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L’economia mondiale secondo il Fmi

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) nell’ultimo rapporto bimestrale (World economic outlook) dice che la crescita economica mondiale negli ultimi anni si è dimostrata solida e resistente agli shock, ma dice anche che “la stabilità futura non deve essere data per scontata”. Uno dei cicloni, per esempio, che ancora non hanno esaurito la carica distruttiva è quello dei subprime statunitensi. Internettuale se n’è occupato a tempo debito e gli articoli sono tuttora consultabili, per cui rimandiamo a quelli il lettore che ne volesse sapere di più.

Il rapporto del Fmi è incentrato sul trend in atto; che è di grande espansione. Affianco alla crescita poderosa di Cina e India vanno messe anche altre economie che si sono affacciate alla ribalta con grande forza. Mario Monti, l’economista di prestigio internazionale cooptato dal presidente Sarkozy, ha dichiarato: “Bisogna benedire le economie dell’Asia. Ci fanno molta paura dal punto di vista competitivo, ma dobbiamo alla loro forza traente se le tensioni di questi ultimi mesi in atto nei mercati finanziari americani non hanno già provocato un pesante impatto sull’economia reale”. Della serie: meditate gente, meditate.

Il rapporto del Fmi avverte: “Le recenti turbolenze sui mercati finanziari globali mettono bene in evidenza che per conservare l’espansione i politici devono identificare e adattarsi ai nuovi rischi e alle nuove sfide che si presentano nel sistema economico globale”. Bisogna stare attenti, ripetono i santoni del Fondo monetario internazionale, perché “é cruciale che l’attuale prolungata fase di crescita non provochi una sorta di autocompiacimento”.

Il Fmi – che per definizione è votato alla religione monetarista – registra che l’attuale crescita mondiale non soltanto è paragonabile al boom degli anni Sessanta ma che è pure meglio distribuito tra le varie regioni della Terra. E perché? Per le politiche monetarie – spiega il Fondo – “migliori” rispetto al passato. Nel rapporto leggiamo anche che “il processo di globalizzazione commerciale e finanziaria ha generato nuovi rischi e nuove vulnerabilità” fra le quali vanno ascritte maggiori disuguaglianze nella distribuzione del reddito che si registrano in quasi tutti i Paesi, con la sola eccezione di quelli più poveri. Insomma, tanto meglio distribuito il boom non è rispetto agli Anni ’60. O, perlomeno, è a macchie di leopardo. “Gli avanzamenti tecnologici”, dice il Fmi, sono stati la maggior fonte di ineguaglianza nell’ultimo ventennio. Le nuove tecnologie hanno rosicchiato a ritmo crescente i redditi dei lavoratori meno qualificati. In compenso, aggiunge, “l’accresciuta globalizzazione dei commerci ha invece ridotto le disuguaglianze”. Non si fa molta fatica a concludere che i benefici effetti di questa “globalizzazione dei commerci” sono minimi visto che in Italia (potenza del G7) milioni di pensionati sopravvivono a stento.

Sono le stesse teste d’uovo del Fmi a dire che c’è molto da fare per “assicurare che i guadagni che derivano dalla globalizzazione e dagli avanzamenti tecnologici siano distribuiti in maniera più ampia all’interno della popolazione”.

Sulla strategia che suggerisce il rapporto si deve andare cauti e sarebbe meglio analizzare i veri motivi per i quali il Fmi stila tre linee di intervento. Sulla prima (riforme per rafforzare l’istruzione e la professionalità dei lavoratori) soltanto un cretino avrebbe da ridire. Sulla seconda (politiche che aiutino l’accesso al credito dei più poveri) soltanto un cretino sarebbe d’accordo tout court. Che cosa sono i subprime statunitensi se non mutui non garantiti? Sulla terza (favorire l’esportazione dei prodotti agricoli dei Pvs) soltanto un suicida direbbe oggi sì. Le agricolture europee (ma anche quella statunitense) sono protette e sovvenzionate per evitare fallimenti a catena e abbandono in massa della terra. L’invasione di prodotti agricoli dai Paesi in via di sviluppo minerebbe alla base l’economia agricola dell’Occidente sviluppato. In questa fase – prima cioè che gli agricoltori e gli allevatori di casa nostra si attrezzino esclusivamente per prodotti di altissima qualità – il Fmi farebbe bene a facilitare gli interscambi fra i Pvs, visto che in molti di quei Paesi si muore ancora di fame. Azzardiamo un’ipotesi: probabilmente a grosse multinazionali del cibo farebbe comodo importare derrate a poco prezzo dai Pvs piuttosto che pagare salato, per esempio, il latte tedesco. Ma è un azzardo. Vedremo nei prossimi mesi chi appoggerà la terza linea “suggerita” dal Fmi.

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