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La guerra del Golfo

Ripropongo, per pura vanità, questo articolo pubblicato su “La Gazzetta del Tappeto Orientale”, mensile edito negli anni 1986/1987 e del quale per un certo tempo sono stato direttore. Il Muro di Berlino non era ancora caduto e il confronto Usa-Urs si sviluppava soprattutto nell’area mediorientale: gli americani finanziavano e armavano Israele, i sovietici finanziavano e armavano le organizzazioni palestinesi più “vicine” a Mosca. M’è piaciuto rileggere questo pezzullo perché ci sono un paio di affermazioni (tipo: la pacificazione la fanno le truppe d’occupazione) che ancora oggi sottoscrivo, sia pure con un certo dolore.

L’instabilità dell’area medio-orientale è, purtroppo, una costante della politica internazionale. E lo sarà ancora per molto.

Ogni Stato, dal Qatar all’Iraq, dall’Afghanistan al Bahrain, è, ovviamente, un caso a sé. Le tumultuose vicende di questi ultimi anni hanno determinato cambiamenti tali, e tanto radicali, da ridisegnare del tutto la geopolitica di un’area strategica di prima importanza. La caduta dello Shah in Iran, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la rivoluzione libica, la guerra arabo-israeliana, gli assassini politici ed il continuo variare delle alleanze hanno aperto contemporaneamente un vasto contenzioso con implicazioni estremamente ramificate. Due sono gli elementi principali in gioco. Da una parte c’è il braccio di ferro Usa-Urss, dall’altra la virulenza dell’Islam. La politica sovietica non si discosta da quella russa degli Zar: stabilito che ad Oriente non si passa, Mosca da secoli guarda verso Occidente ed il Mediterraneo. La questione dei Balcani “polveriera d’Europa” (come abbiamo imparato a scuola) s’è allargata fino a diventare Ia questione medio-orientale. Le navi sovietiche nel Mediterraneo ed i carri armati a Kabul stanno a testimoniare di una strategia che va al di là della contingente realtà governativa: Nicola II o Stalin oppure Gorbaciov sono di passaggio. Resta la strategia, la geopolitica, del gigante che ha Ia testa al Cremlino.

Gli Stati Uniti d’America, tranne le parentesi “isolazionistiche”, sono partiti da tempo alla conquista dei mercati mondiali. II colosso americano dipende oramai dalla consistenza (e dall’ampiezza) della “area del dollaro”. Deve andare avanti se non vuole crollare su sé stesso. Va da sé che, per ragioni facili da intuire, dobbiamo per forza generalizzare e dare per scontate molte questioni. L’economia di questa nota l’impone. Ciliegina sulla torta – se ci consentite l’espressione – è senza dubbio il petrolio. L’oro nero resta il carburante dello sviluppo. Ed il controllo dei pozzi petroliferi è vitale per l’economia di molti Stati.

L’irruzione sulla scena dell’Islam (ed anche qui generalizziamo perché altrimenti dovremmo parlare di diversi Islam) contribuisce ad aggravare lo stato delle cose.

Le esigenze di una religione sono sempre “totalizzanti”: le stragi, le persecuzioni, le guerre, i roghi sono stati per secoli in Occidente gli “strumenti” di una “chiesa” contro altre “chiese”. L’Islam sta percorrendo, oggi, una strada interrotta (e definitivamente chiusa in Europa) qualche secolo fa.

Dati i tempi, comunque, crediamo che l’Islam abbandonerà quanto prima certi “rigori”. Intestardirsi in una “guerra di religione” al giorno d’oggi porterebbe ad una sconfitta totale. Hai voglia a strillare: «Morte agli infedeli», perché se gli “infedeli” si arrabbiano sul serio non c’è “spada” che tenga.

Attualmente che si potrebbe fare per districare Ia matassa mediorientale? Molto. Ma solo se si mettono d’accordo Mosca e Washington. E solo se Tel Aviv vedrà tagliarsi il cordone ombelicale che Ia lega a Wall Street. II resto è letteratura; favole per bambini: l’impegno europeo, le conferenze sulla pace, l’Onu, le petizioni e le mille altre “invenzioni” quotidianamente propinate.

I rapporti di forza si risolvono con rapporti di forza.

La pace è un’interruzione della guerra.

La pacificazione la fanno le truppe d’occupazione.

Quale potrebbe essere l’interesse russo-americano a mettere le cose a posto? Un braccio di ferro è difficile che finisca in pareggio: o vince l’uno o vince l’altro. Forse converrà ad ambo i contendenti continuare il confronto in altre aree. Non lo sappiamo. Non c’è che da stare a guardare, purtroppo. Intanto, vediamo come sono i rapporti di forza nel Golfo Arabico (o Persico, come da anni sottolinea l’Ambasciata di Teheran a Roma).

L’Iran dispone di un centinaio di aerei e di una trentina di navi.

L’Arabia Saudita di 236 aerei e di un centinaio di navi.

L’Iraq dispone nel Golfo di 500 aerei e di una settantina di navi. II Kuwait di un centinaio di aerei e 58 navi.

Gli Usa hanno in zona 7 navi (fra incrociatori e fregate lanciamissili) ed una portaerei con 85 apparecchi. L’Urss dispone di 6 navi (fregate e cacciamine). Poi ci sono tre fregate inglesi e due francesi.

Le “vie del petrolio” vanno difese. Su questo non c’è dubbio.

Gli interessi in ballo sono giganteschi. E nel mondo d’oggi è cosi che scoppiano le guerre.

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