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I Templari furono assolti dal Papa

Sette secoli. Un’enormità, ma non per la Chiesa cattolica apostolica romana che misura il tempo a millenni. Dopo settecento anni dal Vaticano arriva la verità sullo sterminio dei Templari. Non sappiamo (e non lo sapremo mai) quanti anni e quanti esperti ci sono voluti per tradurre, studiare e interpretare documenti e pergamene, fare i corretti riscontri incrociati e ristabilire la verità su fatti accaduti nel 1300. La vulgata corrente voleva il Papato alleato con il Regno di Francia per eliminare i Cavalieri Templari ed impossessarsi delle loro enormi ricchezze. Nel corso dei secoli sono anche fiorite leggende su spaventosi segreti custoditi da quei Cavalieri di Cristo. I documenti (presentati in Vaticano il 25 ottobre 2007) scoperti nell’Archivio Segreto dalla storica Barbara Frale dimostrano che il Papa non sapeva niente di ciò che macchinava la Francia contro i Templari. Fondamentale è una pergamena (70×58 cm) firmata dai tre cardinali della commissione d’inchiesta pontificia spedita in Francia (a Chinon) a processare i Cavalieri. Berenger Fredol (nipote di Clemente V), Landolfo Brancacci (filofrancese) ed Etienne de Suisy scrivono: “Poiché vedemmo che il Gran Maestro era pentito di ciò che aveva fatto e poiché i frati ne fecero richiesta, e rilasciarono le loro deposizioni con tale umiltà da meritare davvero la Misericordia di Dio, abbiamo concesso l’assoluzione nella forma consueta della Chiesa, restituendoli alla comunione dei fedeli e all’amministrazione dei sacramenti”. Assoluzione, dunque, e non condanna. E con questo si possono serenamente mandare al macero quintalate di volumi imperniati sulla condanna. La verità è che Clemente V ebbe notizia dell’arresto dei Templari a cose fatte.

Il guascone Bertrand de Got (papa Clemente V dal 1305 al 1314) aveva spostato la Santa Sede da Roma ad Avignone dopo l’elezione al conclave di Perugia durato 11 mesi. Filippo IV di Francia (più noto come Filippo il Bello) aveva seguito molto da vicino quel conclave per evitare che fosse eletto un cardinale italiano. Ma non aveva abbastanza forza per imporre un cardinale francese per cui la scelta cadde sul guascone che non era cardinale ma vescovo di Bordeaux. Giovanni Villani diede spazio nelle sue cronache ad una voce che girava a proposito di un accordo (pre-elettorale) fra Bertrand de Got e il sovrano.

Non sappiamo a tutt’oggi se la notizia fosse vera o falsa. Sta di fatto che quella che è passata alla storia come “cattività avignonese” (1309-1377) determinata dalla lotta fra il Re di Francia e la Curia romana ebbe inizio con Clemente V. Ma torniamo all’arresto dei Templari e del Gran Maestro, Jacques de Molay. In quel periodo il Papa e l’Ordine lavoravano al progetto di fondere tutti gli ordini cavallereschi in modo da avere una forza capace di dare spinta alla Crociata (che non fu mai fatta) bandita da Clemente V. Ma Filippo il Bello voleva che a capo di questo super-ordine fosse insediato un suo parente e, ciliegina sulla torta, mirava al tesoro dei Templari custodito nella Torre del Tempio di Parigi. L’arresto era indispensabile per realizzare i suoi progetti. Le torture costrinsero il Gran Maestro e gli altri a confessare le colpe di idolatria e sodomia. Alla notizia delle confessioni, il Papa spedì una delegazione ad interrogare gli arrestati ma la missione fallì. A quel punto ne nominò un’altra con speciali poteri. Quasi contemporaneamente Clemente denunciò pubblicamente la condotta oscena di alcuni templari, non sappiamo se per dimostrare a Filippo un’effettiva terzietà oppure per intima convinzione che quelle oscenità fossero state compiute durante le cerimonie di ammissione all’Ordine. La nuova commissione, comunque, era un punto interrogativo: avrebbe potuto addirittura denunciare il Re se fosse stata dimostrata la falsità delle accuse e chiedere al Papa di scomunicarlo. Filippo fece molti tentativi per evitare i nuovi interrogatori ma il Papa, a dimostrazione che era determinato, sospese cautelativamente l’Inquisizione (che aveva torturato i Templari). A quel punto il Re acconsentì che i prigionieri fossero condotti a Poitiers, dove il Papa risiedeva, ma a Chinon i prigionieri più importanti (fra i quali, ovviamente, il Gran Maestro) furono trattenuti perché troppo malati per proseguire il viaggio. I Templari che arrivarono a Poitiers furono interrogati (e assolti) dal Papa. Tre emissari pontifici (che, come abbiamo visto all’inizio, firmarono la pergamena con l’assoluzione) andarono a Chinon ad interrogare i malati.

Filippo il Bello non accettò la sconfitta e prima che Clemente V applicasse il Codice canonico (era stata dimostrata, infatti, la falsità delle accuse) annunciò che Bonifacio VIII aveva comprato l’elezione a Papa nel 1294, e che doveva essere processato pubblicamente come ladro, satanista e simoniaco. E caricò l’annuncio di un ulteriore forte segnale: il vescovo di Tryes fu mandato al rogo con l’accusa di stregoneria, bestemmia ed eresia.

Il contrattacco del sovrano era chiaro: la Francia era pronta allo scisma da Roma. Se Clemente avesse sbagliato mossa, avremmo avuto oggi la Chiesa di Francia oltre alla Chiesa d’Inghilterra.

Il Papa sciolse l’Ordine dei Templari ma cambiò l’accusa di eresia decisa da Filippo con quella di abiura. Aveva depotenziato la manovra scismatica del Re ma non salvato i Cavalieri. Il Gran Maestro ed i suoi compagni furono bruciati il 18 marzo 1314 sull’isolotto di Pont Neuf, nella Senna, alle spalle di Notre Dame.

Quei roghi segnarono la fine della storia dei Poveri Cavalieri di Cristo e l’inizio di leggende e miti.

Qui di seguito, riportiamo integralmente ciò che scrive il Vaticano sulla pergamena di Chinon.

PERGAMENA DI CHINON
ASSOLUZIONE DI PAPA CLEMENTE V
AI CAPI DELL’ORDINE TEMPLARE

Chinon, diocesi di Tours, 1308 agosto 17-20

Originale formato da un unico foglio membranaceo di grandi dimensioni (mm. 700×580), in origine munito dei sigilli pendenti dei tre legati apostolici che formavano la speciale Commissione apostolica ad inquirendum nominata da Clemente V: Bérenger Frédol, cardinale prete del titolo dei SS. Nereo ed Achilleo e nipote del papa, Étienne de Suisy, cardinale prete di S. Ciriaco in Therminis, Landolfo Brancacci, cardinale diacono di S. Angelo. Stato di conservazione discreto, anche se sono presenti vistose macchie violacee dovute ad attacco batterico. L’originale era corredato da una copia autentica, tuttora conservata presso l’Archivio Segreto Vaticano con segnatura Archivum Arcis, Armarium D 218. ASV, Archivum Arcis, Arm. D 217

Il documento contiene l’assoluzione impartita da Clemente V all’ultimo Gran Maestro del Tempio, frate Jacques de Molay, e agli altri capi dell’Ordine dopo che questi ultimi hanno fatto atto di pentimento e richiesto il perdono della Chiesa; dopo l’abiura formale, obbligatoria per tutti coloro che erano anche solo sospettati di reati ereticali, i membri dello Stato Maggiore templare sono reintegrati nella comunione cattolica e riammessi a ricevere i sacramenti. Appartenente alla prima fase del processo contro i Templari, quando Clemente V era ancora convinto di poter garantire la sopravvivenza dell’ordine religioso-militare, il documento risponde alla necessità apostolica di rimuovere dai frati-guerrieri l’infamia della scomunica nella quale si erano precedentemente invischiati da soli ammettendo di aver rinnegato Gesù Cristo sotto le torture dell’Inquisitore francese. Come confermano diverse fonti coeve, il papa appurò che fra i Templari si erano effettivamente insinuate gravi forme di malcostume e pianificò una radicale riforma dell’ordine per poi fonderlo in un istituto unico con l’altro grande ordine religioso-militare degli Ospitalieri. L’atto di Chinon, che dichiara i Templari non prosciolti bensì assolti, era presupposto necessario alla riforma ma rimase lettera morta. La monarchia francese reagì innescando un vero meccanismo di ricatto che costringerà in seguito Clemente V all’ambiguo compromesso sancito nel 1312 durante il Concilio di Vienne: non potendo opporsi alla volontà del re di Francia Filippo il Bello che imponeva l’eliminazione dei Templari, il papa rimosse l’ordine dalla realtà del tempo senza condannarlo né abolirlo, ma piuttosto isolandolo in una specie di “ibernazione” grazie ad un abile artificio del diritto canonico. Dopo aver dichiarato espressamente che il processo non aveva provato l’accusa di eresia, Clemente V sospenderà l’ordine dei Templari in via di una sentenza non definitiva dettata dalla superiore necessità di evitare un grave pericolo alla Chiesa, con divieto sotto pena di scomunica di continuare ad usarne il nome ed i segni distintivi.

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