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E’ morto e i Maya non c’entrano

Quando si dice la fortuna! José Argüelles è morto in tempo. S’è salvato, cioè, da uno spernacchiamento globale. Ah, forse c’è qualcuno che conosce la vicenda ma non sa il nome dell’autore. Bene, comincio daccapo.

José Argüelles è l’inventore della profezia dei Maya sulla fine del mondo nel 2012.
E’ morto a 72 anni. Un’età nella quale solitamente si moriva una volta, ma non nel nostro mondo supertecnologico. La sua prematura dipartita, ripeto, gli ha risparmiato una figuraccia da imbonitore circense, da venditore di elisir di lunga vita.
Nel 1972 pubblicò negli States un libro (“The Mayan Factor”) nel quale fissò la data della fine del mondo al 21 dicembre del 2012. Essendo uno dei guru nel mondo confuso e patetico della cosiddetta “New Age” ed essendo anche un professore di storia dell’arte, la sua previsione fu presa sul serio. In Italia è diventato famoso grazie al film catastrofico fantascientifico, prodotto nel 2009 e intitolato appunto “2012”. Qual è il succo? I Maya avevano elaborato un preciso calendario che però terminava il giorno 21 del mese di dicembre dell’anno 2012. Come mai? Perchè quella data sarebbe stata l’ultima della Terra e del genere umano.

Ma c’è una pinzillacchera: i Maya quel calendario non l’hanno mai elaborato.
Chiamato “Dreamspell” dal suo inventore, Argüelles, quel calendario (cliccando su Google ci si può trastullare con il calcolo della propria identità galattica) non c’entra niente con lo Tzolk’in, l’almanacco usato dalle popolazioni mesoamericane che scandiva 260 giorni. Non si sa chi l’abbia elaborato, ma i primi a usarlo furono nel VI secolo a.C. gli Zapotechi di Oaxaca. Questa popolazione aveva elaborato anche un sistema di scrittura sul quale si modellarono poi le scritture dei Maya, dei Mixtechi e degli Aztechi.
Perché un ciclo durava 260 giorni? Perché, ipotizzano gli esperti, dura tanto la rivoluzione di Venere intorno al Sole, che poi, a ben vedere, assomiglia alla gestazione umana che normalmente è di circa 9 mesi.
Affianco a questa sorta di guida c’era poi il calendario corrispondente all’anno solare. Si snodava per 18 mesi, ciascuno di 20 giorni numerati, più 5 Uayeb, cioè giorni innominati e sfigati, aggiunti alla fine per arrivare a 365.

Ci sarebbe molto da dire. Mi riservo di farlo in altra occasione e torno all’americano di origine messicana morto il 24 marzo dell’anno precedente a quello fatidico da lui propagandato (e ben venduto).
Argüelles, nel suo “Dreamspell/delle 13 Lune”, aveva trovato il modo di agganciare il nostro calendario Gregoriano a far data dal 26 luglio 1992 e così era arrivato a fissare il giorno della fine del mondo.
Non m’addentro nel ginepraio di calcoli e di modelli matematici usati da Argüelles per escogitare una “Legge del Tempo”, secondo la quale il tempo è una frequenza di sincronizzazione universale. Va detto che il suo libro-profezia è stato tradotto in 23 lingue. Insomma aveva fatto parecchi quattrini seminando il terrore fra genti già bastantemente spaventate dal buco nell’ozono, dalla mucca pazza, dalle polveri sottili, dal pesce al mercurio e dalle mille altre paure che attraversano questo nostro incerto mondo.
Giuseppe Spezzaferro

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