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La morte degli altri mi uccide

La morte libera dal dolore. Lascia intorno sofferenza e rassegnazione, lacrime e rimpianti. Disperazione, a volte. Voglia di morire, anche. Meglio chiudere gli occhi che vedere gli altri intorno andarsene. Avanzano gli anni e scompaiono una dopo l’altra le persone della tua vita. Soprattutto dell’infanzia e dell’adolescenza; bei giorni quando tutto era possibile. Non vedevi niente di inattuabile. Il mondo era a portata di mano. Non dovevi fare altro che allungare la mano e prendere. Godevi di una protezione assoluta. In cambio ti si chiedeva poco: dovevi andare a scuola, prendere bei voti, stare composto a tavola e andare a letto presto. Se la morte di qualcuno addolorava chi ti era più vicino, non ti riusciva di capire bene cosa fosse realmente successo.

Furio Lardieri
Ricordo il corpo di un compagno delle medie. Si chiamava Furio Lardieri. Andai a casa sua a vederlo sul letto di morte. S’era assai allungato. Dicevano che era l’effetto dei farmaci che gli avevano dato. Per farlo giocare meglio, dissero in parecchi.
Furio era una grande promessa del calcio. Quando facevamo le partite tra di noi, chi lo aveva in squadra doveva giocare con uno di meno, perché lui valeva per due. E pure di più. Correva con la palla incollata al piede, ti scartava senza che tu capissi come aveva fatto e tirava in porta palloni micidiali. Imparabili. Con lui facevo scambio di figurine e ci giocavamo i doppioni. Erano in massima parte immagini di calciatori, ma c’erano anche piloti e ciclisti.
Per noi erano tutti “giocatori”. Nessuno diceva: facciamo scambio di figurine? Si faceva a scambio di “giocatori”. Che sarebbero state mai le figurine? Immaginate gli sfottò. Tipo: figure da stronzo e figurine da stronzetto? Sarebbe stato tutto da ridere. Nemmeno l’edicolante proponeva bustine di figurine. Per lui erano bustine di giocatori pure quelle dei ciclisti.
Accovacciati sulle scale in modo da poter disporre i giocatori sull’ultimo scalino del pianerottolo, facevamo mucchi anche da cento. La conta stabiliva chi dovesse battere per primo il palmo della mano “a cuoppo”, cioè con la mano arcuata in modo da spostare abbastanza aria da far capovolgere il mucchio di giocatori. Che non sempre si rigirava per intero. Quando restava un mucchietto di pochi giocatori, bisognava calibrare la scoppola per evitare la capriola. Se il colpo era troppo forte quei rettangoli di carta facevano una doppia giravolta e ricadevano sul dorso. Il trucco era battere il palmo parallelamente come al solito ma piatto e a dita unite oppure trasversalmente con un po’ di spazio tra la coppia pollice-indice e il trio medio-anulare-mignolo.
Inutile dire che quel gioco faceva storcere il naso ai “grandi”, come noi chiamavamo tutti quelli che non avevano la nostra età. Non era il massimo dell’igiene starsene stravaccati sulle scale di un androne o addirittura sul marciapiede per strada manipolando pezzi di carta passati per mille mani. Ma era un vero spasso. C’era il brivido della scommessa, correvi il rischio di tornare a casa senza nemmeno un giocatore; cosa che capitava alle schiappe che poi si rifornivano all’edicola. Non sono mai stato in edicola a comprare le bustine.
I primi giocatori li scambiai con due fumetti a striscia, forse di Capitan Miki. Quando andavo da mio nonno a Napoli, mi guadagnavo un paio di bustine andandogli a comprare le sigarette dalla contrabbandiera all’angolo. Sul bancariello teneva esposti pacchetti di gomme americane, mucchietti di liquirizie, pacchetti di bustine di giocatori, girandole, trombette, fischietti e mille altre bagattelle. Sotto il piano di legno, nascondeva le sigarette. Mio nonno fumava senza filtro. Chesterfield e Pall Mall, di solito. Potevo tenermi il resto (20 lire) e io ci compravo giocatori. Sempre pochi rispetto a quanti ne vincevo sul campo.
Arrivai a possederne migliaia. Avevo (ce l’ho tuttora) la mano lunga ed avevo (chissà se ce l’ho ancora) una grande abilità a battere sia potenti scoppole che misurati colpettini.
Anche Furio era bravo. Ma non era un campione come con il pallone. Non avevamo ancora 13 anni e lui era stato selezionato per i pulcini della Salernitana. Che a scuola studiasse poco passò in secondo piano. I calciatori facevano molti soldi e molti erano diventati milionari, per cui in famiglia Furio era molto coccolato. Quando morì già non ci frequentavamo più. Io ero al quarto ginnasio e avevo smesso di giocare con i giocatori. Non mi appassionavano più le storie di Capitan Miki e di Blek Macigno. Leggevo Tex e Diabolik.
Il corpo disteso, straordinariamente allungato di Furio, mi incuriosì più che impressionarmi. Quel ragazzino non l’avevo mai visto stare fermo per più di un secondo e ora se ne stava lì inerte, senza più vita. Definitivamente.

Per le scale di casa mia
Il dolore è una cosa da grandi. Lo senti quando sei cresciuto. Da ragazzino avverti una specie di malessere e ti viene da piangere, ma di dolore vero e proprio non ce n’è. Almeno era così per me. Forse per il fatto che ero cresciuto con mia madre che la morte avrebbe potuto portarla via da un momento all’altro.
Non so quante volte m’era capitato di tornare da scuola e salire le scale tra persone commosse che mi facevano coraggio. La palazzina era di quattro piani e noi abitavamo all’ultimo. La signora Caterina, che abitava di fronte, era la più disperata. Con mia madre si conoscevano da anni ma si davano lo stesso del voi. Bastava uno screzio da niente perché non si scambiassero nemmeno una parola per giorni ma era sufficiente una sciocchezza a riportare tra loro la pace. Si raccontavano i fatterelli stando entrambe sulla porta (la signora Caterina con il Sidol lucidava i pomoli) e dicendosi a mò di ritornello l’una all’altra:
– Beh, tengo da fare ancora la cucina, non ho messo su il sugo, debbo sbucciare i piselli… ci vediamo dopo, adesso vado.
Tornando da scuola le trovavo lì ed inevitabilmente mia madre diceva:
Ma che ora mi avete fatto fare, signora Caterina?
Signora Maria, pensavo fosse ancora mezzogiorno, mò torna pure mio marito.
Era un teatrino che se fossi stato un De Sica l’avrei messo su pellicola con successo di pubblico e fors’anche di critica. Purtroppo non sono stato capace di riportare su carta nemmeno uno di quei dialoghi. Cosa che mi brucia poco di meno del rimpianto di non aver mai registrato mia nonna Lucia, la madre di mio padre, quando diceva il rosario in latino (il gratia plena diventava grazia pregna…) e quando raccontava i fattarielli.
Lungo le scale del palazzo sostavano le signore degli altri piani aspettando la brutta notizia. Si scambiavano frasi del tipo:
L’ho vista ieri, con la borsa della spesa, e le ho detto che non doveva stancarsi così…
Ma il dottore che dice?…
Io passavo e loro:
Povero bambino, orfano così piccolo…
Pinuccio, fatti coraggio, tua mamma va in cielo…
Vieni qua, fatti abbracciare…
Riuscivo ad arrivare in cima e la casa era affollata. Mio padre se la prendeva con San Matteo (era il suo santo preferito quando aveva bisogno di smoccolare) e perfino con il Padreterno. Nessuno riusciva a parlarci. Faceva paura, la sua rabbia ti faceva letteralmente cacare sotto.
Poi usciva il dottore:
Ho fatto il possibile… se passa la notte…. Comunque, Albe’ (mio padre si chiamava Alberto) tu a Maria la devi fare operare…
E vennero i giorni dell’operazione a Roma. L’intervento al Policlicino Umberto I, ospedale all’epoca di grande prestigio, fu fatto dal professor Pietro Valdoni, luminare della cardiochirurgia, oggi considerato il fondatore della moderna chirurgia italiana. Ma questa è un’altra storia.

La morte di Lartéguy
La morte mi si è riaffacciata due volte nelle ultime settimane. Il 23 febbraio a Parigi è morto Jean Lartéguy, l’autore di “Né onore, né gloria”, l’odissea dei paracadutisti francesi da Dien Bien Fu ai monti d’Algeria. Pubblicato a Parigi nel 1960 con il titolo “Les Centurions”, era uscito in Italia da Garzanti qualche anno dopo. Lo lessi tutto d’un fiato. E l’ho riletto parecchie volte. Senza quel romanzo, nella mia cultura ci sarebbe una irreparabile falla. Chi ne ha visto la traduzione cinematografica (con Quinn, Delon… e una splendida Cardinale) fatta negli Usa nel 1966 con il titolo “Lost Command”, distribuita in Italia con il titolo “Né onore, né gloria”, e non ha letto il libro ha soltanto una pallida idea delle vicende dei parà francesi sconfitti in Indocina (oggi si chiama Viet Nam) e mandati a combattere in Algeria per stroncare la rivoluzione indipendentista.
Qualche brano:
«No,» gridò Marindelle, «il nostro concetto borghese dell’onore lo abbiamo lasciato in lndocina, nel campo n.1. Ora vogliamo vincere e abbiamo troppa fretta per preoccuparci di quelle convinzioni ridicole. Le nostre debolezze, le nostre esitazioni, le nostre crisi di coscienza, sono Ie armi migliori che potevate adoperare contro di noi; ma non funzionano più.»”.

«I viet mi ricordano quegli sgobboni, quei primi della classe dalla testa dura che, a forza di applicazione, di tenacia, alla fine dell’anno si beccano tutti i premi. Eppure, sono i meno dotati. Noi, soldati del corpo di spedizione, eravamo i figli di ricchi. Avevamo la nostra macchina che ci aspettava fuori della porta per andare in spedizione, le nostre casse di birra e di viveri. Alle volte protestavamo per la sete, e gli aerei venivano a paracadutarci il ghiaccio. Talvolta facevamo qualche bel colpo prima di andare a mangiare, ma dopo non ci curavamo di sfruttarlo. Seri e impegnati, i primi della classe continuavano la loro guerra meticolosa. I vietminh non erano soldati migliori dei nostri, specie se si paragona la loro massa con i nostri ventimila paracadutisti o legionari che erano i soli a scontrarsi con essi in battaglia campale. Ce ne volevano cinque, dieci di loro per superare uno dei nostri. Ma i viet facevano tutti la guerra e senza tregua nè giorno nè notte, fossero regolari, dukit (guerriglieri), donne o marmocchi… Commettevano un mucchio di fesserie, ragionavano come casseruole, ma ricominciavano da capo instancabilmente.»”.

«…I comunisti hanno ragione quando stabbiano i loro intellettuali come vitelli, li castrano e li ingrassano perchè sanno che i loro bei princìpi gli permetteranno, sempre, di essere porci secondo il loro desiderio, pur rimanendo in accordo con la loro coscienza elastica.»”.

«Io ho una parola: Istiqlal, indipendenza; sonora, profonda, risuona in fondo al cuore del più povero fellah, più forte della parola miseria, più forte di quella di sicurezza sociale e di assistenza sanitaria gratuita. Noi algerini, impregnati di Islam, abbiamo più necessità di sogno e di dignità che di cure. E lei? Qual è la sua parola? Se è migliore della mia, ha vinto.»”.

«La storia è dalla parte dei nazionalisti, come lo è dalla parte dei comunisti. Tutti coloro che vogliono fare dell’uomo un robot sottomesso vanno nel senso della storia. Io mi batto in Algeria contro la meccanizzazione dell’uomo.»”.

«Tutti odiano la folla, tutti ne fanno parte.»”.

Mi fermo. Credo siano citazioni sufficienti allo scopo. L’intenzione era di trasmettere un’atmosfera, un sentimento, un palpito. Dall’altra parte, però, ci dev’essere un recettore. Se non c’è, avrei fallito l’obiettivo anche copiando il doppio delle citazioni.
La morte di Lartéguy (novantunenne!) mi ha riportato d’un subito agli anni nei quali chi aveva letto “Né onore, né gloria” aveva una marcia in più rispetto agli altri.
Noi, fanatici di Raspeguy (il colonnello guerriero per antonomasia), ma anche di Esclavier (il capitano idealista) e di Boisfeuras (il capitano inimitabile, “ideale” per certi versi) guardavamo con occhi di sufficienza chi non li conosceva e ci infastidivano quelli che avevano visto soltanto il film (che comunque era una efficace americanata).
Leggendo i “coccodrilli” (i testi preparati per la morte dei vip) pubblicati su vari fogli, ho scoperto che il suo vero nome era Jean Pierre Lucine Osty. Sapevo che era un giornalista corrispondente di guerra e combattente con De Gaulle negli anni dell’occupazione tedesca della Francia, ma non avevo mai cercato di approfondire la conoscenza della sua vita “terrena”. Di un autore mi interessa quello che ha scritto e non se fosse stato uno alto di statura o marito infedele oppure di religione copta. Sono convinto che saperne troppo della biografia faccia male alla dritta lettura dei testi. Ho fatto poche eccezioni, cominciando da Gabriele d’Annunzio perché la sua vita era romanzo respirato che completava quello scritto.
Di Lartéguy ho letto qualche articolo e “Saigon addio” (le vicende della sconfitta nel 1975 del Vietnam del Sud ad opera dei nordvietnamiti). Non sono mai riuscito a trovare “Morte senza paga”.

Zio Luca
Mentre a Parigi moriva lo scrittore francese, a Napoli agonizzava mio zio Luca, l’unico fratello di mia madre (in casa Gaudiano erano tre femmine e un maschio; rimasto vedovo, mio nonno si risposò con una vedova con tre figli, un maschio e due femmine).
Avevo visto zio Luca l’ultima volta ai funerali di zia Antonietta, che ci aveva fatto da mamma, a me e mio fratello, nei periodi nei quali nostra madre era ricoverata in ospedale. Nel sagrato della chiesa gli avevo detto:
Zio Luca, non è possibile che ci dobbiamo vedere soltanto in queste occasioni…
Mi aveva sorriso (aveva un modo di sorridere che definire disarmante non rende appieno l’idea) come a dire: è la vita.
Per fermare uno dei miei sproloqui-fiume contro l’ipocrisia di una società malata di consumismo e refrattaria al più piccolo moto ideale, una volta m’aveva detto:
Ma quando mai uno riesce a fare quello che vuole. Pure quando guidi la macchina dipendi da quello che fanno gli altri… devi capire le loro intenzioni… devi fare una guida psicologica e non sempre ti va bene…
E mi guardava con la sua solita aria da tu-che-vuoi-da-me.
Da ragazzino non ero facile da trattare. La mia stima uno se la doveva guadagnare. Ancora oggi è così ma non me ne faccio accorgere. L’ammirazione per zio Luca era sconfinata. Lui costruiva gli aerei! Pensate. Avere uno zio che fa gli aeroplani! Era un mito. Mi regalò un modellino di G91 (quello delle Frecce Tricolori fino al 1981) fatto al tornio da lui. Era un solo blocco, non c’erano viti, saldature o elementi aggiunti, tranne che la carlinga in plastica trasparente. Un anno che tornai casa per Natale non lo vidi più sul mobile nella stanza da pranzo, ma non chiesi che fine avesse fatto.
Per quanto era bravo, gli americani avevano addirittura chiesto a zio Luca di trasferirsi in California dopo che l’avevano visto all’opera durante uno stage formativo. Non era un ingegnere ma negli States i pezzi di carta non valgono granché. Anzi. Devi sempre dimostrare che sai fare quello che il tuo pezzo di carte dice. Giuseppe Prezzolini, grandissima penna poco apprezzata in Italia perché usata (come una frusta, tra l’altro) da un non appartenente alla nomenklatura, ebbe negli Usa una docenza in lingua e letteratura italiana. Ricordo che gli intellettuali, tutti rigorosamente “autorizzati” dalla stella rossa, scrissero protestando che Prezzolino non era nemmeno laureato e che perciò non poteva fare il professore universitario. Ovviamente la replica yankee fu secca: Prezzolini è bravo e sa fare il professore.
Zio Luca aveva mani capaci di fare. Ma non si trasferì negli States perché la moglie, zia Angelina, non volle. Ma anche questa è un’altra storia.
Nella bara, all’ospedale, quando l’ho visto la mattina di sabato 5 marzo, il viso assottigliato dalla sofferenza, sono state le sue mani che m’hanno commosso.
Un corpo piccolo con mani grosse alla Carnera. Incredibile. Ho avuto netta la sensazione che l’intera morte di zio Luca si fosse concentrata nelle sue mani. Quasi a dire: vedete, queste mani hanno costruito, hanno modellato, hanno avvitato e inchiodato, hanno afferrato una vita di lavoro e l’hanno portata fino a qui, in una bara di raso rosso.
Giuseppe Spezzaferro

sul terrazzo di casa

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Un Commento

  1. Ho sempre pensato che il legame di sangue vada oltre ogni forma di sentire e ne ho trovato conferma in questo articolo-racconto.
    Non sono certa che “la morte degli altri ci uccida”! Se la “morte” risveglia ricordi, emozioni che si trasmettono e trovano riscontro nei ricordi e nelle emozioni provate da altri, allora credo si possa parlare di “morte che genera vita” per noi che rimaniamo e per coloro che non ci sono pù! Mio Padre così bravo nel suo lavoro, ma così semplice ed umano. Il suo nome “Luca” è la sintesi di degli aggettivi che lo hanno rappresentato “Leale, Umile, Coerente, Amorevole”. Ha lasciato tanto, ma soprattutto l’aqpprezzamento delle cose semplici e grandiose allo stesso tempo, le sole che contano veramente. Quando vado a trovarlo mi piace cantargli una tra le canzoni a lui tanto care: “What a wondertful life” di L. Armstrong.

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