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I canarini di mio nonno

Mio nonno Giovanni, il padre di mia madre, aveva una coppia di canarini. A mano a mano che uno moriva, lui riformava la coppia. Perciò da bambino io ho sempre visto nella gabbia due canarini, un maschio e una femmina, con i quali mio nonno parlava. Non so quante volte gli ho chiesto come facesse a capire quale dei due fosse la femmina. Non mi ha mai risposto. O cambiava discorso o semplicemente mi bloccava: «Ma tu fai sempre domande? Sta’ zitto e sta’ a sentire come cantano bene». La mattina toglieva il grande panno a fiori gialli che copriva la gabbia e i canarini cominciavano a cinguettare. A me pareva straordinario. Mettevi il panno e si azzittivano. Toglievi il panno e partiva il concerto. Lui chiedeva con voce amorevole: «Avete dormito bene? volete l’osso fresco di seppia? vi piace stare qua? c’è troppo sole?». Non ricordo di aver mai creduto che le bestiole lo capissero. O che lui fosse San Francesco, nonostante non si perdesse una messa o un rosario e avesse dentro casa statue di madonne e di santi nelle campane di vetro.

Da quando ho memoria ho sempre pensato che lo facesse apposta a parlare con gli uccelli. Un modo per dire: preferisco voi a tanti esseri umani. Oltre al fatto che il canarino ha vita breve – o almeno era così per quelli di mio nonno – crescendo ho capito un’altra cosa ed è che a mia nonna quel cinguettio le dava fastidio. A volte, s’infuriava proprio. Oggi, che sono cattivo assai, non esiterei ad affermare che era lei a rendere corta la vita ai canarini. Il fatto è che era la seconda moglie di mio nonno. Le mie due zie, Antonietta e Rita, avevano vissuto da quand’erano piccole con maràma, come la chiamavano mio nonno e mia madre, e per loro era lei la mamma. Perciò quando la chiamavano mammà, mia madre s’arrabbiava e accusava le sorelle di tradimento. Con mia nonna ho fatto lunghe partite a carte e da lei ho imparato quattro o cinque solitari, ma non ci ho mai parlato. Non so se fosse diffidente oppure riservata o se, semplicemente, non avesse niente da dire ad un ragazzino di scuola elementare che leggeva qualsiasi libro, giornale o opuscolo radiomarelli che gli capitasse a tiro. Lei aveva fatto qualche anno di scuola elementare e sapeva a stento leggere e scrivere. Che fosse avara, anzi avarissima, l’ho realizzato quando stavo alle medie. Ricordo mio padre che la sfotticchiava tutte le volte perché, per esempio, lui aveva portato cinque chili di mozzarelle e la mattina dopo maràma annunciava serafica: «Oh, ieri a cena ci siamo mangiati tutte le mozzarelle!». Invece le aveva imboscate, come diceva mio padre, ridendo, quando però lei non lo sentiva. Una volta, giocando a nascondino in quella enorme casa, mio fratello e io abbiamo scoperto una pentola di mozzarelle imboscate dietro le piante su un balcone. Il palazzo dominava la parte finale del vico S. Anna ai Palazzi (o, forse, dei Palazzi) che sfociava quasi sul lungomare di Napoli. Le scale erano ampie ma gli scalini erano troppo alti per noi bambini e per mia madre malata di cuore. Poi, crescendo noi, diventarono normali ma per lei restarono sempre troppo alti. Comunque, quella volta ci precipitammo di corsa cercando ciascuno di arrivare per primo così da dare per primo la notizia, ma la nonna ci zittì stizzita: «Quelle mozzarelle sono per Peppe e Titina; pure loro le debbono assaggiare!».

Quando aveva sposato mio nonno, vedovo con quattro figli (tre femmine e un maschio), lei aveva due femmine e un maschio. L’altra mia zia, Lucia, non era stata citata, per il semplice fatto che se n’era andata via di casa in giovane età, perdutamente innamorata di un uomo sposato. A quei tempi, era una tragedia che il più delle volte finiva nel sangue. Mio nonno era stato carabiniere prima di fare il ferroviere e perciò niente coltellate o pistolettate. Una ragazza-madre era una vergogna inaudita, della quale pure mamma mia – che pure era convolata a nozze riparatrici – non voleva parlare perché «troppo esagerata». I “grandi” ne parlavano ma tacevano non appena uno di noi, o una donna, entrava nella stanza dove loro giocavano alla stoppa.

Mia zia Lucia aveva due figli, avuti – ah, malafemmina! – nel peccato, senza la benedizione di un cristiano sposalizio. Uno, Totti, era troppo piccolo, l’altra, Albertina, aveva qualche anno meno di me e d’estate capitò un paio di volte che venisse a fare i bagni da noi. Era una bambina pestifera. Aveva una cantilena fissa: «Pure io!». Perfino quando uno di noi si chiudeva in bagno per fare i bisogni suoi, lei cominciava a prendere a calci la porta strillando: «Pure io! pure io!». Mio padre l’adorava, un po’ perché era femmina (lui l’avrebbe voluta una figlia femmina e invece alla fine s’è trovato con tre maschi) e un po’ perché si chiamava come lui. Era fastidiosa quanto una zanzara, ma era bellissima. Ho visto poche donne belle come lei. Aveva il cosiddetto strabismo di Venere, per cui pareva sempre che ti guardasse per ammaliarti o per ucciderti, secondo l’umore. Di quei periodi ricordo litigi continui, dispetti a mazzetta e pianti di Albertina che finivano sempre con noi che prendevamo schiaffoni.

Quella prima esperienza, comunque, mi ha aiutato a camminare nell’universo femminino. Mio padre prima mi faceva nero e poi mi spiegava: «Se lei piange, tu ci rimetti… non m’interessa se hai ragione o torto, tu ci rimetti e basta. Perciò – aggiungeva serio – tu impara a non farla piangere. E così io non ti faccio male. E ricordati sempre: a un uomo non conviene mai far piangere una donna, perché la donna è vendicativa e poi la devi solo che ammazzare». Ho scoperto negli anni quanto mio padre avesse ragione. E quanto amasse le donne. Senza distinzione. Mi è capitato fino a qualche anno fa di incontrare distinte signore che ricordavano ad alta voce: «Sa, suo padre mi ha insegnato a pattinare». Una specie di codice; del quale adesso non riesco a trovare un parallelo. Una donna, che da giovane è stata con me, cosa direbbe ad un mio figlio? Sono stata la sua donna, è stato il mio uomo, è stato un amore giovanile, abbiamo fatto l’autostop insieme… Probabilmente, non gli direbbe niente. Checché se ne dica, di questi tempi c’è più ipocrisia. E le donne hanno perso tonnellate di stile. Possono vestirsi all’ultimo grido (di chi?), andare dal parrucchiere e dal visagista, fare corsi di liscio… ma lo stile, quello che ti incantava pur non vedendo nemmeno un millimetro di culo o un etto di zizze o un pizzico d’area ombelicale… quello, care femminucce liberate e realizzate, l’avete perso. E’ vero che in maggioranza gli uomini impazziscono a vedere delle stampelle che sfilano in passerella mettendo le gambe una davanti all’altra come se soffrissero di qualche morbo muscolare, ma… Ma sto divagando.

C’era una mia zia – la chiamavo zia Pina, ma tuttora non ho ricostruito gli esatti passaggi parentali – la quale abitava in un antico palazzo con un grande cortile interno. Uno dei più antichi della città. Il suo appartamento non si apriva su una terrazza, ma – meraviglia delle meraviglie – su un giardino. Un vero giardino. Con limoni e cespugli di rose, peschi e ciliegi, gerani e pomodori. Era il regno incontrastato di un cane enorme. La sua stazza è vero che dipendeva dal fatto che noi, mio fratello e io, eravamo piccoli, ma anche oggi un qualsiasi maremmano mi pare lo stesso un tantinello esagerato di corporatura. Bene, quel cane era il mio terrore. Non c’era niente da fare. La figlia di quella zia, perciò una mia cugina, mi diceva, accarezzandolo: «Guarda quant’è buono; vedi tuo fratello che è più piccolo di te come ci gioca? dai, avvicinati; non aver paura…». Non c’era verso. E quel perfido cane pare che lo sentisse, perciò tutte le volte che ci aprivano la porta correva subito addosso a me. Non contro mio fratello che era quello che l’accarezzava. No. Incontro a me che provavo terrore senza rimedio. Ancora oggi diffido dei cani. Piccoli, grandi, neri, bianchi, non me ne frega niente, non mi fido e mi fanno paura. Per dirla tutta, mi fanno senso pure certi rapporti… sentimentali. Passi per un ragazzino che ci gioca con un cane e che perciò ci parla pure (ma i bambini parlano anche con bambole e bambolotti) ma un adulto, maschio o femmina fa lo stesso, che si mette a parlare con il cane, mi fa davvero impressione. Lo rimprovera: «Perché non ti muovi? mica posso aspettare tutto il giorno i comodi tuoi!»; oppure gli indica un altro cane in avvicinamento: «Guarda là! ci vuoi giocare un po’? adesso glielo chiediamo, eh?»; oppure lo chiama se si allontana troppo: «Vieni qua da mammina…». Mi fa impressione. Più o meno la stessa del documentario australiano dove un aborigeno parla con il sole che sorge e lo ringrazia. Mi dicono che non posso capire e che è una questione sentimentale. Peggio mi sento.

La signora della porta di fronte, invece, aveva un cagnolino piccolo piccolo, un batuffolino che si chiamava Lillino. Aveva diviso equamente tutta la sua carica affettiva tra l’unica figlia e il volpino. Al marito non gli restava che andarsene a pescare, quando madre e figlia glielo consentivano, oppure eseguire i servizi che gli affidavano. Non era un uomo buono. Era soltanto pavido. Cercava di campare in santa pace, senza fastidi, con il sogno del Totocalcio. Con la moglie, mia madre litigava e ci faceva pace, ci faceva pace e litigava. Passavano ore a chiacchierare sul pianerottolo. Mia madre aspettando che s’asciugasse per terra e lei dando l’ultima ripassata di sidol ai pomoli della porta. La scena l’ho vista ripetersi tutte le volte che per un motivo o per un altro stavo a casa invece che a scuola. Le litigate seguivano più o meno lo stesso canovaccio: «Signora mia, io vi rispetto ma stavolta avete proprio esagerato. Siete proprio una cafona. Basta vedere da dove venite. Certe cose a me non le dovete proprio dire…» dopodichè sbattevano la porta e per un po’ non si parlavano. I pomoli si scurivano e le due non si parlavano. A porta chiusa, il pavimento all’ingresso ci metteva più tempo ad asciugarsi, e le due non si parlavano. Poi il miracolo. Bastava una sciocchezza, e tornavano a cinguettare come i canarini di mio nonno. Che era successo? Non ho mai avuto la fortuna di assistere all’evento. Una volta chiesi spiegazioni a mia madre, ma la risposta mi deluse («Mi ha chiesto scusa e io l’ho perdonata»). Non ci voleva troppa fantasia per immaginare che la signora alla figlia avesse dato analoga risposta. Quel pianerottolo è stata un’altra tappa nell’universo femminino. Parafrasando: piccolo passo per l’umanità, ma un grande passo per me.

E’ ugualmente inutile cercare di capire perché due donne litigano e perché fanno pace. E’ utilissimo, invece, studiare le fasi dei due accadimenti. Sono le fasi che ciascun maschietto prova frequentando la femminuccia.

Stanno a tavola. Lei è scura in volto. Lui le chiede cos’ha. Lei risponde niente. Lui cambia canale tranquillo. Lei aggiunge che, per quel che gliene importa a lui, lei potrebbe pure averci un cancro. Lui toglie il volume e le dice: lo vedi che hai qualcosa che ti rode? perché mi rispondi niente? Lei di rimando: tanto è inutile che te lo dico, non puoi capire. Si continua così fino al litigio finale. Poi si riprende fino alla pace. Non serve che mi dilunghi: ciascun maschietto, come ciascuna femminuccia, sa di cosa ho parlato.

Lillino non mi faceva paura per niente. Ma non ne sopportavo l’abbaiare. Era isterico. Come il miagolìo dei gatti in calore.

Quando vedo una persona fare le moine a un gatto, non mi vengono in mente ricordi di infanzia. Qualche decennio fa, un mio amico tipografo lucano mi invitò in un ristorante dove tra l’altro, mi assicurò «si mangia il coniglio proprio all’uso nostro». La cena fu ottima. E in un paio di anni ci tornammo diverse volte. Una volta, feci tappa lì con moglie e figli vantando il coniglio «all’uso loro». Anche in quell’occasione mangiammo benissimo. Un anno, sul finir dell’estate, proposi agli amici di andarci a mangiare un coniglio come si deve. Scoppiarono tutti a ridere. E così mi raccontarono che, quando avevano prosciugato l’acqua che scorreva sotto, erano riaffiorate centinaia e centinaia di carcasse di gatto. Non ci posso fare niente. Vedo un gatto e penso a quelli travestiti da coniglio.

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Un Commento

  1. Sembra una pagina di un romanzo di formazione. Dimostra quindi quanto l’autore sia giovane, proprio come approccio.
    Le riflessioni però sono di chi parecchia vita l’ha vissuta [e appresa].
    Quello che colpisce è il bestiario letterario pieno di animali e uomini. E di donne. Non si sa dove finisce l’animale e comincia l’essere umano.
    La memoria è un monito.

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