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La lezione di Termoli

Ricordate quando il supermanager Cesare (nomina sunt numina!) Romiti andò alla commissione parlamentare a dire: «Se non ci date i soldi per Melfi, la fabbrica la mettiamo in Sudamerica»…? La logica-Fiat è sempre la stessa. Dopo il no dei lavoratori di Termoli al lavoro domenicale, il potentato torinese s’è limitato a ribattere: all’estero non troveremo difficoltà ai nostri piani. Ha ceduto lo Stato per la vicenda lucana, dovrà cadere il sindacato per quella molisana. Tanto più che non si tratta dei magnifici tre (Cgil-Cisl-Uil) ma della Cisnal di Mauro Nobilia e di Fare Sindacato di Fausto Bertinotti. Possono essere un reale ostacolo ad un accordo stretto sulla testa dei lavoratori? Prevediamo, perciò, che presto in Corso Marconi brinderanno all’ennesima vittoria.
Se è vero – ed è vero – che tutti i lavoratori sono uguali davanti al padrone, non può finire che con la sconfitta di quei riottosi che s’ostinano a credere nella democrazia sindacale e nei diritti del lavoro.

Cos’è successo a Termoli? In cambio di posti-lavoro per i figli e parenti dei tremila dipendenti dello stabilimento Fiat molisano (erano state promesse 400 nuove assunzioni: figuratevi Ia guerra fra poveri che sarebbe scoppiata in una regione che conta migliaia di disoccupati) e dietro un regalino di mezzo milione a testa da aggiungere una tantum sulla busta-paga di gennaio, l’azienda avrebbe introdotto il sabato Iavorativo che, com’è noto, si porta appresso spezzoni crescenti di domeniche.
Tutti d’accordo hanno siglato. Quando, però, hanno chiesto il parere dei diretti interessati, costoro hanno risposto picche. Ed è scoppiato il “caso”: titoloni sui giornali, interviste al segretario generale della Cisnal, eccetera ecceterone.

Perché i lavoratori hanno rifiutato un premio da cinquecentomila lire ed un’allettante promessa di nuove assunzioni? Hanno contribuito al no due valutazioni diverse per natura e per valenza ma più che mai compatibili, checché ne dicano i sostenitori di mercato selvaggio. Una è strictu sensu economica. L’altra è pur essa economica ma nell’accezione etimologica, nel senso cioè di “Iegge di casa” altrimenti detta “tradizione”, “usi e costumi” e via elencando.
La prima. Se la Fiat – hanno argomentato gli operai – ci chiede di lavorare il sabato e parla di nuove assunzioni, significa che ha bisogno di aumentare la produzione perché gli affari vanno bene. E allora – hanno concluso – perché non assumono direttamente altri operai? Perché sfruttare noi fino all’osso? Dessero lavoro ad altri mille disoccupati.
La seconda. Lavorare cinque giorni alla settimana – hanno pensato i contadini-operai – ci sta bene perché ci lascia liberi il sabato per curare l’orto e Ia domenica per lo struscio, la messa, Ia festa in famiglia. Dovremmo sacrificare tutto questo – si sono chiesti – per trenta denari? Dovremmo cambiare abitudini, estraniarci dalla vita quotidiana di paese, saltare feste e ricorrenze, per diventare operai-robot?

Sia la prima che la seconda considerazione non sono affatto campate in aria. E’ difficile – e questo è ovvio – parlare di domeniche in piazza e di week-end rilassanti quando la disoccupazione è tanta, quando ci sono immigrati disposti a lavorare dall’alba al tramonto, quando il dio-mercato impera sovrano. E per questo crediamo che i molisani saranno sconfitti e che quanto prima torneranno all’… ovile, come tantissimi altri prima di loro.
Eppure come sarebbe diversa la nostra vita se si riuscisse a porre un freno a queste disperanti leggi di mercato, a questa corsa allo sfruttamento che non risparmia né gli uomini, né Ia natura. Dalle scarpe grosse e cervello fino di Termoli c’è arrivata comunque una lezione. Bravi.
Attilio Giuliano

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