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I Lucani

La “guerra sociale” che per anni ha insanguinato l’Italia sembra finita con la sconfitta degli Italici; ma le lotte intestine che oppongono il partito di Mario a quello di Silla danno nuovo alimento ad un incendio non del tutto domato. Quando Marco Lamponio Lucano, generale in capo delle genti lucane, giunge al comando di un poderoso esercito d’insorti sotto le mura di Roma, corre l’anno 82 a.C. In proposito narra Plutarco: «Nella città, come si può pensare, avvenne un grande scompiglio. Le donne corsero di qua e di là gridando, quasi fossero già cadute in mano al vincitore… ».
Ed in effetti il popolo lucano, così come il popolo sannita del quale è alleato, non attacca Roma solo per ottenere la cittadinanza tanto ambita, ma soprattutto per vendicarsi delle sconfitte passate e per abbattere la supremazia romana. Il 1° di novembre a Porta Collina non sono più le fazioni di Mario e di Silla che si scontrano, bensì Roma deve riaffermare con la lotta il proprio diritto all’egemonia. E’ una battaglia condotta senza quartiere quella che avviene quasi sugli spalti capitolini e che finisce con uno spaventoso massacro: Silla vince; e con lui vincono il Senato ed il Popolo di Roma.
Ma chi sono questi Lucani che dopo 672 anni dalla fondazione non si sono ancora rassegnati a riconoscere l’autorità di Roma?
Lo storico greco Dionigi d’Alicarnasso, vissuto a Roma durante il I sec. a.C., racconta che i Lucani avevano ereditato dai loro avi i rigorosi e severi costumi spartani. E, poiché gli Spartiati stessi erano stati maestri dei Sabini, non v’era dubbio che da questi ultimi discendessero i Lucani.
Un altro storico greco, Strabone, morto all’ombra del Vesuvio circa vent’anni dopo la nascita di Cristo, è senz’altro d’accordo con Dionigi. Infatti scrive che il popolo più antico è quello dei Sabini i quali, fra l’altro, sono pure “indigeni”: sono loro che hanno dato origine alle genti che hanno popolato il Piceno nonché ai Sanniti; ed è a questi che debbono i loro natali i Lucani.
Anche Plinio il Vecchio, morto circa sessant’anni dopo Strabone durante un’eruzione del Vesuvio, quando parla dei Lucani dà per scontato che discendano dai più antichi Sanniti.
Ma se, almeno all’apparenza, non c’e disaccordo sull’origine etnica, per quanto riguarda l’etimologia del nome è stato, nel corso dei secoli, un continuo dibattersi di tesi contrarie.
Perché i Lucani si chiamano così e non in altro modo? Nonostante si siano andate moltiplicando le interpretazioni che studiosi più o meno ferrati in filologia hanno dato, non è che il problema sia stato definitivamente risolto!
In un testo di circa due secoli or sono, abbiamo trovato raccolte numerose testimonianze ed interpretazioni le quali o sono dall’autore dell’opera poste a confronto fra di loro o decisamente bocciate oppure considerate con stupore polemico. Ed è proprio la “vis polemica” che anima questi trattatisti del Settecento e dei primi dell’Ottocento che ha stupito noi; una “tavola rotonda” dei nostri giorni non potrebbe essere più accesa!
Il barone Giuseppe Antonini, autore del testo in questione (La Lucania, ed. Napoli 1795), conduce benevolmente il lettore attraverso meandri e labirinti di deduzioni e traduzioni per poi concludere tranquillamente: «Convengo volentieri col Magnoni, come con tutta la repub. de’ dotti, che avendo i Lucani preceduto di molto l’origine della Lingua Latina, e forse, e senza forse popoli molto anteriori que’ stati essendo a’ Greci stessi, i quali venuti in Italia non trovaron già né que’ siti inospiti, ma ben popolati, e né quegli abitatori primitivi mica barbari nelle loro leggi, costumi, arti etc. benché barbari al loro solito I’avessero chiamati (e chi non sa la boria e l’orgoglio de’ Greci?) come da monumenti di loro cultura rilevasi, dalle medaglie, ruderi di fabbriche, e reliquie dell’antica storia etc. altronde che dal Greco ripeter devesi l’origine di lor nome: e se de’ Pelasgi ii linguaggio a noi ignoto non fusse, non dubito, che in desso la rinverrebbemo».
II valore scientifico della citazione sopra riportata risiede nella constatazione, peraltro molto lineare, che i “monumenta” cioè le testimonianze del passato in Lucania erano già allora, prima ancora che successive campagne di scavi condotte negli ultimi decenni ne portassero alla luce di “definitive”, tante e tali da far apparire se non altro alquanto restrittiva la datazione greca. Essendo i Greci venuti ad impiantare loro colonie sulle sponde joniche verso il sec. VIII a.C., non è certamente dai Tarantini o dai Metapontini che i Lucani furono chiamati con tale nome.
Un altro studioso della seconda metà del Settecento, Francesco Mazzarella Farao, ci offre un esempio di “dotta argomentazione” ed a noi piace riportarne un brano per intero anche perché, facendone invece un riassunto nel nostro italiano, esso perderebbe quella patina per tanti versi affascinante ed evocativa.
«Se in Arabo — scriveva il Mazzarella — sappiamo che Luckha, secondo lo scrivon i dotti, significa il corvo e sappiam pure quanto quella Provincia (la Lucania; nda) in varj luoghi di tali uccelli abbonda, chi culto nelle dotte lingue non sa pure che nel Celtico abbiam lug, luc llwch, che val colle, elevatezza, acqua, fiume? E non è quella regione tutta piena di colline, monti, fiumi, fontane e bellissime sorgenti per limpidezza ammirabili, e per ogni altro don di Natura? Nel Celtico stesso, e nell’Arabo forse che’l semplice lu, ly, lug non dinotan tanto il lume, quanto ciocché altro mai a questo abbia rapporto? e quindi sicuramente il Latino lux, lucus, lucanas, lustrum, il nostro italiano lucciola, lume, luna, e dove lasciavam il luca, che dato per epiteto a Bos non farà il Bue lucano, ma bianco, visibile, spettabile, bello, grosso, ed in conseguenza anche l’elefante per la di lui mole però, non già perché la prima volta in quel paese da’ Romani veduto, come i pedanti dan ad intendere a’ ragazzi: lo stesso dirai di lucanar, ch’è il lume ingrediente, e voce di cadenza tutt’etrusca, e di Lucina, Dea che ajuta le incinte a dare, ed i putti ad uscir alla luce del di’. E in Greco non v’e forse leukos, candidus, albus, e leusso video, per potersi alludere alle nevi de’ monti, ed allo svegliato talento e vivissimo quanto penetrante di que’ spiritosi Nazionali? (…) e se dal Lug celtico venne il Lagad brettone, che val oculus, e perché non quindi (potrebbesi domandar agli etimologisti) il detto lat. lux e l’epiteto di lucido, rischiarato, chiaro, che ben si conviene ad un perspicace popolo abitatore d’una comarca di bell’aria, perché tutta quasi montuosa, e per bei luoghi elevati cospicua?».
C’è, come si vede, storia e c’è leggenda. Ci sono le sanguinose esaltazioni della Natura ed amore per la propria terra, c’è pure la glottologia mista e tanta fantasia: eppure il filone culturale al quale fa capo il Mazzarella ci conduce fino ai tempi d’oggi facendoci avvertire quanto sia forte il legame di una Cultura pure laddove gli eventi storici abbiano portato rotture e lotte intestine.
Ma veniamo a tempi più recenti.
Dieci anni fa (aprile 1970) in Oppido Lucano si tenne un convegno di studi sulle antiche civiltà lucane; gli atti di quegli incontri furono raccolti in un volume (Congedo ed. 1975) dal quale noi abbiamo estrapolato parte dell’intervento di Silvio Ferri che ci pare il più adatto a “completare” una ricerca quale questo articolo propone.
Considerato che non è la prima volta che «la scienza delle parole insegna la via alle scienze storiche», il Ferri conclude: «Orbene, date due radici, ambedue indoeuropee e ambedue illiriche, ma una decisamente e persistentemente illirica, l’altra con veste ormai greco-italica – radici che ambedue, per il loro significato di “scannatore, strozzatore” significano “lupo” e hanno trasmesso, per via totemica o altro fatto religioso, questa etichetta “lupina” a uno stesso popolo sotto tre nomi diversi; – dato ciò noi, semplificando qui i passaggi, abbiamo dalle due basi dhau e ulq (luquo etc.) la ovvia seguente equazione: Dauni = Fauni = Luki, nella quale risulta che le prime due forme, foneticamente equivalenti, rispecchiano con persistenza direi nazionalistica la loro origine, ma che la terza, dovuta probabilmente a diversità di gruppi etnici, o a diverse condizioni di ambiente migratorio, non manifesta nei documenti storici nessuna dissonanza con l’altra: “Faunus” è “Lupercus” e a lui sono dedicati i Lupercalia, Dauni sono i Rutuli, Ardea è la città di Dauno e, nello stesso tempo, Lukesos-Lukeros è il re di Ardea prezioso alleato di Romolo nella guerra contro i Sabini; d’altra parte le tre tribù Romulee primigenie “Tities Ramnesque viri Lukeresque coloni” assicurano a mio avviso la presenza costituzionale dei nostri Dauno-Luki (cfr. “luca bos” = elefante, alla lettera “vacca lucana” coll’aggettivo arcaico latino lucus-a-um) nella organizzazione politica romana originaria».
Perciò, per “conoscere” i Lucani è necessario rivedere con gli occhi della mente quelle lunghe migrazioni di popoli indoeuropei i quali nel secondo millennio a.C. attraversano in un flusso a volte continuo a volte sporadico l’Anatolia, la Grecia e l’Italia.
Nel XV sec. a.C. noi troviamo i Lucani stanziati nel sud dell’Italia: i resti, come già rilevava il barone Antonini, testimoniano di una presenza che l’arrivo dei Greci semmai “rivela”.
Tenendo presente, pertanto, quel flusso migratorio di migliaia di anni fa, si spiega anche, accettando la comune derivazione di popoli che “storicamente” si sono differenziati, il fatto che le “culture” sviluppatesi in Grecia o in Asia minore o nelle isole del Mediterraneo orientale oppure in Italia siano pressoché identiche: comuni sono le mitologie, comuni i costumi, comuni le basi linguistiche.
Per motivi e cause legati all’ambiente cioè a fattori ambientali ed a differenti condizioni storiche, i Lucani che dal V al III sec. a.C. costituiscono un pericolo continuo per le colonie greche della costa jonica (Taranto e Metaponto furono più volte attaccate) erano i discendenti degli stessi “padri” che avevano generato quei greci.
E leuk è radice indoeuropea per indicare la luce; così lucus i Romani chiamavano il bosco per un processo di sineddoche in quanto lucus era all’origine la radura del bosco sacra perché illuminata dai raggi del sole; così i Greci per indicare il candore e la bianca luminosità usavano il termine leukos.
E gli Indoeuropei che conoscevano le sterminate pianure di luce bianca ed i lupi che l’abitavano avevano fatto derivare dalla stessa radice le parole indicanti luce e lupo.

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