Vetrina / Narrativa / E Marisa tradusse Thiriart

E Marisa tradusse Thiriart

Un anno fa, ma forse è di più o forse è di meno; bah!, con la memoria che mi ritrovo è inutile che ci provi a dire una data esatta. Sto ascoltando il “Caramella” di Mina («…il tempo cura le ferite…»; seh!) e lo riascolto volentieri perché Mina mi fa morire, ma lo debbo riascoltare. Dovrò farlo parecchie volte («…prova a spingermi…», va bene, ma a chi lo chiedo?) e dopo rimane soltanto l’impressione e se mi domandano: – hai sentito “Caramella”?- , rispondo che è fantastico e mi fermo, perché tutto il resto l’ho dimenticato. Questa digressione mi porta dalla mia Mina ma lontano dal mio amico Gilbert che, un anno fa più o meno, mi chiese di fare il direttore di una nuova collana di libri (Gilbert, per chi non lo sapesse, fa l’editore) che avrebbe inaugurato pubblicando “Un impero di 400 milioni di uomini, l’Europa” di Jean Thiriart. Un autore che a chi non lo conosce non dice niente, ma negli altri, quelli che l’hanno letto e seguito fino alla morte, suscita d’un subito entusiasmo passione eccitazione. C’è un mondo frantumato e disperso, che con banalità viene definito neofascista, nel quale Thiriart è sinonimo di Europa unita politicamente. Cioè con un governo unico e anche, sottolineo anche, con un unico esercito. Da giovani aspiranti combattenti leggevamo l’unico autore (distribuito in Italia da Volpe nel 1965) che ci faceva sognare una grande Europa, forte talmente da affrontare e distruggere l’impero sovietico (e liberare milioni di europei) insieme con l’impero americano (e liberare il mondo da Wall Street). Avevo diciott’anni, all’incirca, quando scoprii l’orizzonte visionario di Thiriart e me ne innamorai senza se e senza ma.
All’epoca avevo ancora un certo imbarazzo quando capitavano a Salerno navi americane e io – per fare pratica di inglese – avvicinavo un gruppetto di marinai e cominciavo a raccontare la Storia, anzi, le storie di Salerno: la Scuola medica e l’ostetrica Trotula, la più conosciuta delle mulieres salernitanae; i leoni del Duomo che avevano preso vita per respingere l’invasione musulmana; il trasporto dall’Etiopia del corpo di San Matteo; l’impronta pagana di Giano nel busto bifronte dell’evangelista promosso santo patrono della città; l’assedio subito dai Longobardi nel castello oramai fatiscente (ma è stato recentemente restaurato)… non mi fermavo se non per rispondere alle loro domande. Che erano sempre le stesse: dove potevano mangiare bene e spendere poco e dove trovare donne mercenarie e pure loro not much expensive.
Capitava che nel gruppetto di americani ci fossero uno o due negri. Non riuscivo a rivolgermi a quegli estranei; che ci faceva lui in un mondo di bianchi? Sì, avevo diciott’anni e ancora avevo qualche problema con gente dalla pelle nera. Quell’anno stesso sbarcai all’università di Roma e dopo un paio di incontri con simpatiche ragazze negre mi passò quel brutto senso di fastidio.

Ovviamente non si trattava di becero razzismo da quattro soldi e perciò quando Thiriart nel libro paventava la possibilità che una figlia si mettesse con un negro, la sua istintiva reazione di rifiuto mi trovava d’accordo. Negli Stati Uniti le discriminazioni razziali erano ancora la norma (Marthin Luther King fu assassinato nell’aprile del 1968, anno fatidico per me; e scusate questo accostamento) e perciò le frasi di Thiriart non provocavano la reazione di ripulsa che provocano oggi.
Questo concetto deve essere chiaro. Faccio un esempio sperando di fare quello giusto. Ricordate quando nei film si vedeva l’allegro fumo della locomotiva a vapore? e le ciminiere fumanti simbolo dello sviluppo e della fine della miseria? Bene, oggi quel fumo ci disgusta e protestiamo contro quella ciminiera inquinante. E’ mutata la nostra sensibilità: quel fumaiolo che fino a qualche decennio fa metteva allegria oggi fa incazzare anche chi tanto ecologista non è.
Insomma, Gilbert mi chiese anche di scrivere, oltre alla introduzione della nuova collana (che ho battezzato “Segmenti”, e non arricciate il naso voi, pagani di oggi, al verbo battezzare) mi chiese di scrivere anche la postfazione al volume di Thiriart. Mi mandò la sua edizione in francese del libro e un mazzo di fotocopie dell’edizione di Volpe. Dopodichè, la tragedia! Scoprii – e mi furono sufficienti le prime pagine dell’edizione di Volpe – che il testo originale era stato un po’, come dire?, arrangiato e, in certi punti, addirittura stravolto da arbitrarie interpolazioni.
Decisi d’istinto.
– Gilbert! non posso dirigere una nuova collana di libri inaugurandola con una pessima edizione -. E aggiunsi all’esterrefatto amico editore: «Lo ritraduco. Daccapo».
Cominciai subito, preso dal fuoco dell’entusiasmo, eccitato da euforia impulsiva, immerso nell’estasi della creazione.
– Vi farò vedere, io!, di cosa sono capace. Farò un’opera che resterà negli annali -.

La prima pagina con la dedica di Thiriart mi buttò nello sconforto, che per definizione è sempre nero, ma che per me fu così cupo da spingermi a telefonare a Gilbert per dirgli che m’ero sbagliato, che il mio francese ormai era andato nel profondo del dimenticatoio dove già riposavano il greco, la sintassi latina e tanta altra roba che farei prima ad elencare le cose che ancora so, o che credo di sapere. Ma Gilbert non rispose. Stava evidentemente da qualche parte a combattere con la moglie. Una vicenda coniugale, la sua, che era ormai diventata argomento di conversazione per il ristretto ambito di amici di Gilbert. A saperlo!, che quelle vicende m’avrebbero poi colpito nello stesso mese o giù di lì.
Era agosto. Avevamo fatto una settimana di assoluto e beato relax a Tagliacozzo e dintorni, per stare vicini, mia moglie e io, alla nuora in attesa di sfornare un nipote maschio (un altro mio figlio ci aveva dato una nipotina otto anni prima, all’incirca). Bene. Tutto era andato bene. Anzi, a meraviglia per certi aspetti, che non racconto apposta: la pruderie è costantemente in agguato. Ritornati a Roma, scoppiò la bomba (ero stato per l’ennesima volta licenziato) e in poche ore la valanga mi aveva seppellito. Tutta la vita passata insieme diventò un atto d’accusa: sei un criminale, hai abusato per anni, ma ora basta.
La tragedia domestica di Gilbert mi si svelò d’un tratto più sanguinosa di quanto non avessi mai pensato.
Sì, fa male, fa uscire il sangue. Da fuori non si vede. Quando l’ho vista io da vicino, la separazione, ho capito cosa fosse capitato al mio amico.
Ma non è di questo che volevo parlare.

E’ di Marisa che qui segno il ricordo. Un miracolo di immaginazione e di memoria. Quando finii le scuole elementari, durante i mesi estivi io studiai il francese. Mia madre voleva che lo studiassi alle medie così avrebbe potuto continuare ad aiutarmi a fare i compiti, cosa che le piaceva tantissimo. Non aveva la didattica, certo, ma aveva tanta buona volontà e tanto amore per i figli. Nella testa non le frullavano mille idee balorde e non frequentava donne che non fossero rigorosamente serie. All’epoca una donna separata o, mammamia!, una donna che scivolava nell’auto di uno sconosciuto calamitavano pettegolezzi, rimproveri, anatemi. Mai una donna perbene si sarebbe intrattenuta con una moglie fedifraga per più di un “buongiorno!” doveroso per educazione.

Ebbene nel palazzo al piano di sotto c’era Marisa, una ragazza di nemmeno diciott’anni, avvincente, affascinante, inafferrabile come una bolla di sapone. Mia madre s’era decisa a chiederle di darmi lezioni di francese dopo aver tentato invano di darmele lei. Un giorno mi faceva male la testa, un altro giorno avevo preso accordi con gli amici per una partita di pallone, poi avevo il campionato che ormai avevo cominciato e mica potevo ritirarmi.
– Mamma, sbottavo, ma perché mi debbo avvantaggiare? Già mi sono avvantaggiato per il latino. E fatemi giocare. E’ mai possibile che ci stanno Ciro, Vittorio, Nicola e Massimino che sono stati rimandati e giocano tutti i giorni; e io che sono stato promosso con quasi tutti dieci debbo stare qui a studiare francese con te. Mamma e dài! –; e mia madre non sapeva che dirmi oltre a ripetere che lo faceva per il mio bene.
Un giorno mi disse: «Pino, c’è Marisa che ti dà volentieri lezioni di francese ma soltanto per un’ora il martedì e il giovedì. Non farmi fare brutta figura. Fallo per me…».
Il mio repentino “va bene”, mamma, che era un’anima candida – ma candida sul serio! – non lo capì: dentro quel “va bene” c’erano la gioia di una conquista e il desiderio che esplodeva come i fuochi di San Matteo.
La prima lezione fu dura. Marisa venne ad aprirmi la porta indossando una leggera vestaglia. Era assonnata. La sera prima era stata a ballare a casa di amici del padre e s’era stancata. Poi aveva stentato a prendere sonno e «perciò scusami se adesso parliamo soltanto dell’articolo, e poi te ne vai».
Entrai nella stanza e avvertii l’odore del suo corpo. Chi ha avuto parecchie svegliate con le donne sa che ci sono quelle, ed è la maggioranza, che appena sveglie emanano un odore che sa di stantio o perfino con un che di maleolente. E ci sono quelle – me ne sono capitate non più di una decina – che hanno la pelle fragrante e liscia e calda e profumata e ti arrivano al naso aggredendo le parti del corpo che soltanto gli ignoranti dicono che con il naso hanno poco che fare.
Bene; Marisa scatenava una irrefrenabile tempesta ormonale e io restavo paralizzato. Le orecchie mi rimbombavano, il cuore mi scoppiava ad ogni respiro, le mani le tenevo ferme impegnando tutte le mie forze. Ercole aveva senz’altro faticato meno di me quando aveva catturato il mostruoso cinghiale di Erimanto.

Quella prima volta fu una sorta di iniziazione. Lei era la Donna, con la “d” maiuscola. Bionda, alta, flessuosa, profumata e coperta da una vestaglietta, così la volevo la mia donna, soltanto così e mai in un altro modo. Lo decisi mentre lei pronunciava dolci parole francesi.
Qua ci vuole una digressione linguistica. Avete fatto caso che a Parigi un salumiere che vi chiede quanto prosciutto volete è simpatico e ci vorreste fare amicizia pure se è grosso e scorbutico? Chi parla francese affascina, non c’è che dire. Il movimento delle labbra delle donne quando pronunciano il fatidico ouì; ne vogliamo parlare? Non ci riesco a dirlo, il terremoto che si scatenava quando lei mi chiedeva: «Si t’as pas compris, mon chéri, Je me répéte, ouì?». Quelle labbra che si schiudevano e suonavano le sillabe come fossero tasti di una tromba d’argento e con la sordina, quelle labbra mi trasmettevano il francese per induzione per magnetismo per infusione per trasfusione… le parole mi si attaccavano alla lingua per pura magia e io ripetevo cercando di atteggiare le labbra al modo suo.

Fu un’estate bellissima. Una delle più belle della mia vita. La mattina mi svegliavo con un dubbio pronto. Scendevo a bussare alla sua porta già sapendo cosa mi sarebbe capitato. E infatti succedeva tutte le volte. Lei mi apriva, scarmigliata, in sottoveste, con il broncio che in pochi secondi diventava il sorriso che mi aveva fatto innamorare. Ma come fare a dirglielo? «Zitto, sta’ zitto», mi dicevo con quella piccola dose di raziocinio che sopravviveva allo Sturm und Drang di Marisa. Le lezioni di francese diventarono quasi quotidiane. Lei era soddisfatta di avere un allievo che imparava con facilità, docile e disciplinato. Lo diceva a mia madre atteggiandosi ad insegnante maestra e di grande esperienza. E mia madre, pur sapendo che io ero il suo primo e unico allievo, la ringraziava e la lodava perché io avevo fatto straordinari progressi. Disgraziatamente fu un’estate cortissima. Qualcuno si divertì a togliere un pacco di giorni dalle settimane e irruppe settembre. All’improvviso fu l’ultima lezione e io avevo deciso di confessarle il mio disperato amore e anche il mio impegno, appena l’età me l’avrebbe consentito, di fare le cose in regola, con matrimonio e tutto il resto. Le parole mi si aggrovigliarono nel sangue prima che in bocca e non riuscii a trovarne il capo. Marisa mi prese la testa con ambo le mani e mi baciò in fronte. Poi rise perché il rossetto aveva lasciato il segno. Mi pulì dolcemente e io mi appoggiai e sentii il calore del suo seno.

Ah!, l’adolescenza! Sei pieno di vigore. Il sangue ti corre nelle vene. Il cuore rimbomba. Le gambe tremano nell’indebolimento. Però è una debolezza falsa. Che dia pure il via, la donna, e quelle gambe si precipitano a portare il corpo pronto all’appello. Un corpo capace di scaricare sperma a raffica, più e più volte. Una cosa che mai più ti capiterà nella vita. Quando venne il giorno dell’iscrizione alla scuola media mi accompagnò mio padre, il quale tracciò una crocetta sulla casella dell’inglese.
– Babbo, ti sei sbagliato. Mi hai segnato a inglese invece che a francese -, gli dissi con la mia normale aria da saputello che pure oggi che sono vecchio mi riacciuffa di tanto in tanto. Mi rispose: «Il mondo lo dominano gli americani, senza inglese non vai da nessuna parte»; e andò incontro al preside dicendogli: «Mio figlio studierà qui. Mi raccomando, questo è un cavallo corridore, non è da tiro. Ma fargli tirare la carretta non gli farà male. Mi sono spiegato?». Il preside fece un gesto d’intesa che ho rivisto in un film anni dopo fare a un camorrista.
Tutto questo per dire che, mentre andavo faticosamente avanti nella traduzione di Thiriart, sono stato avvolto dal profumo naturale del corpo di Marisa sveglia da poco. Tutto il francese che non sapevo di avere dentro è riaffiorato insieme con il desiderio impossibile di un ragazzino di dieci anni. Quel profumo ha lubrificato le sinapsi giuste e la grammatica francese è ritornata ad occupare nel mio cervello i posti di prima fila. E così ho tradotto Thiriart. La differenza tra il prima di Marisa e il dopo è notevole. Per questo il mio amico Gilbert mi ha dato più tempo per rivedere la prima parte della traduzione fatta con terribili sforzi e tanti errori, perché Marisa non era ancora riaffiorata. Mò capisco Venere nascente dalle acque. Per me è stato lo stesso.
Giuseppe Spezzaferro

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