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Guardandomi indietro

A scuola insegnano tuttora che la poesia dannunziana si fonda sui sensi e su di una visione epidermica della realtà e altresì la paragonano a quella del Marino per l’abbondanza di vocaboli e per l’uso ricercato di essi. La critica del dopoguerra, infatti, è tesa a dimostrare l’assoluta mancanza di sensibilità e di intelligenza in coloro i quali trovino conforto proprio nella poesia del d’Annunzio. Vero è che molti di detti critici sono in cattiva fede in quanto più che criticare il poeta essi criticano l’uomo politico e l’uomo sociale cioè inserito in una certa società con determinati desideri ma è anche vero che altri, non riuscendo a comprendere il “nunzio” della nuova Italia, non gli perdonano lo stile ricercato e fine. Il che significa proprio che il d’Annunzio provava l’esigenza di usare vocaboli che avessero una profonda attinenza con la cosa.

E’ sufficiente, a questo punto, notare la pignoleria, se è un termine appropriato, che il Nostro dimostrava nella ricerca e nell’uso degli aggettivi che veniva scambiata, e lo è tuttora, dai critici in desiderio di mostrare la propria fine erudizione e che noi comprendiamo nel giusto modo alla luce, appunto, di questi nuovi studi.
Qualcuno potrebbe obiettare che se anche fosse ammessa questa capacità dannunziana e più che capacità questa esigenza di precisione espressiva la poesia sarebbe ugualmente seriamente compromessa perché fare della poesia significa ascoltare il cuore cioè essere spontanei e liberi mentre il d’Annunzio era legato a canoni stilistici e a questa sua pignoleria, e ripeto il termine, nel linguaggio.

Ultimamente sono state poste le basi di una nuova scienza alla quale molti concordano di dare il nome di semantica, essa è ancora una scienza in via di sviluppo tuttavia è interessante notarne alcuni aspetti.
Innanzitutto il tema centrale della semantica è il problema del rapporto fra le parole e le cose designate; in altre parole esiste un rapporto diretto e immutabile fra segno e oggetto designato, fra parola e cosa, dove la parola non è altro che il nome della cosa. Dopo queste premesse chi conosce la poetica dannunziana ha afferrato subito la stretta dipendenza che esiste fra detta poetica e la semantica. Il Nostro infatti cercò sempre di dare alle parole il loro giusto significato e se usava una parola piuttosto che un’altra lo faceva perché voleva che il suo lettore vedesse la stessa scena o provasse gli stessi sentimenti che egli aveva visto che egli aveva provato e che ora evocava attraverso le parole.

Ne “Il Piacere” si legge ad esempio: «Un verso perfetto è assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza di un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere;… Il pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua». Ancora si legge ne “Le stirpi canore”: «Le mie parole sono profonde come le radici terrene».
Queste citazioni certamente non rivelano tutto né sono sufficienti per giudicare la poesia del fero abruzzese comunque sono in grado esse sole senza bisogno di altro di rendere manifesta la tendenza dannunziana a fare della semantica vera e propria.
Dicono che il Nostro era più che un poeta un cesellatore di versi e che non era mai spontaneo e sempre costruito, noi pensiamo invece che la sua dovizia di vocaboli e verbi sia dovuta proprio ad una sua naturale attitudine a ricercare l’esatto uso dei mezzi che la lingua può offrire. A proposito di questa sua naturale attitudine, noi vorremmo parlare e definirla più ampiamente nelle cause e nelle esigenze. Tale studio crediamo possibile alla luce di moderne concezioni linguistiche ed espressive.

Noi sappiamo che il Nostro fu dalla sua prima giovinezza uno studioso profondo della lingua nella sua storia e etimologia, cose per lo più sconosciute o perlomeno nuove. Questa sua conoscenza diviene parte della sua personalità artistica e quindi del suo modus creandi. Conseguentemente è facile dedurre che chi critica nel modo di cui sopra il d’Annunzio non conosce né il Poeta né l’Uomo né la semantica.
G.B.PATRIA

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