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Ah! le donne che scatenano i Vespri!

A proposito delle rivolte, delle ribellioni e delle “rivoluzioni” che hanno insanguinato le terre meridionali d’Italia, si racconta una storia ricorrente, sulla quale andrebbe fatto uno studio particolare. Mi riferisco al racconto della violenza esercitata da uno straniero contro una donna del Sud e al conseguente scatenarsi di un ammazza ammazza generale (il “mora mora” dantesco). Qua ne propongo due. Il primo è famoso come Guerra del Vespro o Vespro siciliano (seguo la lezione di Michele Amari), il secondo qualcuno lo conosce come i Vespri calabresi. Entrambi i fatti hanno – com’è ovvio – cause sociali, politiche ed economiche, ma si racconta che la scintilla che ha messo in moto gli accadimenti sia scaturita dall’onore. Una parola che oggi fa sorridere parecchi e ridere molti (così si sentono…moderni) ma che fino a prima della seconda guerra mondiale in Italia era un punto fermo; e non soltanto al Sud. Il codice d’onore valeva – anche se con diverse modalità – sia per i nobili che per i popolani.

Tra i due fatti intercorrono cinquecento e passa anni. Parlo prima di quello meno noto, anche se cronologicamente viene dopo.
Siamo nel marzo del 1806. Le truppe napoleoniche scacciano Ferdinando IV re di Napoli e in soli 23 giorni raggiungono lo Stretto, pronte ad invadere la Sicilia. I calabresi non hanno fatto resistenza. Anzi, i “notabili” spiegano che i francesi sono venuti a liberarli e che perciò vanno festeggiati. Qualche problema si ha allorché gli occupanti cominciano a pretendere oro e derrate come prezzo della liberazione, ma si resta a livello di mugugno e piagnisteo; comportamenti abituali del popolino (ah! quant’è facile dire che la Storia si ripete!); perciò le riscossioni procedono senza inconsuete difficoltà.

Poi in un paese tra Catanzaro e Cosenza, chiamato, non si sa bene perché, Soveria Mannelli, un marito di nome Carmine Caligiuri ammazza un ufficiale francese troppo… galante con la moglie. Dopo aver lavato nel sangue l’onore macchiato, Caligiuri scappa in montagna (siamo sul versante della Sila detta “piccola”) dove trova un bel po’ di banditi. E’ inevitabile – sempre – l’incontro con la malavita quando scoppia il casino: tra gli idealisti e i sognatori che danno l’assalto al Palazzo d’Inverno troviamo ogni volta un bel po’ di delinquenti mossi da speranza di bottino. In poche settimane rispunta il brigantaggio e da Soveria Mannelli (che oggi supera di poco i tremila abitanti) la rivolta si spande rapidamente. A maggio insorgono decine di paesi (Grisolia, Caccuri, Pedace, Cotronei, Cerenzia…) e il fuoco della rivolta dal Pollino si estende all’Aspromonte. In tutta la Calabria si apre al caccia al francese. E’ un safari terribile. Un’orgia di sangue. I francesi non hanno scampo e spesso fanno una fine orribile.

Poi arriva il generale Massena, “promosso” duca di Rivoli e acclamato “figlio prediletto della vittoria”. Titoli meritati sul campo: è un soldato abile e coraggioso. Comanda un’armata. Deve domare la rivolta, bene e in fretta. I rivoltosi non hanno scampo. La brutalità francese… pacifica i territori (anche qui mi viene di fare paralleli contemporanei) finché si arriva allo scontro finale: i capibriganti sono riusciti a mettere insieme una forza di novemila uomini. Si sentono forti di un numero mai raggiunto.

Il 13 agosto di duecento anni fa, sulla Sila, in località Moccone, i francesi fanno una strage e i pochi superstiti tornano a nascondersi negli anfratti che conoscono palmo a palmo. Ma da lì a poco ricominciano gli assalti a postazioni, accampamenti, piccoli distaccamenti in marcia: è la guerriglia. Niente più scontri frontali ma un mordi e fuggi logorante e senza fine.
Andrea Massena non era stato tenero. Aveva dato ai soldati licenza di saccheggio e ciò che aveva fatto ai primi di agosto a Lauria (città lucana saccheggiata e incendiata) gli aveva assicurato una spaventosa nomea. Poi venne richiamato a combattere contro gli austriaci e il brigantaggio ebbe partita vinta.

L’altro episodio è più noto. Il 30 agosto 1282, Pietro III d’Aragona sbarca a Trapani e comincia a respingere le truppe di Carlo d’Angiò fino a liberare la Sicilia e costringere gli angioini a imbarcarsi per la Calabria. Finisce così la Guerra del Vespro, cominciata alla fine di marzo sul sagrato della chiesa del Santo Spirito a Palermo, dove un soldataccio francese, tale Drouet, è ucciso a coltellate dal marito di una donna alla quale aveva palpato i seni. La reazione dei commilitoni scatena la rabbia dei presenti e in meno che non si dica Palermo si trasforma in una grande riserva di caccia all’angioino. Le campane suonano a stormo a festeggiare la città liberata. Di questo episodio conosco il nome del francese e non del marito. Viceversa di quello calabrese so il nome del marito e non del francese. Se qualche storico meridionalista potesse colmare le mie lacune, ne sarei felicissimo.

Tornando al Vespro siciliano, la guerra ebbe come unico risultato che la dominazione passò dagli Angioini (francesi) agli Aragonesi (spagnoli) e i siciliani che per un momento avevano sognato una confederazione indipendente restarono a mani vuote. Una situazione, questa, che si ripeterà più volte nel corso dei secoli. Fino ai giorni nostri.
Giuseppe Spezzaferro

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