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I guerrieri di Termini Imerese

I guerrieri morti combattendo splendono di luce perenne. Basta che li si sfiori con l’immaginazione e immediatamente rinnovano la magia del sangue che dal cuore sale a invadere il cervello. Silenziosi e potenti indicano la via del coraggio, sempre. Senza distinzioni. Se però hanno impugnato le armi per obbedire a un’idea che è la stessa di chi li onora, allora trasmettono una forza che ti fa sentire invincibile. Non importa se sono caduti ieri mattina o duemilacinquecento anni fa; e neppure se usavano una lingua che nessuno più parla da secoli o se onoravano divinità che oggi riposano nei musei e nei parchi archeologici. Nemmeno conta se avevano vinto o perso. Per questo nei sepolcri scavati nel sito di Himera non fa differenza se gli scheletri sono degli eroici difensori sconfitti dai Cartaginesi oppure degli eroici soldati che li avevano battuti.

Sugli scheletri riportati alla luce si vedono i segni dei colpi di lancia e di spada. L’archeologo Stefano Vassallo ha definito “straordinaria” la scoperta di varie fosse comuni che ricoprivano un centinaio di giovani guerrieri.
Due furono le grandi battaglie alle quali avrebbero potuto partecipare: una nel 480 e l’altra, 71 anni dopo, nel 409 a.C.
Si svolsero entrambe in una città che fu distrutta dopo essere vissuta per circa due secoli e mezzo. Si chiamava Himera. Fu una colonia greca fondata in Sicilia da esuli siracusani e da un gruppo di messinesi.
Per la sua posizione strategica divenne centro di traffici per le coste tirreniche d’Italia e di Spagna ed ebbe una notevole espansione finché Terone, tiranno di Akragas, potente città della costa siciliana meridionale, decise di impossessarsene. L’aggressione riuscì, Himera fu occupata ma Terillo, che la dominava, riuscì a fuggire.

Dopodichè accadde un fatto che nel corso dei secoli si sarebbe ripetuto mille e mille volte in Italia. Per riconquistare il potere, Terillo chiese aiuto a Cartagine. Le italiche genti che, in lotta fra loro, invocano il soccorso dello straniero è una costante che, a ben guardare, perdura a tutt’oggi. Ma torniamo ai guerrieri di Himera.

Nella strategia espansionistica cartaginese, c’era, eccome!, l’egemonia sulla Sicilia o su una buona parte di essa (Siracusa era fortissima) e quindi la richiesta di aiuto fu accolta all’istante.
Gli Agrigentini (per i distratti: Agrigento all’epoca si chiamava Akragas) chiesero aiuto ai Siracusani e insieme affrontarono le truppe cartaginesi, che erano composte in maggioranza da mercenari libici, corsi, sardi, spagnoli, liguri… la forza di Cartagine si basò fino alla fine sui mercenari.
Lo scontro decisivo avvenne sotto le mura di Himera (nei pressi oggi c’è Termini Imerese) e i Cartaginesi subirono una sconfitta che rimandò di parecchi anni i loro programmi di espansione. «In quel periodo – ha ricordato Vassallo – era in atto un tentativo dei cartaginesi di fare conquiste territoriali. Con questa vittoria le colonie greche di Sicilia godettero di un periodo di prosperità e di espansione demografica. Non è un caso che alcuni dei più importanti templi greci di Sicilia, tra cui quelli di Selinunte e Agrigento, furono edificati dopo la vittoria”.
Cartagine si leccò le ferite e preparò la rivincita. La seconda battaglia segnò la morte di Himera. La città venne cancellata dalla carta geografica. La resistenza dei giovani guerrieri fu formidabile ma non riuscì a fermare l’esercito punico.
In alcune fosse, accanto a quelle con i guerrieri, ci sono i resti dei cavalli che furono sepolti per onorare i caduti.
Giuseppe Spezzaferro

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Un Commento

  1. magnifico

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