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25 aprile: Salgari fa harakiri

Non credo che i ragazzi oggi leggano un qualche libro. A sentirli parlare sull’autobus o in metro, gli argomenti sono più che altro personali (mi ha lasciato; come glielo dico che non mi va più?; quella mi piace; mia madre rompe; la preside è una stronza…) oppure sono i personaggi della televisione che racconta fatti personali. Parlano anche d’altro (sport, moda, vacanze…) ma ciò che davvero li impegna sono i sentimenti e una psicologia elementare. Non sto esprimendo giudizi. Sto dicendo che non mi pare che questi ragazzi siano attirati dal piacere della lettura.

Anche quand’ero ragazzo io, più di mezzo secolo fa, non tutti leggevano con la stessa famelica passione, ma c’erano libri e autori comuni a tutti. Ne cito qualcuno alla rinfusa: Don Chisciotte, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, Cuore, Pinocchio, Ventimila leghe sotto i mari, La capanna dello zio Tom. Alcuni racconti ci facevano sognare con il medesimo trasporto della ragazzina in attesa del principe azzurro. Sandokan era uno di quei personaggi sui quali eravamo d’accordo. Al solo pensiero di marciare e combattere ai suoi ordini ci venivano i brividi. Usciti da scuola, mentre si tornava a casa, c’era sempre qualcuno che se ne usciva con un “ma secondo voi è più forte Sandokan o il Corsaro nero?”. Immancabile partiva la litigata. Ci accapigliavamo per davvero e qualche volta la zuffa finiva con una maglietta strappata e un paio di lividi blu.

Il libro “Emilio Salgari. La macchina dei sogni” scritto da Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi, uscito da poco, dà un’accettata sanguinosa alle mie fantasie adolescenziali. Non ero mai stato curioso di conoscere la vita reale di chi aveva raccontato le avventure delle tigri di Mompracem e dei corsari. Una volta, mio padre se ne uscì con un “prendi Salgari, non ha mai fatto un viaggio e guarda che è stato capace di scrivere” e io ci restai male. Forse fu in quel momento che decisi di non guardare mai alle biografie ma soltanto alle opere. La vita privata la studio se mi fa capire meglio una vicenda. Senza informazioni sulla persona Gengis Khan non puoi capire il conquistatore Gengis Khan, per esempio. Viceversa mi è inutile sapere come si chiamano la madre o la moglie di George Harrison. Sono decenni che i Beatles mi smuovono il sangue tutte le volte che li ascolto, eppure delle loro faccende private non so quasi nulla. Le note biografiche di Napoleone sono parte essenziale, invece, delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Chiedetemi quanti anni ha Mina e io non saprò rispondervi, eppure di Mina sono innamorato da una vita. Quando canta “ un uomo per me” sono convinto che di me sta cantando.
Credo di essere stato abbastanza chiaro, ecco perché il libro pubblicato da Rizzoli mi ha arrecato dolore. Compulsando le carte dell’archivio dell’editore Bemporad, Gallo e Bonomi hanno scoperto la terribile verità della morte di Salgari, quando non aveva ancora cinquant’anni.

Segnata dalla data 20 aprile 1911 (Salgari è morto cinque giorni dopo) una lettera scritta a Enrico Bemporad annuncia la fine.
Il creatore di Sandokan mette nero su bianco una disperazione senza rimedio: “Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio. Mi occorre di fare subito un deposito di lire 300 che io non posseggo perché con le infermiere durante questo lungo periodo sono stato pelato. Io la prego di mandarmi la terza rata di 600 lire ed io le prometto di rimetterle fra giorni altre cento cartelle. Mi lasci un momento di respiro per rimettermi da questa terribile scossa”.

L’editore fiorentino gli mandò i soldi ma nel frattempo Emilio Salgari aveva deciso di farla finita.
Ida Peruzzi, la moglie, l’aveva aiutato a fabbricare libri uno dietro l’altro perché i soldi non bastavano mai: avevano una figlia, Fatima, malata di tisi, e i suoceri da mantenere. Rimasto solo s’era sentito perso e aveva fatto harakiri. Si squarciò il ventre come un samurai. Per accelerare la morte si tagliò la gola.
Giuseppe Spezzaferro

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