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Tremonti, Fini e l’eredità Berlusconi

Fa bene il professor Giulio Tremonti a studiare da premier. Se la politica la si fa senza una forte carica di ambizione dire che è sterile poco ci manca. Il mix d’eccellenza è quando le aspirazioni personali coincidono con quello della comunità della quale si parte. Se non proprio di tutt’intera la comunità, perlomeno della maggioranza cosciente di essa. E’ sulla buona strada, dunque, il ministro dell’Economia e delle Finanze, ma stia attento ora più di prima: i rischi maggiori, le insidie macchinate, le imboscate mortali gravano sugli ultimi metri del percorso. Quando uno alza le braccia in segno di vittoria, lì offre il bersaglio meglio raggiungibile. Tremonti può contare su un grosso appoggio dal fronte antiberlusconiano: chi vuole la morte (politica, beninteso) del Cavaliere incoraggia il ministro ad accelerare la marcia. Ma il fatto si è che quel fronte è in maggioranza composto da avversari di Tremonti. Quelle che vengono ancora definite, per pigrizia intellettuale e politica, “forze di sinistra” sorridono al ministro per ragioni tattiche. Una volta abbattuto il “mostro”, si vedrà. Se Tremonti avrà l’appoggio di Berlusconi, sarà tutta un’altra storia. Ricordo, per esempio, che Bettino Craxi conquistò il Psi grazie all’appoggio del “grande vecchio” cioè di Pietro Nenni, l’uomo che era entrato in galera da repubblicano e ne era uscito socialista perché compagno di cella di Mussolini.

Il Cavaliere sa che dovrà passare la mano ma la vuole passare il più tardi possibile e perciò è pericoloso mettergli fretta: il PdL esiste per sua volontà e nessuno – al momento – sarebbe in grado di reggere al suo posto. Come stanno le cose – dal punto di vista politico, sociale ed economico – soltanto Silvio Berlusconi è capace di tener unite le variegate fazioni all’interno del partito e, allo stesso tempo, di compattare il governo. Se ne può dire tutto il male che si vuole (e ce ne sarebbe da dire!) ma gli va riconosciuto un geniaccio nella gestione del potere perlomeno pari al suo fiuto televisivo. Tremonti continui a studiare senza consentire a nessuno di allontanarlo più di tanto dal Cavaliere e vedrà un tranquillo passaggio delle consegne. Tenga anche presente che ci sono altri aspiranti all’eredità.

Ce n’è uno particolarmente versato nel ruolo di erede designato. L’ha già recitato in passato e con successo di pubblico e di critica. Quando prese – dalle mani di una vedova – il gagliardetto, Gianfranco Fini rese i dovuti omaggi a Giorgio Almirante. Per battere l’opposizione degli “irriducibili”, omaggiò il Duce in persona. Era l’erede indiscusso, e comunque un po’ di fatica la dovette fare. E’ vero che fu aiutato dagli errori madornali di Pino Rauti e dei suoi, ma un politico di razza conta sempre sulle proprie forze e sulle cazzate degli avversari. Che Fini sia un politico navigato e intraprendente, non si discute. Piuttosto è sul fronte che l’appoggia che ho molti dubbi. A parte i soliti di “sinistra” che appoggerebbero pure il diavolo purché sparisse Berlusconi, chi altri sostiene l’attuale presidente della Camera?

A destra c’è una nutrita (nel senso di bene alimentata) pattuglia di supporter, ma questa presenza è d’ostacolo al rastrellamento di consensi al centro. Fini per essere più forte dovrebbe definitivamente dichiararsi uomo di centro. La perdita di una manciata di ex camerati sarebbe compensata dal guadagno di una bella fetta del fronte ex diccì. Il punto è sempre lo stesso: l’appoggio da “sinistra” è scontato, ma va conquistata la maggioranza dei consensi all’interno dell’area di centrodestra.

Si può conquistare questo consenso contro il… parere del tycoon di Arcore? Fini crede di sì e sta lavorando infatti in aperto dissenso. Molti sono convinti che in questo modo non arriverà da nessuna parte, ma io sono scettico al riguardo. Quando Fini s’imbarcò su una rotta di collisione con il partito ereditato da Almirante, furono in tanti a pronosticargli un rapido solitario futuro. Il “popolo missino” gli andò dietro (con qualche sporadica eccezione) perché avido di entrare nella stanza dei bottoni (o dei bottini) e Fini fu davvero abile a vestire l’abiura con il mantello della opportunità politica. Una buona parte credette addirittura che si trattasse di una finta: appena al potere – rimuginava con ingenua rapacità – gliela facciamo vedere noi! Gli obiettivi variavano da una indefinita voglia di vendicarsi di decenni di persecuzione ad una vaga fregola di cacciare comunisti e compagni da tutti i posti di un qualche potere. Fini vinse la sua battaglia, perse un altro po’ di gente (non era per niente una “finta”) ma conquistò molti amici e crebbero i consensi al suo partito. Insomma, il cursus honorum (o di disonore, secondo altri) di Fini dimostra che l’uomo è capace di giravolte, capriole e piroette tali da scandalizzare sorprendere sbigottire la stessa gente che lo seguirà convinta o riconvinta.

Berlusconi è tentato – e lo capisco – di ammazzare (sempre politicamente, beninteso) quell’arrogante che fino a poco fa gli mangiava in mano come un qualsiasi cane sottratto alla camera a gas (del canile, intendo). La tentazione è forte ma uccidere adesso quel cane (resto nella similitudine) farebbe insorgere un fronte di animalisti che oggi di quel cane vivente non si cura affatto. Meglio limitarsi a punzecchiature e, ancora meglio, sarebbe il suscitare schermaglie e scontri tra i candidati. Insomma Berlusconi deve allontanarsi (mediaticamente, è ovvio) dal quotidiano e volare alto. Mi fermo qui per il momento. Degli altri concorrenti (Casini etc.) non vale la pena parlare oggi. Corrono distanziati assai dai due che sono in testa. Domani, vedremo.
Giuseppe Spezzaferro

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