbero senz’altro presentato il conto e ci sarebbero andati con la mano pesante.

Accanto allo zio morto, Omar non pensava all’inesorabile rivincita di quei vecchi bigotti. Né pensava alla dolce Sheila, con la quale aveva cominciato ad incontrarsi di nascosto nelle notti senza luna. Omar pensava a quanto lo zio gli aveva mostrato in punto di morte. Rivedeva nella mente e nel fumo dell’incenso i gesti misurati e rapidi che disegnavano nitide ombre sulla parete. Il moribondo, muto nel silenzio della notte, gli aveva insegnato come stringere i nodi. Perché era quello il patrimonio trasmesso per generazioni. Un segreto in punta di polpastrello.

Non c’era disegno, per quanto complicato e inconsueto, che non fosse possibile realizzare con la magnifica lana che davano le pecore di quel villaggio. I fili, sottilissimi e incredibilmente resistenti, consentivano che fossero annodati e riannodati migliaia di volte in un solo centimetro quadrato. Di nodi segreti era fatto un grande tappeto da cerimonia, che veniva srotolato ogni sette anni. Quello era il tesoro nascosto del villaggio. Armoniosi versetti del Corano lodavano lungo i bordi il Clemente, il Misericordioso, il Signore dei Mondi, il Compassionevole, l’Eccelso, il Saggio, il Primo e l’Ultimo. Più all’interno fiori d’ogni specie, colorati di tonalità che soltanto la chimica moderna sa riprodurre. Le diafane sfumature erano degne di un artista. Di un pittore capace di catturare con un lampo degli occhi l’effimero fiorire al sole del deserto. Ma la meraviglia delle meraviglie era al centro del grande tappeto. Una messe di disegni geometrici, avviluppati su sé stessi, tra i quali si intravedeva un labirinto all’apparenza senza via d’uscita. Colori e disegni sembravano straripare dal tappeto come a liberarsi dei nodi che davano loro vita proprio tenendoli legati. Quel tappeto non era mai stato visto da occhi estranei. Una atavica esperienza insegnava che non era bene sollecitare l’avidità o la gelosia altrui. Nei villaggi intorno, che pure custodivano preziosi tappeti, non si sospettava minimamente che esistesse quel capolavoro.

Nessuno dei compaesani di Omar sapeva come fosse riuscito quel loro antenato a realizzarlo. S’era anche perduta la memoria del nome; tanto che una leggenda narrava che il tappeto era venuto giù dal cielo il giorno in cui una donna di settant’anni aveva partorito una bambina morta subito dopo il parto.

Omar aveva appreso dallo zio morente che l’autore era stato un nonno del nonno del nonno di suo nonno. Anni prima c’era stata una epidemia e della schiatta di Omar erano sopravvissuti lo zio, fratello di suo padre, ed egli stesso. Ecco perché il segreto della famiglia adesso costituiva l’asse ereditario che gli toccava di diritto. Era una eredità che non doveva andare perduta. Omar – ed il vecchio morente era stato categorico – doveva sposarsi al più presto ed assicurarsi una discendenza.

«Posso – aveva chiesto – servirmi del segreto e annodare un altro tappeto?». II vecchio aveva scosso il capo: «Soltanto se il tappeto andrà perduto in maniera irreparabile il villaggio potrà averne un altro uguale».

II giovane aveva chiesto spiegazioni, ma inutilmente. Avrebbe capito da solo, gli mormorò lo zio.

Omar s’era impadronito della tecnica segreta con una facilità che l’aveva sorpreso e inorgoglito. Ma smise quasi subito di vantarsi con sé stesso. I polpastrelli seguivano docili la via segnata dai gesti dello zio morente perché è sempre agevole percorrere un sentiero già tracciato.

Fuori, Ia luce del sole illuminava la piccola folla in attesa. Omar usci ed annunciò la morte dello zio. «Nemmeno una lacrima bagna il suo volto»: commentò sprezzante un anziano del Consiglio.

La cerimonia funebre fu modesta ma partecipò tutto il villaggio. Qualcuno si chiese perché Sheila piangesse di nascosto.

Il giorno dopo, Omar fu convocato dal Consiglio. Venne accusato di empietà e condannato a morte.

II giovane rise.

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Un Commento

  1. Moranditappeti

    La bellezza del racconto sta nel patos dell’amore per la vita ed il tappeto è proprio questo che rappresenta; anzi Il segreto del nodo, il filo, la trama e l’intreccio sono la vita stessa. Complimenti!
    Fabio Morandi

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