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Quegli imprenditori con i soldi nostri

II presidente della commissione Industria del Senato, il rifondazionista Leonardo Caponi, ha fatto una eccezionale scoperta. E si è subito affrettato a renderne tutti partecipi. Nemmeno avesse dato l’ultimo colpo di piccone alla tomba di Tutankamen, nemmeno se avesse individuato in provetta un composto anti Aids, il senatore comunista non pentito avrebbe potuto usare toni più forti. Ha scoperto nientemeno che in Italia gli industriali sono assistiti dallo Stato. Ha snocciolato le cifre (duecentomila miliardi che Pantalone ha erogato alle imprese in 8 anni; ma sono molti di più se si conteggiano fondi regionali, fondi comunitari e regalìe varie) e le ha confrontate con gli esborsi del Tesoro per l’Inps (13mila miliardi annui) concludendo: «Il sistema industriale privato italiano è assistito».

Ma dove ha vissuto Caponi? In Nuova Zelanda? Dov’era quando lo Stato sosteneva De Benedetti acquistando macchinari ammucchiati negli scantinati del Palazzo oppure assumendo i suoi “esuberi” di personale? Dov’era quando l’Iri vendeva – si fa per dire – l’Alfa Romeo alla Fiat (che ancora non l’ha finita di pagare) oppure quando il governo, del quale Caponi è sostenitore, decretava gli aiuti al mercato automobilistico?
Di imprenditori in Italia ce ne sono pochini. Imprenditore è colui il quale rischia denaro proprio per mettere in piedi un’attività e non chi tira su un capannone perché cosi prende i soldi dello Stato (o della Regione oppure della Ue), non chi s’inventa allevatore per incassare i finanziamenti ad hoc, coltivatore per lo stesso motivo eccetera ecceterone.

La storia d’Italia è punteggiata di industriali che hanno fatto i soldi coi nostri soldi. Ed oggi quegli stessi straparlano di libero mercato. Lo Stato deve sostenere lo sviluppo industriale, soprattutto quando lo fa in una sana economia mista. Il cosiddetto libero mercato è una truffa: serve ai padroni del vapore ad abbattere quello che chiamano “costo del lavoro”, serve a cancellare le tutele sociali, punto e basta. Tant’è vero che i nostrani pseudo-imprenditori da una parte chiedono soldi allo Stato e dall’altra vogliono la “libertà” di un mercato del lavoro elastico, flessibile e senza forza contrattuale.

Il sogno dei neoschiavisti è sempre il solito: privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
Un sogno che è un incubo per chi vive del proprio lavoro, per il pensionato, per il disoccupato.
Rifondazione queste cose le sa ma fa finta di scoprirle ogni volta che serve a far prendere qualche voto in più.
Nel frattempo sostiene chi ha messo all’asta l’Italia ed i diritti conquistati in secoli di lotte.
Giuseppe Spezzaferro

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