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Catasto in tilt

S’era messa in fila, armata di tanta pazienza e di altrettanto spirito civico, per pagare il nuovo balzello sulla casa deciso da un governo a caccia di soldi (dalle nostre tasche) per pagare almeno gli interessi sui debiti (loro). Era arrivata presto, alle sette del mattino, davanti agli uffici del catasto a Roma, in via Reggio Calabria. Col passare del tempo la fila s’era allungata. Molti mugugnavano: quando la finiranno di spremerci come limoni? Qualcuno, più anziano, rassegnato commentava: tanto non c’e niente da fare, è meglio non farsi il sangue amaro.

Alle dieci del mattino, gli uffici restavano inesorabilmente sbarrati. Alle proteste della gente nessuno rispondeva. Quando gli improperi s’erano fatti minacciosi, era arrivata la polizia a mettere ordine. II direttore s’era arroccato e rifiutava di dare spiegazioni. Gli agenti erano subissati dalle domande. Qualcuno li invitava a tirare fuori le manette. Qualunquismo? Senz’altro, ma una reazione legittima.

Intanto la signora aveva ricevuto il numeretto di prenotazione. «Sono arrivata presto e me ne andrò presto»: pensava; soddisfatta di aver messo la sveglia qualche ora prima del solito. Ogni tanto faceva un passettino che l’avvicinava all’ingresso. Davanti a lei, c’erano persone che s’erano accampate in strada fin dalle quattro. Forse erano più esperte di code e sapevano che in questi frangenti tocca anticipare l’alba. A mezzogiorno, finalmente, era arrivato il suo turno. «Torni domani, oggi non c’e niente da fare»: l’invito, fra il perentorio e lo scocciato, l’aveva lasciata di stucco. E come lei, tanti altri avevano cominciato a rumoreggiare ma il fatiscente palazzo del catasto si era dimostrato più inaccessibile della Banca d’Italia.

Per carità! Lungi dal cronista l’idea di armare una polemica e di lanciare facili accuse ai burosauri della lentocrazia. Non è la prima volta, però, che la stampa ha sottolineato come alle decisioni dei “vertici” non corrispondessero analoghe rapide esecuzioni alla “base”. Cos’e che non funziona nei pubblici uffici? Al catasto dicono che i computer hanno fatto tilt. Una volta, la colpa era sempre dei moduli che finivano prima del tempo oppure della onnipresente marca che non era quella giusta. Da un po’ di tempo in qua, la colpa è del terminale. II piccolo video, ad un certo punto, comincia a dare i numeri. L’impiegato digita nervosamente, fa qualche gesto di rabbiosa impotenza e poi sbotta: guasto.

Se i computer hanno la luna giusta, capita anche, come al catasto di Roma, che manchi il personale. La colpa è pure del governo che decide di far funzionare a pieno ritmo quegli stessi uffici che normalmente seguono l’andatura pacifica e ruminante di una vacca al pascolo. Figuriamoci d’agosto.

In questo mese, dedicato all’immobilità da spiaggia, i pubblici uffici assomigliano ai fortini del Far-West dove restano vecchi, donne e bambini perché i cavalleggeri sono partiti a caccia di indiani. Può un ufficio, sguarnito dalle sacrosante ferie agostane, affrontare un’emergenza? E’ burocraticamente impossibile.

E vano diventa qualsiasi tentativo di risalire ai “responsabili”. Palleggiato fra i computer che si ostinano a non rispondere agl’input dell’impiegato e gli sportelli sguarniti, il cittadino si chiede se vale la pena di comportarsi correttamente. Comincia ad avere qualche dubbio. Gli viene anche in mente che altre volte lo Stato ha chiesto pedaggi improvvisi. Di “una tantum” l’album governativo è pieno. Altre volte, numerose volte, dunque, il galantuomo s’e messo pazientemente in fila col portafoglio in mano.

Altrettante volte, dopo qualche tempo, quello stesso governo, che aveva minacciato tuoni e fulmini per chi si fosse sottratto al proprio dovere di cittadino, ha varato sanatorie e condoni alla faccia delle persone oneste.

Ieri mattina, davanti al catasto qualcuno ha mormorato: me ne torno a casa e aspetto per pagare quando faranno il condono. Anche le file (inutili) convincono il cittadino che è meglio fare il furbo. Ogni volta che un ufficio non funziona è un duro colpo alla credibilità dello Stato. Perciò, è meglio che facciano qualcosa. E subito.

Questo articolo fu pubblicato l’11 agosto 1992 sul quotidiano romano “Momento-sera”. Lo ripubblico qui per due motivi: il primo per ricordare che, mentre la mia famiglia era al mare, io facevo una sostituzione estiva per guadagnare qualche lira in più; il secondo per sottolineare quanto sia necessaria una riorganizzazione dello Stato almeno nei suoi punti di contatto con il cittadino.

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