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I pezzenti di Montecitorio

Elastici e veloci, nugoli di giovani portaborse s’attardano – ah!, l’imperiale “festina lente” d’Augusto – fra le antiche viuzze che si intersecano tutt’intorno al palazzo di Monte Citorio. Hanno un’aria strafottente e padronale. Servire un deputato li seduce e li tiene eccitati manco fossero loro gli eletti dal popolo. Sostano davanti alle vetrine di negozi arcinoti per raffinatezza; e da schivare, causa gli stratosferici prezzi. Commentano un colore o una cucitura, studiano il modello di un paio di scarpe equivalenti al lavoro di una settimana e mezzo in un call center e osservano affascinati una camicia che sfamerebbe una famiglia di quattro persone per tre giorni. A volte, alla fine del mese, entrano in uno di questi santuari dell’eleganza e comprano una cravatta. Escono sfoggiando la bustina regolarmente griffata, e sorridono come un presentatore tv quando consegna l’assegno al vincitore.
Di solito sono impegnati a digerire il pezzo di pizza ingurgitato in tutta fretta, mentre il loro deputato pranza (errata corrige: fa colazione) in uno dei rinomati ristoranti dei dintorni. Hanno imparato a dribblare i mendicanti pronti all’arrembaggio che stazionano nei punti strategici. In piazza del Pantheon, davanti al ristorante conosciuto per i prezzi assolutamente ingiustificati, oppure all’ingresso del bar, all’incrocio di via di Campo Marzio con Piazza del Parlamento e con via dei Prefetti, o ancora all’intersezione di via in Lucina con via della Missione: dovunque ci sia modo di agganciare chi passa, e con le più alte percentuali di successo, vi si trova un questuante.

C’è la signora che s’appoggia alle stampelle chiedendo con un sorriso e molta cortesia: «Per favore, ha una moneta?». C’è lo storpio che espone la propria disgraziata deformità implorando la carità. C’è il punkabbestia che ti guarda con l’aria di sufficienza di chi ha scoperto il segreto della vita e cioè vagabondare con un paio di cani e confidare sull’altrui pietà.

Per fortuna c’è chi dà a queste viuzze una spruzzatina di charme, un tocco di eleganza, un movimento di gonne trasparenti e seni rifatti. E’ la signora bene. Bassa o alta, magra o grassa, bionda, rossa o bruna grazie all’hair stylist, la si riconosce immediatamente. Incrociandola, il profumo arriva dritto allo stomaco. E di rado è una sensazione spiacevole. Spesso, e nelle più giovani, è una fragranza di voluttà inespresse. Un ultimo richiamo prima che l’età imponga l’alt. Oppure renda ridicola la donna che si dovesse ostinare nell’offerta di seduzione. E questo – il ridicolo – vale anche per la famosa attrice settantasettenne che esibisce un davanzale che la gran parte delle ventenni se lo può solo che sognare. Ma è patetica in questa insistenza a proporsi come se gli anni non fossero passati e, soprattutto, come se i suoi partner non fossero tutti morti, o quasi. Ad un certo momento non è più una questione di rughe, che possono essere stirate, di seni che possono essere rigonfiati, di gambe tonificate da ore di palestra, ma è la pelle rugosa delle mani, la gola incartapecorita, la voce tremolante sotto il peso degli anni che mi ispirano una profonda pena verso l’ex superamata dai camionisti, dai giovani imberbi e dai loro papà.

Tempo fa ho visto in tv una brava giornalista abbigliata con un abito elegante e fine ma senz’altro adatto ad una donna più giovane. Al minimo movimento delle braccia, dondolavano mollicce le parti di grasso tremulo tra l’attaccatura della spalla e il gomito. Uno spettacolo pietoso e sconcio allo stesso tempo. Non sono riuscito a seguire il suo ragionamento. Ho soltanto pensato che, quando si sarebbe rivista, avrebbe strappato a unghiate quel vestito rivelatore d’età.

Mi capita, comunque, sempre più spesso di fare annotazioni, diciamo, di estetica. Ho visto un ministro, forse il più bravo ministro d’economia che ci sia capitato negli ultimi anni, agitare le braccia con i polsini della camicia che gli erano saliti fino al gomito. I polsini sbottonati secondo una moda scostumata e volgare l’assomigliavano ad una lavandaia pronta ad immergere mani e avambracci nel catino. Come seguirlo? La nudità di quelle braccia ministeriali era quasi più scandalosa delle foto osè di una deputata dal nome formidabile e, purtroppo, star mancata.

L’abbigliamento della signora bene è una ricca ed elaborata combinazione di indumenti, scarpe ed accessori. Ciascun elemento è inesorabilmente griffato. A completare l’armamento di queste evolute amazzoni in sempiterna caccia del maschio, oltre che in perenne rivalità con amiche, conoscenti e “viste una sola volta”, rilucono d’oro e d’arcobaleno anelli, orecchini, bracciali, collane, orologi. Verdi smeraldi brasiliani, azzurri zaffiri australiani, rossi rubini birmani, bianche striature di platino russo, sfavillii di diamanti sudafricani. Quando Noè vide l’arcobaleno che Dio aveva fatto risplendere alla fine della strage causata dal diluvio universale, sono sicuro che contò meno colori di quanti se ne potrebbero contare andando lì a zonzo in un qualsiasi giorno della settimana che va dal martedì al giovedì. L’area, che mi piace definire “il triangolo delle Bermude quiriti”, include Piazza Navona, con Palazzo Madama, il Pantheon, insieme con la Camera, e Piazza di Spagna, che sfoggia il salotto più influente d’Italia. Nelle stanze principesche della vedova Angiolillo si siglano trattati di pace, vi si dichiarano guerre e si stringono alleanze. Qualche governo è nato affianco alla sontuosa scalinata settecentesca e qualche altro è stato ivi assassinato. Amen. Pace all’anima di Prodi.

Meglio lasciar perdere e tornare alla piccola geografia montecitoriana e alle signore bene dattorno residenti. Non hanno un capello fuori posto nemmeno quando, accompagnate dalla serva indiana carica di buste, escono a fare la spesa al supermercato; tanto, per distrarsi un po’ e far impazzire qualche commessa. Indossano comodi pantaloni e larghe camicie (che poi regalano alla serva) come a dire: – io non ci faccio caso, non sono una fanatica dell’abbigliè…-. Ovviamente è una signora di origini partenopee a servirsi del termine “abbigliè”. Le altre non lo so che termine usino. Mica le frequento.
Le pettinature, i colori e le mille sfumature, il trucco degli occhi, il leggero rossetto sulle labbra, le mani armate di poderose unghie a difendere la morbidezza del palmo e delle dita. Tutto in loro è seducente. Hanno un modo di scandagliare una vetrina e d’allungare il passo per entrare spavalde nel negozio che non vedrete mai nemmeno ai Parioli. Soltanto nel triangolo delle bermude quiriti accade ciò.

E le ragazze? Niente di che. Sono sciapite adolescenti, diafane o ciccione poco cambia. Oppure sono ventenni con la furia di imitare la mamma o la nonna, ma con la carta di credito insufficiente. Non conviene frequentarle. Hanno interessi limitati alla moda, allo showbiz, a «dove andiamo stasera» e «oddio!, che mi metto?». Spesso per darsi importanza si fanno prestare (o rubano) gli orecchini di mammà o, se la taglia lo consente, si mettono di nascosto l’ultima creazione di Valentino appesa nell’armadio materno. Non vale la pena osservarle più da vicino. Non hanno carattere. Che invece ha il cane del barbone che ti aspetta prepotente e insistente all’angolo di via di Torre Argentina con Corso Vittorio Emanuele.

Fra gli habitué ce ne sono altri che si buscano una citazione. Sono tipi umani particolari. Anche se provengono da tutt’Italia, ma i più sono meridionali, hanno tratti straordinariamente comuni. Ne ho osservati tanti e in diverse occasioni. Sarà il modo di parlare, lo stile nel proporsi, o l’enfasi servita come il coperto al ristorante, sta di fatto che secondo me si assomigliano tutti.
Si aggirano disinvolti e apparentemente distratti, fermandosi di botto davanti ad una vetrina come un automobilista distratto al semaforo rosso. Poi riprendono l’andatura ciondolante attraversando la piazza del Parlamento e dando rapidi sguardi agli ingressi facendo finta di essere impegnati in una scocciante conversazione telefonica. Firmati da capo a piede, portano scarpe lucide di recente acquisto e, a volte, fanno dondolare con noncuranza consumate borse di cuoio; a riprova di anni e anni di lavoro.
Quando s’incrociano si fanno rapidi cenni di saluto oppure si abbracciano con larghi sorrisi: – ciao, che piacere rivederti –, lasciandosi subito dopo quasi avessero la Finanza alla porta. Sono faccendieri di quarta categoria. Hanno qualche “conoscenza” e sperano di incontrare il deputato come per caso e riuscire a recitare la propria supplica. Che si tratti di un permesso di costruzione o di un “aiutino” per l’attività oppure di una semplice raccomandazione per un concorso, ce la fanno a sciorinare la richiesta affiancando il deputato, il quale non di rado prova a sottrarsi all’assalto, procedendo a passi in continua e graduale accelerazione verso l’ingresso proibito ai comuni mortali. Succede anche, ma non di sovente, che l’eletto si fermi un attimo, offra da stringere due dita della destra e prometta con tono ufficiale: – vedrò cosa posso fare -. Il supplice ringrazia con voce rotta dalla gratitudine poi si volta, gira la testa da sinistra a destra, da destra a sinistra, e annota soddisfatto quanta gente l’ha visto parlare con l’onorevole. Tira fuori il telefonino: – pronto, carissimo! ho appena parlato con Nicolino, mi pare che sia eletto proprio dalle tue parti… noooo? vabbè, tanto hanno tutti le mani in torta… comunque mi ha assicurato che è cosa fatta… ciao, ti saluto, ci vediamo al ritorno… sì, è stato cordialissimo… non ti preoccupare… ciao, ciao – e riprende la lunga passeggiata intorno al Palazzo. Dovrà camminare parecchio prima che la giornata parlamentare finisca.

Quando li vedo venirmi incontro, abbronzati e curati, con lo sguardo apparentemente perso appresso a pensieri gravidi di conseguenze, mi confermo nel giudizio che i veri pezzenti di Montecitorio siano loro e non quelli con la chitarra e il cane.

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