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Bush, campione tibetano

George W. Bush non ha preoccupazioni elettorali. Come tutti i presidenti ai quali per legge è preclusa la ricandidatura, Bush si sente svincolato dalle lobbies che di solito “suggeriscono” le decisioni che ufficialmente prende la Casa Bianca. E così, nonostante gli avvertimenti del Partito comunista cinese, ha ricevuto il capo spirituale del Tibet nella cosiddetta stanza ovale gialla.

Il Dalai Lama ha dichiarato poi ai giornalisti che il presidente “ha manifestato la sua preoccupazione per la situazione in Tibet di cui mi ha chiesto notizie”. Pechino per ritorsione ha già boicottato la riunione in programma a Berlino sul programma nucleare iraniano. “Una madornale ingerenza negli affari interni cinesi”: è sbottato Liu Jianchao, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino. “La Cina – ha concluso – è fortemente offesa per quanto è accaduto, vi si oppone con determinazione, e ha presentato solenni rimostranze agli Stati Uniti”. Il leader tibetano in esilio, comunque, ha ricevuto dal Congresso la Medaglia d’Oro, massima onorificenza civile che il Parlamento di Washington può conferire. Bush in persona gli ha consegnato la medaglia nel corso di una maestosa cerimonia.

La Cina è un gigante che però ha tuttora i piedi d’argilla e ci vorrà ancora del tempo prima che diventi un apprezzabile avversario per gli Usa. Gli interessi economici (Pechino finanzia, come internettuale ha più volte riportato, il debito pubblico statunitense) sono enormi ma la convenienza sta più dalla parte dei cinesi, per cui eventuali “ritorsioni” saranno più o meno di facciata.

Oltre alla difesa dei buddisti tibetani oppressi dal regime comunista cinese, Bush ha scoperto che il genocidio armeno compiuto dalla Turchia a cavallo della Prima guerra mondiale non interessa gli Usa ed è intervenuto con un veto: “Il Congresso non dovrebbe occuparsi dell’operato storico dell’Impero Ottomano. Il Congresso ha del lavoro più importante da svolgere che inimicarsi un alleato democratico nel mondo musulmano, specialmente uno che sta fornendo un sostegno fondamentale al nostro esercito ogni giorno. Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva minacciato gli Stati Uniti di ritorsioni se il Congresso avesse parlato del genocidio: “Quali siano i danni che subirà la Turchia, i suoi oppositori ne subiranno dieci volte di più”. Ankara si è sempre rifiutata di riconoscere il genocidio. Dal punto di vista politico, il governo dei Tre Pascià polverizzando la comunità armena diede ai turchi la forza necessaria per diventare nazione e fermare il dissolvimento che aveva colpito la Sublime Porta. L’Impero ottomano era scomparso in un baleno e lanciando la parola d’ordine dell’unità nazionale, che Kemal Ataturk poi realizzò appieno, fu possibile salvare quella parte dell’Impero che si chiama Turchia. Gli Armeni erano una comunità ricca e potente e, soprattutto, non musulmana e sopportavano a malavoglia califfi e pascià. La formazione della nazione turca passava per il genocidio degli Armeni come la composizione degli Stati Uniti – sia pure per motivi diversi – ha portato al genocidio dei nativi pellirosse.

La Turchia non può ammettere di aver pianificato il massacro (1,5 milioni di morti) anche perché ne risulterebbe incrinata anche la figura del Padre della Patria, Mustafà Kemal Ataturk. Ma tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti con la Storia, ma al momento l’unica grande potenza che l’ha fatto compiutamente è stata la Chiesa cattolica apostolica romana. Comunque, la Camera americana è impegnata a far passare la mozione sul genocidio armeno, al più tardi entro la fine dell’anno. Al margine, facciamo notare che la comunità armena negli Usa ha una forza che la mette al secondo posto subito dopo la comunità ebraica.

La decisione statunitense ha aperto il “fronte armeno” proprio mentre il governo turco si sta impegnando pesantemente sul fronte curdo. Ankara ha deciso di eliminare le basi nel nord dell’Iraq dalle quali i guerriglieri separatisti curdi del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) lanciano continui attacchi nell’Anatolia sud-orientale. Ma qui il presidente ha avvertito: “Stiamo dicendo chiaramente alla Turchia che non riteniamo sia nel suo interesse inviare truppe in Iraq”. A quanto pare, George W. Bush è intenzionato a passare alla storia solo come difensore dei monaci buddhisti tibetani.

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