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Nicolini batte Nerone

All’imperatore Nerone si muovono, com’è noto, parecchie accuse, ma quella più frequente riguarda le sue manifestazioni artistiche. Gli storici di ieri e di oggi gli rimproverano il fatto che preferisse andarsene in giro cantando e recitando poesie, piuttosto che attendere con gravità alle cure dell’Impero. Ma come? – pare dicano tutti – invece di pensare alle cose serie, quello si metteva a cantare!
Evidentemene, però, ciò che vale per un Imperatore (romano) non è valido per un Assessore comunale (comunista) a Roma. Tanto più se si tratta dell’Assessore capitolino alla Cultura, l’Assessore dell’effimero.
Dunque, per Nerone cantare e suonare era un segno indiscutibile di pazzia e di incoscienza (Freud avrebbe molto da dire… ), di vanità e di maniacale esibizionismo (e qui, al posto di Freud, saprebbe dire qualcosa pure un certo presidente… ). E per il variegato, spumeggiante Assessore romano? Per lui si deve parlare, semmai, di una «preparazione artistico-culturale di prim’ordine» e roba simile. Essendo stato, quindi, l’Artistico Assessore applaudito in un teatrocirco della capitale durante un recital del quale fu il mattatore, bisogna concludere semplicemente che Nerone è stato sfortunato. Fosse vissuto oggi, infatti, avrebbe potuto veramente dar fuoco a Roma, stravolgerne l’assetto urbanistico, complicame il traffico, farne una città di provincia e cantare al Circo Massimo senza prendersi altro che applausi e qualche fischio, gradito ancorché all’americana.
Tutto beninteso, a patto che il colore del suo mantello fosse stato rosso, e non soltanto della porpora consolare.
Eppure, qualche nube si va addensando sul capo del compagno Assessore. E’ di questi giorni la notizia della “guerra dei monumenti” scoppiata nel seno della tribù comunista. Alcuni esponenti di rilievo, citiamo per tutti Antonello Trombadori, hanno pubblicamente denunciato il triste fatto che si pensa ad allestire spettacoli da circo e si sperpera pubblico denaro per questo, invece di preoccuparsi ed occuparsi della salute, piuttosto compromessa (e non storica ), dei monumenti romani. Qualche altro compagno (vedi Sindaco Vetere) ha ribattuto che alla salute dei monumenti ci deve pensare lo Stato e non il Comune. E in questo modo il cerchio si chiude: hanno tutti ragione e la vecchia (ma attualissima nonché collaudata) tecnica dello scaricabarile serve ancora una volta a coprire responsabilità e inadempienze.
Sappiamo, però, che niente, nella tribù della falce con martello, avviene per caso. Quando un compagno attacca un altro compagno, vuol dire che come minimo ci sarà una sostituzione, o ci saranno dimissioni per sopravvenuta grave malattia. E meno male che non siamo a Mosca che altrimenti, ben più dolorosi sarebbero gli avvicendamenti.
Comunque, se Nerone trova in Nicolini un “concorrente”, c’è Massenzio che da Nicolini è “vendicato”. Sconfitto, infatti, da Costantino, Massenzio è diventato più famoso grazie all’Estate Romana.
Le polemiche, insieme con le dotte diatribe intrecciate a proposito di questa scelta, ed in particolar modo intorno alla rassegna cinematografica denominata Massenzio al Massimo, hanno sollevato un fitto polverone. Uno schermo provvidenziale ha nascosto ad occhi indiscreti l’aspetto affaristico di una “operazione culturale” che, l’abbiamo visto, non ha convinto neanche tutti i compagni.
Non dimentichiamo che, a monte della “cultura per tutti” o della ideologia dell’effimero, oppure delle esibizioni carnascialesche, ci sta il business; c’è l’affare, c’è denaro che circola. Perciò vediamo di contare quanto denaro è circolato e di scoprire dove è andato a finire (chi l’abbia tirato fuori, è inutile dirlo, sempre il solito Pantalone).
Premettiamo che Massenzio al Massimo è stata la sesta edizione di un “affare” curato amorevolmente da una cooperativa creata a suo tempo ad hoc. Manco a dirlo, la cooperativa si chiama Massenzio r.l. Non abbiamo nulla contro le cooperative; semmai ci chiediamo come sia nato l’accordo. Come sia avvenuto, cioè, che, per organizzare rassegne cinematografiche per conto dell’Assessore dell’effimero, siano state scartate tutte le cooperative e le organizzazioni già presenti sulla piazza. Erano tutte da scartare? Forse che non offrivano sufficienti “garanzie politiche”? O erano tutte scarse quanto a benemerenze di partito? Sta di fatto che la rassegna è stata affidata ad una associazione creata ex novo (che qui si potrebbe tradurre a bella posta) e che la Massenzio r.l. si è saldamente radicata nell’Estate Romana.
L’anno scorso il Campidoglio stanziò per questa fortunata e privilegiata cooperativa circa trecentocinquanta milioni di lire e sappiamo che gli incassi furono cospicui. Quello che non sappiamo è se questi soldi furono considerati “sufficienti” o se ci furono “integrazioni” successive. Facciamo presente, però, che le spese erano ridotte (l’anno scorso, ma anche quest’anno) al minimo: niente pagamento di tasse (a cominciare da quella per occupazione di suolo pubblico) e facilitazioni per le sedie ed attrezzature varie (l’orchestra per il Napoleon, per esempio, venne pagata dalla Rai).
Insomma, un “affare” in attivo sparato. E quest’anno? Non ci risulta che qualcosa sia cambiato. Il Campidoglio ha continuato a funzionare come una sorta di nume tutelare e c’è stato soltanto un momento di frizione, subito svanito, peraltro, quale neve al sole. E’ successo che il Comune ha stanziato circa 360 milioni mentre la cooperativa aveva preventivato più di un miliardo “di spesa”: un divario quindi di 700 milioni. Bazzecole! Tant’è vero che di questo divario non si è più parlato e la rassegna si è svolta senza indugi.
Il costo del biglietto era di tremila lire (settemila i posti a sedere ) a cui si aggiunga un costo di 500 lire una tantum per la tessera (obbligatoria per una serie di motivi che non staremo qui ad elencare).
Dopo i primi 29 giorni di programmazione, la stessa cooperativa si premura di informarci che c’erano stati 132.672 spettatori paganti. Moltiplichiamo per tremila (costo del biglietto) ed abbiamo un incasso, fino a quel momento, di 398.016.000 lire. Cifra da integrare coi soldi incassati per le tessere, vendute (sempre secondo i dati forniti) in numero di 77.571. Moltiplichiamo per 500 ed abbiamo altri 39 milioni scarsi (38.785.500 per l’esattezza ).
Complessivamente, l’incasso assommava a 436.801.500 lire.
Quanto sia stato incassato alla fine di tutte e trentanove le serate, non è notizia “passata” alla stampa. Diciamo che gli spettatori paganti siano stati intorno ai 180 mila (l’anno scorso furono molti di più ma quest’anno la manifestazione ha deluso un po’ anche i partiti) e che le una tantum siano state 105.000 circa, ed estraiamo la bellezza di seicento milioni incassati. Non resta che sommare questi ai 360 milioni capitolini per arrivare al miliardo, lira più lira meno. Sappiamo che il presidente di tanta cooperativa, tale Enzo Fiorenza, si aspettava di più («Volevamo vendere 220.000 biglietti», ha detto); ma meglio questo che niente.
D’accordo, un miliardo non fa tanta impressione in un momento in cui si parla di oltre ottantamila miliardi di deficit; però, una cooperativa che per soli quaranta giorni di attività incassa mille milioni beh! non è una cosa di tutti i giorni. 0 no?

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