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Le scommesse che fanno tremare le Borse

Si chiama “Hour” ed è una moneta che circola a Itaka, una cittadina nello Stato di New York. E’ nata circa quattro anni fa per iniziativa di un gruppo di imprenditori e professionisti, ai quali non andava giù il fatto ghe i dollari “prodotti” dal lavoro locale fossero reinvestiti “oltreconfine”. «Come possiamo – si sono chiesti – incentivare produzione e consumi e combattere la disoccupazione?». E hanno concluso: «Impediamo la fuga dei capitali». Ovviamente l’Hour non ha scalzato il Dollaro, però a ltaka sono cresciute le imprese ed è quasi scomparsa la disoccupazione.
Questa “curiosità” l’abbiamo registrata per parlare, sia pure per sommi capi, della speculazione finanziaria nemica dell’economia reale. Enormi masse di denaro sono spostate quotidianamente, ignorando sia i confini che le attività produttive: i soldi si autoriproducono senza alcun legame con merci e lavoro. Il prodotto-moneta, inoltre, consente vere e proprie scommesse planetarie. L’origine la ritroviamo nel mercato a termine: compratori e venditori si scambiano la promessa di acquistare o di vendere uno stock di titoli o di valuta da consegnarsi in una data futura. Siccome il prezzo è prefissato, non è azzardato parlare di scommessa. Se compro Marchi a 1.000 Lire è perché scommetto che, quando dovrò realmente pagarli, la valuta tedesca sarà a 1.002 Lire e io la pagherò alle mille prefissate. Posso anche “correggere” il mercato in modo da assicurarmi il guadagno: per esempio speculo sulla Lira in modo da indebolirla nei confronti del Marco. Così sarà a 1.005 e io lo pagherò 1.000. Basti ricordare il “mago degli hedge fund” (i fondi comuni di investimento che operano con capitali presi a prestito), George Soros, il quale speculando nel 1992 sulla Lira e spingendola fuori dallo Sme ridusse a mal partito Bankitalia e intascò in poche ore un miliardo di dollari.
Nelle Borse internazionali, quindi, si è sviluppato un mercato di prodotti cosiddetti “derivati”, sui quali scommettere. Un esempio è lo “swap” (permuta) che è un accordo in base al quale uno stock di divise estere è venduto a contanti e contemporaneamente riacquistato a termine, o viceversa. Si calcola che circa 20mila miliardi di dollari ogni momento si spostano su swap, option, future e via “derivando”. E’ una gigantesca bolla speculativa che potrebbe anche deflagrare perché non controllabile da nessuno. Se scoppiasse (e la crisi delle Borse asiatiche ne è stata una “leggera” avvisaglia) le conseguenze sull’economia reale, sul mondo che produce beni e servizi, sarebbero letteralmente devastanti. II caso di Itaka, cioè il tentativo “spontaneista” di limitare la libertà di movimento del denaro, è comunque una testimonianza di come si possa “politicamente” frenare la speculazione finanziaria (negli Usa, per 2 dollari che vanno per il commercio in beni reali ce ne sono 98 che vanno per la finanza speculativa direttamente legata alle transazioni valutarie) e, in effetti, alcuni governi stanno valutando le misure da prendere per rendere inoffensiva la “bolla”, o meglio la bomba confezionata dal mercato dei derivati.
Non tutti, però, hanno paura della “bolla”. Tommaso Padoa-Schioppa, nella veste di presidente del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, ha parlato, per esempio, della «intrinseca rischiosità dei derivati» ma ha anche sostenuto che «le autorità monetarie e di vigilanza devono considerare i derivati non in sé ma nella realtà finanziaria complessiva che essi hanno profondamente trasformato». Sarebbe come a dire: sono brutti, sporchi e cattivi ma ce li dobbiamo tenere.
Ma che tipo di regole è possibile imporre agli speculatori? E, soprattutto, le “regole” hanno ancora, per cosi dire, audience? Tra le parole magiche, che in questo ultimo scorcio di millennio accompagnano la liturgia celebrata da politologi ed economisti, “deregulation” è senz’aItro una delle più invocate. Per alcuni è una sorta di “mantra”, una preghiera-invocazione la cui potenza si fonda e s’accresce sulla ripetizione. I teologi insegnano che la “parola divina” è eterna e perciò incorruttibile: valeva ieri, vale oggi e conserverà tutto il proprio valore anche domani. Nessun umano accadimento ne potrebbe in alcun caso inficiare la validità.
Questo richiamo a motivi teologici, diffusi pur con le inevitabili differenze in tutte le religioni, è necessario per capire appieno la mitologia che s’accompagna ai processi di cosiddetta “liberalizzazione globale“. Economisti e tecnologi, in effetti, parlano e si comportano come sacerdoti officianti Verità Rivelate. A mostrare quanto sia forte la “religione” oggi vincente, è venuta tempo fa la “celebrazione” (absit iniuria… ma è l’unica parola per i riti liturgici) officiata nella cattedrale “Prometeia” da un potente sciamano. In breve: Alberto Giovannini ha sostenuto che nemmeno i derivati (ed il pericolo che rappresentano) possono giustificare un ritorno a forme di regolamentazione. Ha proprio parlato di timori di ri-regolamentazione. E I’autorevolezza di cattedrali tipo “Prometeia”, “Cer” o “Nomisma” non è scalfita nemmeno quando prendono cantonate sull’inflazione prevedendone il calo e dovendone poi registrare un aumento. L’errore lo prendono con filosofia e vanno avanti fino alla prossima smentita. Sono convinti di avere ragione e che le loro analisi sono corrette; anche quando si tratta di “derivati”. Da “scienziati” si sono trasformati in “credenti”, da cultori del razionale a fedeli dell’irrazionale. E non importa se il “vitello d’oro” causa sconquassi. Avanti tutta: le scommesse sono aperte.

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