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Evola e le affinità elettive Usa-Urss

La questione afghana e le “ritorsioni olimpioniche” hanno tristemente cancellato anni di “controinformazione” durante i quali pareva si fosse riusciti – almeno in certi ambienti – a porre dei punti fermi. Così, lo scontro Occidente-Oriente era stato “smitizzato”, una volta acclarato che “questo” Occidente e “quello” Oriente non avevano niente in comune con i “concetti” di essi, quali si potevano (e si possono) invenire in una certa “cultura”. Così, era stato previsto che entrambi i “massimi sistemi” sarebbero arrivati alla stessa meta perché partiti da principii soltanto in superficie opposti. Così, erano stati accresciuti gli sforzi per ricercare una “via” da percorrere, per tratti più o meno lunghi, con altre “forze” che non volessero essere in eterno ricondotte al gioco bipolare di Jalta. Persino la costruzione dell’Europa, di “questa” Europa mercantile e affaristica, era stata vista comunque come un “bene” rispetto ad una sterile disgregazione. Ed altro ancora.

Invece, tutto d’un botto, analisi speranze iniziative azioni sono sparite, inghiottite nella rinnovata falsa contrapposizione Usa-Urss.
Se gridare e sbracciarsi a favore dell’una come dell’altra parte portasse un’acquisizione di forza ovvero accrescesse la nostra incidenza negli affari interni ed internazionali, allora con fredda lucidità potremmo pesare i pro e i contro dell’una come dell’altra opzione e poi, fatti bene i conti, ci schiereremmo. Ma così non è! E dunque?
Perché dimenticare dei principii, a favore di frenetiche agitazioni pilotate dai “media” dominanti? Eppure c’è chi ha “visto” le cose senza alcuna distorsione e le ha “descritte” in maniera impeccabile.
Parliamo di Julius Evola che in “Rivolta contro il mondo moderno” (Ed. Mediterranee 1969) dedica specificamente una trentina di pagine alle due realtà, americana e sovietica, mettendo in guardia «chi ancora si trastulla con l’idea che la “democrazia” americana sia l’antidoto contro il comunismo sovietico, l’alternativa del cosiddetto “mondo libero”». «In genere – ricorda Evola – si riconosce il pericolo quando esso si presenta nella forma di un attacco brutale, fisico, dall’esterno; non lo si riconosce, quando esso prende le vie che passano dall’interno».
Evola punta l’obiettivo sui caratteri comuni che stanno alla base delle due “civiltà” e scrive: «…l’America, nel modo essenziale di considerare la vita e il mondo, ha creato una “civiltà” che rappresenta la precisa contraddizione della antica tradizione europea. Essa ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse…».
Al pari dell’Unione Sovietica, anche l’America «ha opposto alla concezione, in cui l’uomo è considerato come qualità e personalità in un sistema organico, quella, in cui egli diviene un mero strumento di produzione e di rendimento materiale in un conglomerato sociale conformista».

Breznev non ripete forse continuamente nei suoi discorsi la necessità che gli impianti «funzionino letteralmente giorno e notte con la massima efficienza»? Non che le parole di Evola abbiano bisogno di conferme a posteriori, ma ci sembra il caso di citare l’esempio della gara economico-industriale svoltasi nel Comecon due anni or sono. «Sessanta turni di lavoro esemplare – scrisse Kommunist – Ogni giorno un primato di qualità e di rendimento. Completare in anticipo le forniture all’Unione Sovietica: questi sono stati gli slogan della competizione in onore del grande Ottobre nei paesi del COMECON». E’ perfettamente in linea, perciò, «Novoje Vremja» quando scrive: «Una delle manifestazioni supreme dell’essenza umana della società socialista è il lavoro. Esso dà agli uomini agiatezza materiale e soddisfazione morale, poiché i cittadini sovietici sanno che essi non lavorano per qualcuno, ma per se stessi, per lo sviluppo della propria società e del proprio Stato».
Potrebbe apparire, quella qui sopra, una “gratificazione” del lavoro, quasi un “quisque faber fortunae suae”; è invece un ennesimo stimolo a produrre: produrre sempre di più per soddisfare la fame crescente del gigante sovietico.
«Qui Stalin e Ford – aveva già scritto Evola – si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti…».

E c’e di più. C’e la grossa sollecitazione operata a tutti i livelli allo scopo di assicurare il consenso alle strutture di potere. Al riguardo, Evola, pur non avendo visto i faraonici apparati messi a punto per le Olimpiadi moscovite, ma avendo sott’occhi quelli americani (e quelli nostrani!), ha scritto: «Inoltre, ciò che nel bolscevismo era stato programmato e qua e là realizzato in fatto di rappresentazioni “teatralizzate” del risveglio del mondo proletario ai fini di una attivazione sistematica delle masse, in America ha trovato da tempo il suo equivalente su ben più vasta scala e in forma, di nuovo, spontanea: è il delirio insensato dei meetings sportivi, centrati in una degradazione plebea e materialistica del culto dell’azione; fenomeni di irruzioni del collettivo e di regressione nel collettivo, questi, che peraltro, come è noto, da tempo hanno varcato l’oceano».
Troppo ancora ci sarebbe da dire; ma crediamo di avere ugualmente impostato, tramite le indicazioni evoliane, l’equazione con le “cifre” esatte. Resta facile, ora, trovare i numerosi altri «analoghi punti di corrispondenza, i quali – conclude Evola – permettono dunque di vedere in Russia e America due facce di una stessa cosa, due movimenti, che. in corrispondenza coi due più grandi centri di potenza del mondo, convergono nelle loro distruzioni».
Giuseppe Spaccavento

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