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In Italia chi fa figli diventa più povero

Il settimo rapporto della Caritas italiana e della Fondazione Zancan, intitolato “Rassegnarsi alla povertà?” e presentato poche ore prima della Giornata mondiale di lotta alla povertà (17 ottobre), disegna le linee di azione di un Piano nazionale organico di lotta alla povertà. Nonostante gli ultimi dati Istat sulla povertà fotografino una situazione sostanzialmente stabile (le famiglie in stato di povertà sono 2.623.000, cioè il 12,9% della popolazione) il rapporto Caritas-Zancan registra l’aumento numerico di famiglie che sono appena sopra la linea della povertà, superandola per una somma esigua che va da 10 a 50 euro al mese. Il problema povertà non va ricondotto solo all’aspetto monetario, il rapporto avverte che “se la povertà non è aumentata, è cresciuta l’insicurezza delle famiglie italiane per la preoccupazione di non essere in grado di far fronte a eventi negativi” quali un’improvvisa malattia di un familiare, associata a non autosufficienza, o l’instabilità del rapporto di lavoro, oppure gli oneri finanziari sempre maggiori (mutui a tasso variabile, etc.).

Tra i “fattori di rischio” spiccano il numero di componenti (le famiglie con cinque o più componenti presentano livelli di povertà più elevati); la presenza di figli, soprattutto minori; la presenza di anziani; il basso livello di istruzione; la ridotta partecipazione al mercato del lavoro. Avere tre figli da crescere – per esempio – significa un rischio di povertà pari al 27,8%, e nel Sud questo valore sale al 42,7%. Il passaggio da 3 a 4 componenti espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di essere povere. Appartenere a una famiglia composta da 5 o più componenti aumenta il rischio di essere poveri del 135%, rispetto al valore medio dell’Italia.

“Ogni nuovo figlio, dunque, costituisce per la famiglia – sottolinea il rapporto Caritas-Zancan – oltre che una speranza di vita, una crescita del rischio di impoverimento”. L’Italia, coscientemente o meno, incoraggia le famiglie a non fare figli.

Per ciò che concerne la spesa sociale, invece, si evidenzia che in Italia quella destinata all’assistenza sociale è di 44 miliardi e 540 milioni di euro, circa 750 euro pro capite. Il nostro profilo di welfare si basa, però, su “squilibri interni” che il rapporto definisce “evidenti” con più della metà della spesa sociale (56,1%) destinata alla voce “Pensioni in senso stretto e Tfr” ed il resto ripartito tra le voci “Assicurazioni del mercato del lavoro” (6,6%), “Assistenza sociale” (11,9%), “Sanità” (25,4%). Una spesa gestita ancora, per la maggior parte dei casi dallo Stato centrale se è vero che di 750 euro che si calcola come spese pro capite, i Comuni ne gestiscono solo 86, mentre la parte restante, pari a circa 664 euro, è gestita dallo Stato o da amministrazioni da esso controllate.

E’ un’analisi complessa che porta a chiedere da parte delle due organizzazioni cattoliche una strategia organica di contrasto della povertà attraverso un Piano nazionale di lotta alla povertà, che si basi innanzitutto su due passaggi: “da trasferimenti monetari a servizi” e “da gestione centrale a gestione decentrata”.

Le parti regionali e locali, conclude il rapporto Caritas-Zancan, dovrebbero poi definire altrettanti piani di azione regionali e locali di lotta alla povertà, modulando gli obiettivi e le risorse secondo “i risultati attesi di riduzione del bisogno presente nel proprio territorio”.

Il presidente della Caritas italiana, monsignor Francesco Montenegro, ha dichiarato: “Quello della lotta alla povertà deve diventare un obiettivo ordinario delle politiche del paese”. “Lottare contro la povertà nel nostro paese – ha detto il vescovo – vuole dire molto di più che dare qualcosa a chi ha meno, vuol dire sottrarre ad un destino sociale prevedibile di precarietà e marginalità tanti ragazzi e bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato, nel quartiere sbagliato, nella contrada sbagliata; contrastare il predominio di una economia criminale in molte regioni del Sud, che trova nella povertà di alcuni territori la possibilità di poter disporre di una ‘armata di riserva’ per il proprio mercato del lavoro; costruire coesione sociale a partire innanzitutto da un senso di appartenenza sociale che le politiche di contrasto alla povertà contribuiscono a creare”.

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