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Il business della casa

Abbiamo provato a mettere insieme una serie di cifre per inquadrare il problema-casa; senza fare letteratura. Prima del 1978, anno in cui è entrata in vigore la legge sull’equo canone, gli investimenti in costruzioni erano all’incirca così suddivisi: un terzo agli investitori “tradizionali” (assicurazioni, fondi pensione, etc.); un terzo a privati che acquistavano una casa per andarci ad abitare; ed un terzo a persone o gruppi finanziari che sceglievano di investire nelle costruzioni. Dal 1982, da quando cioè il mercato finanziario ha incominciato ad offrire ai risparmiatori redditi superiori al 10%, la terza fascia, quella dei privati e/o gruppi finanziari, è scomparsa.
Nel 1971 si son fatte 455mila case e questa quota è stata più o meno la stessa per dieci anni; fino all’81, quando di case ne sono state fatte 215mila. Secondo varie fonti (Censis, sindacati, etc.) al principio di questo decennio mancavano in Italia 20 milioni di vani. Ed il deficit tra nuova offerta e nuova domanda ha preso a marciare al ritmo di 90mila alloggi all’anno. Nell’82 le famiglie costrette alla coabitazione superavano i due milioni; il 30% concentrato nelle aree metropolitane.
Dal rapporto Censis dell’84, apprendiamo che il 20% delle case esistenti in Italia (21 milioni e 850mila) non è occupato e che l’abusivismo è in forte crescita: nel periodo 1977-1983 i metri quadri edificati abusivamente sono stati più del doppio rispetto a quelli del 1969.
II Cresme denuncia (giugno ’85) come «la distorsione del mercato abitativo sia precipitata negli ultimi quindici anni: poche case costruite nelle metropoli e nel Nord, troppe nei piccoli centri e nel Sud; tra un equo canone ed un sistema fiscale che congiurano a generare lo stesso blocco delle famiglie all’interno del patrimonio tanto in affitto che in proprietà».
A Roma, nell’84, si contano 750mila vani abusivi nei quali vive più di un quarto della popolazione; si prevedono per l’85 circa 80mila famiglie sfrattate. Si tratta di previsioni allarmistiche. Secondo un rapporto del ministero dell’Interno, nel primo trimestre ’84, il totale dei provvedimenti di sfratto emessi dalla magistratura è stato di 59.830. Le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale giudiziario sono state, però, 13.440. E ancora di meno gli sfratti realmente eseguiti: 4.860.
Intendiamoci: si tratta comunque di un dramma, di una terribile spada di Damocle che pende sulla testa di tante, troppe famiglie. Ma ci pensano le disfunzioni e la lentocrazia a stemperare e diluire.
A fine ’84, il Movimento federativo democratico consegna al prefetto ed al sindaco di Roma l’elenco di cinquemila appartamenti vuoti: è un’indagine, peraltro non completa, che denuncia il fenomeno dell’”imboscamento”. Tre Circoscrizioni (V, VI e VII) valutano, mediante un censimento mirato, che oltre il 60% delle case vuote sia da considerare “imboscato”, in quanto case non offerte né in vendita, né in affitto e neppure per uso di vacanze o di lavoro.
A livello nazionale gli appartamenti “imboscati” dai proprietari hanno registrato un trend in ascesa notevole: 654.560 nel 1951; 1.182.000 nel ’61 e 2.132.100 nel ’71. Dieci anni dopo arrivano a 4 milioni e 395 mila. Nel “Libro bianco sulla casa”, edito nell’86 dal ministero dei Lavori Pubblici, si danno due suggerimenti: 1) Aumentare le tasse sulle case tenute libere dai proprietari (unico mezzo per costringerli a rimettere sul mercato gli appartamenti “congelati”). 2) Ridurre le tasse per chi costruisce appartamenti da destinare all’affitto (le imprese sarebbero indotte così a tornare all’attività immobiliare).
Intanto, ci sono le case appartenenti agli enti pubblici. Sul patrimonio immobiliare dello Stato si potrebbe contare parecchio. Per farne il censimento e calcolarne il valore, i tempi sono lunghi. Nell’82 Ia Corte dei Conti sottolinea che su 5.350 partite di immobili in uso governativo il valore di 3.322 partite (62%) è “aggiornato” a oltre vent’anni fa. La Commissione di indagine sul patrimonio immobiliare dello Stato (costituita con decreto del presidente del Consiglio nell’ottobre dell’85) svolge una prima relazione nel marzo dell’anno seguente. Due le conclusioni di maggior rilievo: per quanto riguarda i fabbricati, lo Stato ne possiede un volume doppio rispetto a tutti quelli costruiti in Italia nell’82; il valore del patrimonio immobiliare ammonta a 143mila 500 miliardi, pari ad un quarto di tutte le risorse prodotte in Italia nell’84.
Una ricognizione su tutto il patrimonio, per recuperare alloggi, darebbe un sostanzioso segno di rinnovata volontà politica.
A Roma gli appartamenti non occupati sono 113.468 (secondo i dati Istat del censimento ’81) per complessive 404.522 stanze. I 3/4 sono di proprietà privata. Diecimila appartamenti sono in vendita e 6.728 sono tenuti vuoti da: Stato, Comune, Provincia, Regione, Iacp e via enti elencando. In totale (e riportiamo dati dell’84) 250mila case appartengono ad enti pubblici; 90mila sono Iacp e 20mila del Comune di Roma.
II Centro di ricerche economiche, sociali e di mercato (Cresme) prevede (i dati sono dell’86) un calo del 3,7% negli investimenti in abitazioni (comprese le ristrutturazioni).
La forbice tra domanda ed offerta si allarga: la gente lascia i grandi centri. A Roma, dall’80 all’83 gli abitanti del centro calano di circa il 3% (85.764 persone). In Italia, negli ultimi cinque anni, mezzo milione di persone ha abbandonato le grandi aree urbane (Roma, Milano, Napoli, etc.).
E’ vero che i problemi dell’edilizia scolastica sono stati avviati a soluzione quando Ia crescita demografica s’è ridotta a zero. Ma certamente non si può pensare di risolvere il problema della casa costringendo la gente all’esodo in massa.

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