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E d’Annunzio fondò la Lega di Fiume

«Io rifarò fra poco quella via che feci sotto il sole di settembre del I919»: così Gabriele d’Annunzio, Comandante in Fiume per un anno quattro mesi e sei giorni, prendeva commiato dalla “Città di Vita”. Era il 18 gennaio del 1921: esattamente sessant’anni fa. Molto si è detto e scritto sull’impresa fiumana. In questa sede, facciamo parlare soltanto il “Comandante”; cioè lasciamo che il racconto di quei giorni si dipani attraverso le sue parole. Non c’e dubbio che buona parte della scelta dannunziana sia stata il frutto di un istintivo disprezzo e di una crescente disistima che l’Imaginifico provava per gli uomini che affollavano i corridoi del Parlamento e che avevano nelle mani il destino della Patria.

«M’accadde l’altr’ieri – scriveva qualche mese prima della decisione di Ronchi – non senza ilarità, di vedere male impressi nella carta floscia di un giornale meridiano i più o meno noti grugni dei nuovi ministri. Non si può dire che sia gente ben costrutta, quantunque ben pasciuta». Lasciandosi trasportare dalla fantasia e dalla rabbia, continuava: «Ispirano una ripugnanza simile a quella che si prova nei musei di cera in un giorno di canicola, quando i personaggi ben dipinti, ornati di peli veri e di veri capelli, vestiti di panni nuovi, incrovattatti con diligenza, cominciano a diventare sudaticci e untuosi quasi umanamente. Sono di una falsità indimenticabile, più fissa che quella dei cadaveri imbalsamati».

Era innanzitutto la sua sensibilità estetica che gli faceva dare giudizi del genere? O era, molto più politicamente, un ritratto che egli tracciava per esprimere un giudizio, come si direbbe oggi, “globale”? Non entriamo nel merito, ma certamente «i grifi di questi altri salvatori del Paese, rimessi a nuovo dallo zelo del barbiere e del parrucchiere ufficiosi» erano i volti di gente che, a giudizio della maggioranza in quegli anni, avevano lasciato che la Vittoria fosse “mutilata” e che il sangue versato nel primo conflitto mondiale dagli Italiani fosse servito a “fecondare” altri suoli che non quello italico.

Ed a proposito della corruzione e della inettitudine, che parevano inquinare le istituzioni dell’epoca, d’Annunzio ebbe a dire: «Tutto è sterile. Tutto è sovvertito e corrotto. La menzogna è una istituzione statuale, che ha i suoi mille e mille organi esatti. La ruberia è la grazia manesca dell’autorità. L’Erario saturninamente divora i sudditi e si scioglie in diarree sospette».

In certi momenti, era andato pure più in là. Aveva addirittura tentato di allargare il discorso fin nelle più lontane sabbie mobili di una analisi, che, per essere onnicomprensiva, a volte si ferma alla superficie. «In tutta l’Europa, in tutto il mondo – scrisse – il potere politico è al servizio dell’alta banca meticcia, è sottomesso alle imposizioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzii legali». Un giudizio senza ripensamenti; tant’è che scrisse anche che «neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà». «Le nazioni – concludeva – sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni sterili e delle leggi esauste».

E’ chiaro che un uomo, il quale aveva una tale concezione della realtà e che si sentiva tanto estraneo e nemico nei confronti di tutta una classe dirigente, non poteva non cogliere al balzo l’occasione che gli si presentava di forgiare il tipo “nuovo”, di ripristinare antiche “virtù romane”. Ed era cosi convinto che, una volta scosso, il popolo italiano l’avrebbe seguito, che non perdeva l’occasione, nei suoi dialoghi con la folla, di usare la frusta. «Gli Italiani sono diventati ottusi e tetri». «Certo – aggiungeva – sono stanchissimi, e la estrema stanchezza li rende ottusi». «Mi sembra – disse alla folla plaudente – che voi non aspiriate se non al premio della pazienza, che certamente sarà istituito dal nuovo paterno regime». E concludeva: «Io sono venuto qui appunto per misurare la vostra pazienza, che mi sembra incommensurabile». «Furit ardor emendi – urlava in latino – la nazione fa i suoi pasti» ed ognuno pare che dica «dove si manduca, il tuo senno ci conduca».

In Fiume occupata, d’Annunzio emanava leggi, organizzava incontri internazionall, faceva, insomma, la politica che gli appariva la più idonea per la fondazione del “novello Stato”. «leri come oggi – arringava dal balcone – oggi come domani, quando la stirpe e l’uomo sta per perdere la ragione di vivere, insorgere è risorgere». II fatto che Fiume fosse contesa all’Italia dalla Jugoslavia a lui sembrava un assurdo e una bestemmia; non era una nazione che si opponeva ad un’altra nazione, «ma il nuovo regno serbo croato sloveno è una specie di frode mostruosa, è una specie di Malebolge terrestre dove Belgrado comanda, Seraievo congiura, Zagabria minaccia, Lubiana schiuma, e cattolici e ortodossi e musulmani si dilaniano, tra Oriente ed Occidente, tra Bisanzio e Roma». Così la sua battaglia non era più per il territorio di Fiume, ma diventava una crociata nella quale il compromesso non trovava posto.

Quando fondò la Lega di Fiume, disse che vi si sarebbero raccolti, gli uni dopo gli altri, «tutti quei popoli che oggi patiscono l’oppressione e che vedono atrocemente mutilate le fibre viventi dei loro territori nazionali, e che guardano al vessillo di Fiume come al segno della rivolta e della libertà». Tracciava le linee di una politica internazionale e riscopriva l’importanza del Mediterraneo, soprattutto rifiutava l’idea che l’Italia dovesse essere la “sorella povera” dell’Europa. «L’Italia delusa, l’Italia tradita – scriveva – l’Italia povera si volga di nuovo all’Oriente dove fu fiso lo sguardo dei suoi secoli più fieri. Non ode l’appello degli Arabi e degli lndi?».

Ma le cannonate del “Natale di sangue” posero fine al sogno dannunziano e spianarono la strada a ben altre avventure.

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