Vetrina / FOCUS / Segmenti / Vesak, il compleanno del Buddha

Vesak, il compleanno del Buddha

Sono circa 350 milioni i buddhisti che festeggiano tra il 10 maggio (in Corea del Sud), il 17 maggio (nella maggioranza dei Paesi asiatici) e il 29 maggio (in Italia) il “compleanno del Buddha” (nascita, illuminazione, morte).
Le date della festa, chiamata Vesak (ma anche: Vaiśākha, Buddha Purima, Seokga tansinil, Visakha Puja…) dipendono dai diversi calendari lunari (il giorno è il plenilunio di maggio). In Italia, invece, la data è stata fissata per convenzione nell’accordo fra lo Stato e l’Ubi (Unione buddhista italiana) nell’ultimo fine settimana del mese di maggio (che quest’anno è appunto il 28/29).
Navigando accortamente sul web si trovano belle descrizioni di cerimonie e tradizioni delle numerose comunità buddiste sparse nel mondo. A prima vista quella in Tibet m’è parso il festeggiamento più emozionante. Comunque la ricorrenza del Vesak mi dà l’opportunità di fare un po’ di copia e incolla. Tra i testi che ho a portata di mano ho preso due paginette di introduzione da “Aforismi e discorsi del Buddha” (a cura di Mario Piantelli; Tea, 1988) e una decina di brani da “La dottrina del risveglio” (Julius Evola; Scheiwiller,1973).
Leggendo qui appresso non è complicato individuare i motivi della scelta. Comincio dalla vita del Buddha che, com’è noto, non ha una sola versione.

Tra cronaca e mito

Racconta Mario Piantelli:
Colui che sarebbe stato in futuro oggetto, come Buddha, del culto di milioni di uomini, Gautama l’asceta (muni, «silenzioso», o śramana, «sforzantesi» in vista della purificazione e del conseguimento della liberazione dal ciclo delle rinascite) trascorse la sua esistenza, elemosinando il vitto quotidiano e predicando i suoi precetti, nella piana gangetica orientale qualche tempo prima dell’invasione da parte d’Alessandro il Macedone della provincia del Sindh (327-325 a.C.). La sua datazione è oggetto di controversie e dipende dalla correlazione che s’intende stabilire con la consacrazione dell’imperatore Aśoka della dinastia dei Maurya, la quale sembra aver avuto luogo verso il 270 a.Cristo. Fonti indiane, a noi pervenute anche in versione tibetana e cinese, pongono la morte del fondatore del Buddhismo un secolo innanzi tale data, mentre la tradizione singalese la spinge a duecentodiciott’anni prima di essa. Altre testimonianze, che parlano di centosedici anni tra i due eventi, o pongono Gautama verso la metà del VI secolo a.C., godono di minor considerazione. I fatti di cui possiamo esser sicuri o quasi quanto a lui e al suo entourage sono relativamente esigui: nei decenni della sua vita itinerante (si sarebbe spento verso l’ottantina), egli ottenne un certo prestigio presso la «borghesia» urbana ed esponenti dell’aristocrazia dei regni locali, tra cui primeggiavano quello dei Magadha, allora retto da Bimbisāra della dinastia Haryańka, deposto e fatto uccidere dal figlio Ajātaśatru, e quello dei Kosala, governato da Prasenajit, a sua volta detronizzato dal figlio Virūdhaka. La politica espansionistica di quest’ultimo finì per assoggettare, ancor vivo Gautama, la piccola repubblica aristocratica degli Śākya, nella terra dei Kosala settentrionali (Uttarakosala), oggi a cavallo del confine indo­nepalese. Gautama stesso era probabilmente originario di quella zona, come attesta il suo epiteto di Śākyamuni («Asceta degli Śākya»). Il nome simbolico di Siddārtha («Che ha raggiunto il suo scopo), la nascita in una famiglia principesca o addirittura regale, i nomi dei genitori (Śuddhodana e Māyādevi), la conquista della bellissima sposa Yaśodharā, l’abbandono del palazzo paterno a seguito del turbamento insorto dall’incontro traumatizzante con la realtà del male nel mondo, esemplificato in un vegliardo, un infermo e un morto, sono tratti d’una leggenda atemporale che si sovrappone ad una biografia certo meno nota nei suoi inizi che nel suo esito, esattamente come avverrà per Gesù nei racconti evangelici. Invero la qualità del meraviglioso che circonda il Buddha ricorda, sotto alcuni rispetti, quella che in tali racconti ci è familiare. Lo vediamo misurarsi con il Maligno (Māra, «l’uccisore», divino e demoniaco principe del mondo dominato dal desiderio) in una serie di tentazioni simboleggianti le possibili deviazioni dalla sua vocazione di maestro spirituale – la sfida a tramutare una montagna in oro, l’offerta della regalità e del dominio sul mondo… e, più insinuante di tutte, la tentazione ad abbandonare subito la vita e le sue pene, senza giungere ai fastigi dell’insegnamento e ai suoi mille scacchi e delusioni. Lo vediamo camminare sulle acque, discendere dal cielo su una scala d’oro e di gemme con ai fianchi gli dèi Brahmā ed Indra, dichiarare solennemente «chi vede me, vede il Dharma», la legge universale che, nella visione buddhista, prende in qualche modo il posto di Dio … Insomma, si direbbe che una sorta di archetipo comune sia sotteso alle narrazioni indiane e a quelle fiorite sulle rive del Mediterraneo. Le prime sono probabilmente più antiche, e meglio inquadrate – nei loro elementi straordinari – di quelle che circondano il Cristo. Così la nascita del Buddha dal fianco materno, senza passare per la via umiliante dei comuni mortali, riprende il mito della nascita del dio Indra già noto fin dall’epoca dei Veda….

Mi fermo qua con la citazione. Chi fosse interessato ad approfondire non ha che da procurarsi il libro.
Faccio un salto (in tutti i sensi) e propongo alcuni brani di Evola che ho scopiazzato per mettere qualche punto fermo.
Qui ribadisco la mia allergia per l’infatuazione orientale di alcuni. E per il loro turismo spirituale esotico.

Il “climaterio” delle civiltà

Scrive Evola:
Dal punto di vista della storia universale il buddhismo sorge in un periodo nel quale per tutta una serie di civiltà tradizionali si verificò una crisi, risoltasi talvolta positivamente grazie ad opportune riforme o riprese, talaltra negativamente, con l’effetto, allora, di dar luogo a ulteriori fasi involutive o di sfaldamento spirituale. Questo periodo, da taluno chiamato un «climaterio» delle civiltà, cade approssimativamente fra l’VIII e il V secolo a.C. Così è in un tale periodo che in Cina si affermano le dottrine di Lao-tze e di Kung Fu-tzu (Confucio), rappresentanti appunto una ripresa di elementi di una più antica tradizione, sul piano metafisico nel primo, etico-sociale nell’altro. Nello stesso periodo si vuole sia apparso «Zarathustra», col quale nella tradizione irànica si operò un analogo rivolgimento. E nell’India una funzione analoga doveva averla appunto il buddhismo, il quale significò una reazione e, ad un tempo, un risollevamento. Per contro, come in altre opere abbiamo avuto occasione di rilevare, sembra che in genere in Occidente i processi di decadenza abbiano prevalso. Il periodo ora indicato è infatti quello, in cui decade l’antica Ellade aristocratica e sacrale; è quello, in cui sulla civiltà solare e regale egizia prende il sopravvento la religione di Iside insieme a certe forme popolari e spurie di mistica; è quello, in cui, col profetismo, in Israele si preparano i più pericolosi fermenti di corrosione e di sovvertimento spirituale pel mondo mediterraneo. L’unica controparte positiva in Occidente sembra esser stata Roma, che nacque effettivamente nello stesso periodo e per un dato ciclo fu una creazione di portata universale animata in alta misura dallo spirito originario.

Lo svegliato

Scrive Evola:
«Dottrina del risveglio» è il senso effettivo di quel che comunemente si chiama buddhismo. Il termine «buddhismo» deriva dalla designazione pâli di Buddho (in sanscrito Buddha) data al suo fondatore, la quale però è meno un nome, che non un titolo. Buddho, dalla radice budh = svegliarsi, significa «lo svegliato», è dunque una designazione che si applica a chiunque sia giunto a quella realizzazione spirituale – assimilata per analogia ad un «destarsi», ad un «risveglio» – che fu additata dal principe Siddharta. E’ dunque il buddhismo nelle sue forme originarie – il cosiddetto buddhismo pâli ­che per noi presenta, come ben poche altre dottrine, le caratteristiche richieste, cioè: 1) comprende un sistema completo di ascesi, 2) oggettivo e realistico, 3) di puro spirito ario, 4) avente riguardo per le condizioni generali di un particolare ciclo storico, a cui appartiene anche l’attuale umanità.
Abbiamo parlato di significati vari che l’ascesi considerala nel suo insieme può presentare in piani ordinati gerarchicamente. In sé e per sé, cioè come «esercizio», come disciplina, l’ascesi mira a metter tutte le forze dell’essere umano in soggezione ad un principio centrale. Nel riguardo si può parlare di una vera e propria tecnica, che con quella propria alle realizzazioni meccaniche attuali ha in comune i caratteri della oggettività e della impersonalità. E’ così che uno sguardo addestrato saprà facilmente riconoscere una «costante» al di là dalla molteplice varietà delle forme ascetiche adottate da questa
o quella tradizione, a tanto bastando saper separare l’accessorio dall’essenziale. (….)In secondo luogo, in pochi altri sistemi, come nel buddhismo, si evitano le collusioni fra ascesi e moralità e si è così consapevoli del valore puramente strumentale che per la prima ha la seconda. Ogni precetto etico viene qui considerato secondo una particolare dimensione, vale a dire alla stregua degli effetti «ascetici» positivi, che il seguirlo, o meno, ha per conseguenza. Si può dunque dire che qui non solo è superata ogni mitologia religiosa, ma anche ogni mitologia etica. Appunto come «strumenti dell’animo» sono considerati, nel buddhismo, gli elementi del sîla, cioè della «retta condotta»: non è il caso di parlare di «valori», bensì di «strumenti», strumenti per una virtus non in senso moralistico, bensì nel senso antico di energia virile, di forza d’animo.

Dopodichè

Troppa gente s’arricchisce sfruttando le debolezze di uomini, donne e transgender, che non riescono a trovare in sé stessi una ragione di vita. Siamo nel ventunesimo secolo e continuano a fare affari cartomanti, astrologi e imbroglioni di ogni genere e caso. Si spendono quattrini per ripagare un tizio che snocciola lezioni di amore compassione pietà e viaggia sul jet privato. I gabolari in circolazione sono più numerosi di quelli colti nelle mani nel sacco e momentaneamente fermati. Più sofisticati sono i telefonini e più oroscopi si vendono. E’ un segno terribile che andrebbe studiato con la doverosa attenzione.
Giuseppe Spezzaferro

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Mario Capanna alla radio. Io al cesso

Vado al cesso e accendo la radio. Una voce dice che twitter sollecita la tempestività …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.