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Dal 1861 il Sud è diventato più povero

A proposito di unità d’Italia, ci sono alcuni dati che, molto meglio di tanti bla bla più o meno colti, mostrano una realtà che è poco definire scandalosa.
Quando, nel fatidico 1861, nacque l’Italia unita, il valore aggiunto medio pro capite era di 326 lire. La media cioè di ciò che veniva pagato in termini di salari, di rendite etc. si calcolava tra la cifra più alta (428 lire a testa nella provincia di Livorno) e quella più bassa (245 lire in Capitanata, cioè nella provincia di Foggia).

Il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, nella relazione alla 133esima assemblea dei presidenti delle Camere di Commercio d’Italia, svoltasi l’8 giugno a Roma, ha sottolineato che nel 1861 «il reddito pro capite del Sud era in media di circa il 20% inferiore a quello del Nord. Oggi, quel divario sfiora il 50%». Il massimo, il 52 e mezzo per cento, fu raggiunto nel 1951.
Un secolo e mezzo di leggi straordinarie, di programmi di sviluppo, di finanziamenti a pioggia, di agevolazioni ha prodotto la crescita del divario tra le due parti d’Italia riunite a forza dal Piemonte.

Le questioni storiche, le partigianerie, i garibaldinismi, i borbonici, i meridionalisti di tutte le scuole e tutto quanto entra in ballo allorché si tocca l’argomento Sud d’Italia non li sfioro neanche. Il dato è chiaro: nel 1861 la media più ricca al Nord era di 428 lire e quella più bassa al Sud era di 245 lire.
Oggi, i dati Unioncamere ci dicono che fatto 100 il valore aggiunto pro capite previsto quest’anno, il Nord-Ovest registrerà 120,2, il Nord-Est, 119, il Centro 111,7 e il Mezzogiorno soltanto il 67,1. Qual è dunque il miglioramento rispetto al 1861? Dov’è il guadagno che il Sud ha ottenuto dall’annessione al Piemonte?

Invece che Livorno e Foggia, oggi i due estremi sono Milano e Crotone. Nel capoluogo lombardo la ricchezza pro capite prodotta nel 2011 sarà circa 35mila euro e nel Comune calabrese di meno della metà e cioè di 13.200 euro.

Mi fermo qui. Con queste cifre fare letteratura sarebbe deprecabile.
Giuseppe Spezzaferro

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