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La discarica, l’aeroporto e… Zeus

La democrazia è una prassi tramite la quale ci si mette d’accordo sulla gestione della cosa pubblica e sui progetti per il futuro. La tecnica consiste nell’individuare il punto di incontro tra le esigenze di tutti. Data l’impossibilità di trovare un’intesa unanime, le decisioni vengono prese a maggioranza.
A rappresentare gli interessi e le istanze delle varie componenti della società, si formano partiti, sindacati, organismi e associazioni.
Per trovare un accordo che scontenti soltanto una minoranza, si fanno elezioni, assemblee, incontri, confronti e vertici. Una decisione, quindi, arriva dopo un certo tempo che, dopo lo smantellamento di spazio e tempo ad opera di internet, risulta eccessivo pure quando si misura a settimane (ma di solito sono mesi e anni).

Sulla carta il processo democratico consente a chiunque di partecipare. In realtà, senza una adeguata e costosa organizzazione che metta insieme un congruo numero di cittadini, il singolo ha soltanto il proprio voto da depositare nel segreto dell’urna. Anche le organizzazioni cosiddette extraparlamentari non influiscono granché sui processi decisionali se non hanno una sponda sulla quale contare (un partito, un sindacato, una lobby nazionale e/o estera).
La democrazia funziona al meglio quando gli interessi sia pur diversi siano espressi all’interno di un progetto comune. Funziona apparentemente quando non si mira affatto al cosiddetto bene comune (che in effetti si sostanzia nel punto sul quale s’accorda la maggioranza).

Anche Zeus non accontenta tutti

Vado di corsa e salto il “capitolo” relativo al fatto che non sempre la maggioranza fa la scelta migliore e non sempre la minoranza sbaglia. Qui applico il criterio dei grandi numeri per arrivare al sodo. Se un vaccino salva 990mila bambini su un milione, la tragica storia di una famiglia che ha visto un figlio morire a causa della vaccinazione non ferma la distribuzione di quel vaccino.

Duemilaseicento anni fa, il poeta greco Teognide scriveva: «…anche Zeus non piace a tutti, mandi la pioggia o la trattenga». Impossibile accontentare tutti, dunque.
Quando la democrazia è interpretata nella versione ostativa (ti metto il veto perché ne ho il diritto) viene forte la tentazione di smetterla di sprecare tempo nel tentativo di sciogliere il nodo e di snudare la spada per tagliarlo d’un colpo. Qui la cosa si fa delicata.
Qual è il discrimine che autorizzi a sospendere le regole democratiche?
C’è bisogno di una discarica per smaltire i rifiuti. Tutti la vogliono, ma la vogliono ciascuno lontana da sé. L’immondizia si accumula. Che fare? Si tentano vie persuasive oppure s’impone una scelta per decreto. Anni fa, in Francia, in un paesino che aveva accettato un vicino impianto nucleare mi raccontarono che in cambio avevano avuto un nuovo ospedale, un asilo nido e che non pagavano la bolletta della luce. E’ un sistema che funziona: si tratti di una linea ferroviaria ad alta velocità, di un inceneritore, di un elettrodotto o di una diga. Quando capita che il paesino insista nel no, se non c’è un’alternativa, lo Stato si impone e buonanotte ai suonatori. Il richiamo alla Francia non ha alcun valore politico (quanto sono bravi!) né istituzionale (che bello il presidenzialismo!), l’ho buttato lì come esempio perché ne ho avuta personale esperienza. Esempi analoghi è facile trovarli altrove in Europa e nel mondo.

Il poema degli abusivi risanati

La democrazia è una pratica difficile e faticosa; paralizzante quando i protagonisti non mirano ad un obiettivo comune.
Faccio un raccontino così da spiegarmi meglio senza fare disquisizioni accademiche, per le quali, fra l’altro, sono pochissimo attrezzato.
Una famiglia si costruisce una casa abusiva affianco ad un aeroporto. Poi ne arriva un’altra. E un’altra ancora. In un lasso di tempo più o meno lungo, nasce una nuova borgata (come si dice a Roma). Passa altro tempo finché si profila la possibilità di sanare l’abuso e così tutti si ritrovano proprietari di una casa del tutto regolare. E’ un attimo e li ritroviamo a protestare contro l’inquinamento acustico dell’aeroporto. Le mamme con bambini in braccio strillano che i loro figli rischiano di diventare sordi o addirittura scemi per l’assordante rumore degli aeroplani che atterrano e decollano a tutte le ore. Gli esperti interpellati confermano che i decibel eccessivi possono incidere eccetera eccetera.
La richiesta è semplice: spostare l’aeroporto.
Altro raccontino.
Spunta una casa abusiva vicino ad una discarica. Poi un’altra. Poi un’altra. Nasce una nuova borgata interamente abusiva. La puzza è terribile ma avere un tetto sopra la testa te la fa sopportare. Un bel giorno si scopre che, spendendo poche lire, è possibile sanare l’abuso. Scatta la corsa a mettersi in regola. Mentre il capofamiglia ritira i pezzi di carta che lo certificano proprietario di una regolare abitazione, la moglie con l’immancabile bambino in braccio grida alle telecamere la vergogna di un’amministrazione comunale che avvelena la sua famiglia.
Le cartelle cliniche descrivono malattie terribili contratte a causa dei veleni prodotti dai rifiuti.
Anche qui la richiesta è semplice: chiudere la discarica.
Esercitando un po’ la memoria, ciascuno può ritrovare esempi analoghi.
E continuo.
A Bologna c’è un termovalorizzatore che brucia rifiuti. I bolognesi non hanno cercato di bloccarlo, non hanno occupato la strada per impedire l’ingresso dei camion, non hanno denunciato al mondo il misfatto che testimonia l’indifferenza dell’amministrazione comunale per la pubblica salute. A Parigi (ricordo personale) ci sono tre inceneritori e nessuno protesta. In Campania la gente occupa stazioni e autostrade per far arrivare le telecamere e denunciare il tentativo di avvelenare tutti costruendo a pochi chilometri da casa loro un impianto che bruci immondizia. Non ditemi che i campani sono ignoranti e superstiziosi, mentre i bolognesi o i parigini sono colti e raziocinanti. Ma non voglio entrare nei meccanismi (sono molti e non sempre legali) che inceppano a Napoli e dintorni lo smaltimento regolare dei rifiuti.
Mi limito a dire che i veti incrociati nel nostro sistema democratico tutelano il più delle volte interessi spiccioli sotto un manto di belle questioni di principio.

Dietro il paravento dei princìpi

Se gli avvocati e i magistrati si incontrano per elaborare una riforma nel superiore interesse della Giustizia, diventa più agevole per il Parlamento varare una legge ad hoc.
Se le due caste mirano ciascuna al proprio tornaconto, la riforma resta al palo e avremo una serie di leggine che una volta accontentano gli uni e un’altra volta gli altri, con un guazzabuglio incredibile. Può un governo prendere la spada e tagliare il nodo? Non può, e per molte ragioni.
Avvocati e magistrati si troverebbero alleati nel combattere una riforma “sbagliata, ingiusta, impraticabile…”, chiederebbero l’appoggio delle opposizioni e otterrebbero il sostegno della stampa embedded contro il governo. La paura di perdere voti spingerebbe le diverse componenti al governo a scaricare sull’alleato la responsabilità dello sconquasso.
Uno dei motivi per i quali chi va al governo si rassegna ben presto al “quieta non movere” sta nella difficoltà (e nella pericolosità) del cambiamento.
Raccontino esemplificativo.
Ci si è accorti un po’ tutti che le Province sono un’istituzione superflua (e costosa) in una società nella quale tra Comuni, Regioni, Stato e Ue sul territorio già si annoda una rete bastante a tutte le esigenze. L’eliminazione dell’Ente-Provincia farebbe risparmiare pochi quattrini nell’immediato ma nel medio periodo sarebbe un grosso risparmio, anzi, un guadagno.
Mandare a casa, però, presidenti, vicepresidenti, consiglieri, consulenti… costa una barca di voti e nessun partito vuole pagare lo scotto di un’operazione per il “bene comune”. Di sbieco, annoto che mentre si parla dell’abolizione il Parlamento continua a partorire nuove Province e che in incubazione ce ne sono ancora tante. In più, rilevo che in questo momento la Lega è padrona del territorio al Nord anche grazie alla gestione delle Province, per cui sarebbe un vero suicidio elettorale permettere che siano cancellate.
La democrazia si articola in decisioni che fanno prendere voti e in decisioni che li fanno perdere. Ma state attenti: non sempre quelle che fanno crescere il consenso sono demagogiche e quelle che lo fanno calare sono “giuste”.
Dipende dai momenti. Se propongo una legge che contempli la pena di morte, mettiamo, per i pedofili nei giorni nei quali è stato arrestato un mostro che ha seviziato dei bambini, va’ tranquillo che il popolo mi acclama. Passata la sbornia da “impicchiamolo subito”, l’umore tornerà normale e, se nel frattempo sarà stata eseguita la condanna a morte di un innocente, quello stesso popolo vorrà il mio esilio.

Di raccontino in raccontino

In un paesino (del quale non faccio il nome per evitare querele) il progetto per una piscina pubblica viene finanziato dal Coni, ma la pratica viene bloccata dal sindaco uscente. Motivo: siccome è convinto che sarà eletto il suo avversario, quel cosiddetto primo cittadino non vuole che il suo successore si faccia bello con la realizzazione di un impianto sportivo regalatogli dalla sorte. Il paese resterà senza piscina e il sindaco bocciato potrà dire che il suo successore è un incapace perché se fosse stato rieletto lui… eccetera.
Quel pubblico amministratore, comunque, non è un marziano. Si comporta come la maggioranza delle persone. Basti osservare le baruffe condominiali per convincersene.
In un altro paesino, un tizio che ha due pezzi di terra separati da una striscia incolta che non gli appartiene chiede al proprietario di vendergli quel terreno che evidentemente non gli serve visto che lo tiene abbandonato. Risposta (da me udita): «E già… così tu ti fai più ricco con tutte queste canne unite insieme». La “canna” è una unità di misura e il paesano aveva ragione: due appezzamenti separati non valgono quanto uno di uguali dimensioni ma unico. Meglio non guadagnarci una lira piuttosto che vedere l’altro crescere di importanza e di quattrini.
Se l’appalto per la costruzione di un tratto della famigerata Salerno-Reggio Calabria è stato assegnato al mio concorrente, faccio di tutto (inclusa la costituzione di un movimento per la tutela del paesaggio) per bloccare i lavori. Parafrasando (al contrario) il famoso “c’è un giudice a Berlino”, possiamo dire che “c’è sempre un Tar” al quale ricorrere.
Giuseppe Spezzaferro
(continua alla prossima puntata…)

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