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La busta rossa

Il treno era arrivato con la solita mezz’ora di ritardo. La stazione era affollata e rumorosa. Fuori il traffico scorreva a fatica intorno alla grande fontana della piazza. Grossi autobus di lusso sostavano dove nemmeno qualche anno prima oziavano le carrozzelle per i turisti. La ressa delle auto andava presa per un caotico segnale del decollo del Mezzogiorno.

Per Francesco non era stato difficile trovare la sede del giornale. Adesso stava lì, in attesa, mentre giovani indifferenti e indaffarati passavano da una stanza all’altra stringendo, con soddisfatta aria di noia, pezzi di carta tra le mani. Era finalmente arrivato! Stava lì da solo un paio di minuti e già si sentiva arrivato.

Alto e magro, Francesco conservava di sicuro un po’ di antico sangue normanno ed anche gli occhi grigio azzurri erano spuntati fuori dalle brume guerriere del Nord. Era elegante nonostante il vestito mostrasse segni di usura. I capelli, neri e lucidi, erano tagliati molto corti e per questo fatto lo notavano subito tutti. Sul treno, il giovane controllore, dai capelli biondastri che lunghi e arruffati sciamavano di sotto il berretto regolamentare, l’aveva guardato quasi con simpatia perché s’era immaginato fosse un militare di leva fresco di licenza.

Francesco aveva in tasca una lettera di presentazione scritta su carta gialliccia ed infilata in una busta rossa commerciale che il prete tirava fuori dal cassetto tutte le volte che raccomandava qualcuno alla attenzione ed alla bontà di questo o di quello. Quel cassetto pareva inesauribile: quanti fogli giallicci erano usciti da là dentro? Un interrogativo che appassionava più di qualcuno, considerando che don Luigi, il prete appunto, non diceva mai di no a nessuno e scriveva lettere forse con maggior frequenza di quanto non dicesse messa. E di messe ne diceva tante. Ed era arrivato anche per lui il momento di avere una bella raccomandazione.

Ora stava lì guardandosi beato intorno. Respirava eccitato l’aria greve di piombo e inchiostro.

– Questo è il mio mondo.

Se lo ripeteva calcando mentalmente sulle parole; godendo quando diceva «mio»: sorrideva quando pensava al mondo che gli «apparteneva».

Ad un tavolo d’archivio di fianco all’ingresso e distante qualche metro, sedeva una donna. Poteva avere quaranta come sessant’anni. I capelli rossiccio sbiaditi esalavano l’ultimo respiro di ossigeno intorno alla piccola testa ossuta. Davano l’impressione che, a toccarli, avrebbero lasciato tracce di polvere sulle mani. Come in soffitta: polvere penetrante e vecchia. Due lenti montate in falsa tartaruga le si appollaiavano sopra un livido naso grifagno. Erano talmente spesse da sembrare lenti posticce, avanzi di un passato carnevale.

La bocca si stringeva su labbra livide con sgradevoli tracce di rossetto. Spuntavano due denti svergognati, che comunque un buon dentista avrebbe messo a posto con adeguata spesa. Il resto del corpo dava l’idea di un accrocco informe che l’abito di lanetta grigia a sacco s’accaniva a presentare più sgraziato. Le mani tozze eppure adunche grazie alle lunghe unghie rosso fiamma si muovevano di continuo afferrando stringendo torturando. Francesco avrebbe voluto chiedere ai figli se quelle mani erano anche capaci di accarezzare.

Ma tutti quei particolari e ogni altra sfiziosità che gli era passata per la testa, Francesco li avrebbe annotati in seguito mettendo la memoria sul rewind, un’operazione che gli riusciva sempre in pieno.

Avvicinatosi alla scrivania, si rivolse alla donna come se fosse stata una elegante, curata, madame.

– Buongiorno, signora.

Lei non alzò nemmeno il capo; ebbe però un gesto di stizza. Stava contando mazzette di soldi. Le inserzioni pubblicitarie di poche righe si pagavano contanti ed era lei a riscuotere.

– Cosa vuole?

L’apostrofò all’improvviso. La voce era un trafiggente miscuglio di stridulo e di gutturale. Il punto interrogativo l’aveva colpito come un’offesa lanciata di traverso. E per uno di quegli strani ed improvvisi lavorii del cervello, gli tornarono in mente le parole oscene che vomitava zi ‘Ntuono, giù in paese, quando i bicchieri di vino tracannati liberavano vecchi rancori mai sopiti. A quella donna, invece, erano bastate due sole parole per offendere. Le rispose gentile ma fermo.

– Avrei da consegnare una lettera per il signor direttore.

– La dia a me!

La voce l’aveva ancora aggredito. E rinnovata l’offesa.

– Se il signor direttore non c’è, l’aspetto. Grazie. Non c’e bisogno che si disturbi.

Sollevata la testa dalle mazzette contate e ricontate, la donna lo guardò con durezza. Opache bollicine di saliva s’erano raccolte agli angoli della bocca. Un leggero ansimare avvertì Francesco che la donna stava per ribattere quando, anticipato da uno scroscio d’acqua, comparve il direttore. Per nulla imbarazzato e richiudendo la sgangherata porticina del gabinetto, lo scrutò facendo la faccia incuriosita.

– Volevi me?

Quell’uomo avrebbe fatto la gioia di qualsiasi caricaturista: una rotonda testa pelata stava in precario quanto miracoloso equilibrio sopra due spalle strette e all’ingiù; il ventre straripava dalla giacca e s’appoggiava su due gambette corte che finivano in un paio di scarpe dalla punta larga e lunga; un grosso orologio d’oro luccicava sul polsino della camicia. Era di mezz’età ma si sforzava di essere giovanile. Gli aveva parlato con una voce sottile e carezzevole. Gli aveva sorriso persino.

– Avrei una lettera di don Luigi, il parroco di…

– Entra, accomodati.

L’uomo spinse una porta a vetri ed entrò con passo energico in una stanza piccola ed ingombra di carte e giornali.

Un tavolo era stretto nell’angolo sotto un finestrone dal quale entrava poco più di un barlume di luce: probabilmente affacciava su un vicolo. Sopra al tavolo giaceva ozioso un cristallo opaco. Era sbrecciato in più punti.

Con gesto assolutamente assolutorio, il direttore liberò una sedia da un mucchio di carte e la spinse verso Francesco. Pomposo prese posto dietro il tavolo.

– La mia scrivania da lavoro.

Lo dichiarò allungando le braccia lungo i bordi per coccolare il miracolo elargito ad ogni visitatore: la trasformazione di un vecchio tavolo in una efficiente scrivania.

– Dimmi tutto.

Il giovane gli porse la busta rossa mentre sedeva cauto, attento a non disturbargli la lettura.

– Ha fatto bene don Luigi a mandarti da me. lo privilegio i giovani. Voi siete le nostre speranze per il domani. E non solamente per il Sud.

Sulla sedia Francesco stava per perdere l’equilibrio. Quelle dichiarazioni l’avevano preso alla sprovvista. Pensò disperatamente ad una bella frase che facesse effetto su quell’uomo tanto saggio e buono. Ma non gli venne in mente niente. Era confuso. E più ci pensava e più diventava confuso. L’altro, intanto, incalzava.

– La filosofia del mio giornale che si fonda sulla pragmatica visione della vita al servizio dell’uomo della strada trova a livello sociologico ed eticoculturale pochi estimatori. Ma io vado dritto senza infingimenti e senza cadere nelle panie del potere. Tu mi capisci, nevvero?

– Certo!

Francesco aveva risposto cercando di infilare in quell’unico avverbio tutta l’ammirazione che provava per il signor direttore e tutta la dedizione alla causa che aveva sposato all’istante.

Il sorriso di benevolenza l’incoraggiò a proporsi.

– Ho scritto un articolo sulla condizione giovanile nel Sud e…

Fu interrotto con un garbo fratello gemello di quello di prima.

– Lasciamelo. Adesso mi scuso, purtroppo ho molto da fare. Ho ancora da scrivere il mio editoriale. Leggimi…leggimi…vedrai!

Parlava e l’accompagnava alla porta. Francesco si rese conto di stare sulla soglia quando era ormai troppo tardi per tentare un minimo di resistenza.

– Torna la prossima settimana. Ti saprò dire qualcosa. Mi raccomando, in gamba, eh?

Francesco si ritrovò per strada nel sole meridiano e nel traffico.

La settimana, al paese, la passò raccontando a chiunque gli capitasse a tiro della calorosa accoglienza fattagli dal direttore di un importante giornale. Spesso gli chiedevano se sarebbe andato alla televisione e Francesco si schermiva ma in cuor suo ci pensava pure lui. Chi vide crescere la propria importanza a dismisura fu don Luigi. Le raccomandazioni di un prete di provincia avevano anch’esse il loro peso, dopotutto.

Tranne i soliti invidiosi e le inesorabili malelingue, i compaesani fecero sinceri auguri al giovane giornalista di successo. «Chissà se ti ricorderai di noi quando sarai diventato importante!»: ripetevano senza troppa convinzione. Quando mai uno importante si è ricordato di quelli rimasti signor nessuno.

La settimana finì. Come la volta precedente, partì con la camicia bianca appena stirata e le scarpe azzimate di cromatina. Anche il treno si presentò con la solita mezz’ora di ritardo.

Segmenti SudArrivato, il traffico stavolta gli fece meno impressione e la voce sgraziata del cerbero in lanetta grigia non l’offese nemmeno un po’. II direttore fece capolino affabile e gentile. Parlò a lungo, scusandosi, fra l’altro, per non aver avuto il tempo di leggere l’articolo.

– Vedi quanta roba sulla mia scrivania da lavoro! Devi avere un po’ di pazienza. Sei tanto giovane e aspettare un pochettino non ti farà male. Sapessi quanto tempo ho dovuto aspettare io…

E sospirando lo accompagnò sul limitare della porta. Un altro passettino e fu fuori.

Da quel giorno Francesco è tornato tante altre volte. Finché la donna curva sulle mazzette di soldi un giorno si è stufata e non l’ha fatto nemmeno entrare.

– Che ci fa ancora qui? Se ne vada. Mio marito non ha tempo da perdere.

Quella voce l’offende tuttora nel ricordo.

Questo racconto lo pubblicai sul primo numero di “Segmenti Sud”, il mensile del quale ebbi la direzione nel dicembre del 1985. Lo rivedo volentieri su internettuale.

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