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Soltanto i ricchi piangono (e dissentono)

Ma non è arrivato il momento di dire qualche verità? Non è ora di piantarla con le ipocrisie e le bugie? Stiamo passando da un vecchio mondo, che sta rantolando nel buio della coscienza collettiva, ad un nuovo mondo, che non riesce nemmeno a farsi intravedere. La fase attuale è senza identità. E’ un melting pot, un miscuglio di neo, post, anti, ex, che si accapigliano. Non c’è un progetto perché non si può progettare il futuro utilizzando le coordinate, i materiali, gli schemi del mondo vecchio. Si può soltanto navigare a vista, stando di vedetta per evitare gli scogli e le secche. Chi dice di avere il progetto giusto, dice una falsità. Imbroglia. Gioca sull’equivoco.

Il duello capitalismo-comunismo
L’ultimo secolo dello scorso millennio si era chiuso con lo scontro tra due protagonisti, il capitalismo e il comunismo, e con la sconfitta dell’impero sovietico comunista. Non sono stati i processi stalinisti, i gulag, i carri armati a Budapest, le persecuzioni dei dissidenti o la guerra persa in Afghanistan a far implodere il gigante dell’Est. O, comunque, da soli non sarebbero stati sufficienti. Il killer è stato il supermercato. Le immagini che rimbalzavano sulle tv satellitari e che raccontavano le opulenze capitalistiche hanno scardinato un sistema che propagandava l’uguaglianza mentre alimentava privilegi burocratici. Mosca narrava di libertà e di pace, ma nella sconfinata Unione delle repubbliche socialiste sovietiche non c’erano né l’una né l’altra. Lo statuto dell’Urss contemplava all’articolo 17: “Ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’Urss”, ma era un diritto valido soltanto sulla carta.
Intendiamoci, non è perché il Cremino fosse particolarmente malvagio. Anche la Costituzione italiana prevede sulla carta il diritto per ciascun cittadino ad esprimere liberamente la propria opinione. In realtà ci sono leggi, regolamenti e proibizioni varie che limitano quel diritto.
Voglio essere chiaro: in Italia hai diritto ad esprimere la tua opinione se è una opinione inoffensiva, generalizzata, diffusa e, soprattutto, se non dà fastidio a quelli che un tempo venivano definiti “padroni del vapore” e che oggi sono diventati talmente abili che è perfino difficile trovare per loro una definizione.
Il comunismo ha perso. Qualche traccia residua la si intravede qua e là, ma è paragonabile alla fronda bonapartista sopravvissuta alla morte di Napoleone in mano agli inglesi.
Il capitalismo ha vinto. E non perché sia meno malvagio. Soltanto nei western il buono è pure quello che spara più veloce. Nella vita è normale che sia il cattivo a sparare meglio e con maggior rapidità. Il capitalismo ha vinto perché i suoi crimini sono sopportabili. Sul pavimento del portico sotto casa mia dormono miserabili esseri umani sporchi puzzolenti e disperati. Sono pochi e ne accettiamo l’esistenza. La stragrande maggioranza ha un tetto sulla testa e un comodo letto. Le nostre città ospitano popolazioni che fanno acquisti, viaggiano, si divertono. C’è chi va in vacanza per un mese e chi per due giorni, chi guida un suv e chi un’utilitaria, ci sono case lussuose e case popolari, esistono differenze di censo e di cultura ma di emarginati ce ne sono davvero pochi. E’ una vergogna, ovviamente, ma non c’è paragone con le società del paradiso comunista.

Il paradiso comunista albanese
In Albania, ad Elbasan, anni fa presi un caffè a casa di una coppia di mezz’età. Dentisti entrambi, ma lei “privata” e lui “statale”. Uno stanzino aveva a sinistra un cesso alla turca sul quale pendeva un tubo per fare la doccia, al centro una dispensa, a destra un fornello a gas a due fuochi. L’appartamento era composto da quello stanzino e da una stanza con divani e cuscini che di notte faceva anche da camera da letto. Due dentisti, senza figli, in uno qualsiasi dei Paesi capitalisti come vivono?
Allora perché ci lamentiamo? Perché siamo un Paese ricco. E’ questa la verità. Noi abbiamo un minimo sindacale molto alto. Ciò che consideriamo il nostro standard normale è in realtà parecchio elevato (e non soltanto se lo confrontiamo con quello albanese o cinese) e pretendiamo che sia ancora più alto. Lo pretendiamo perché ci spetta, in quanto siamo nei primi dieci posti della classifica dei Paesi più ricchi e potenti del mondo capitalista.
E’ giusto protestare per avere meno tasse, stipendi più consistenti, pensioni più congrue e tutto quanto rivendichiamo. Siamo insoddisfatti perché vorremmo un lavoro più soddisfacente e meno stancante, più vacanze e più soldi per godercele appieno, più di tutto, insomma. L’insoddisfazione è connaturata, fa parte dell’essere umano come il sangue. Chi non è insoddisfatto vuol dire che ha qualcosa che non funziona. Piccola parentesi: c’è qualche eccezione ma ha che fare con il santo, con il saggio, con il fachiro e non certo con chi sbava davanti al nuovo modello di Ipod.

Il corteo del Pci a Salerno
A Salerno, quand’ero un ragazzino di 6/7 anni vidi per la prima volta un corteo organizzato dal Pci. Urlavano contro la Dc che affamava il popolo, dava pensioni che costringevano i poveri vecchi ad una vita di stenti, non dava lavoro ai giovani, uccideva l’agricoltura italiana per fare un favore alla Fiat di Agnelli e, ovviamente, appoggiava la politica guerrafondaia dell’America. Per più di mezzo secolo, il Pci non ce l’ha fatta a sconfiggere la Dc. Il “fattore K” (espressione che il giornalista Alberto Ronchey coniò per dire che i comunisti erano esclusi dal potere in Italia perché gli accordi internazionali questo avevano stabilito) fu importante, ma il Partito comunista non batté mai la Democrazia cristiana soprattutto perché la gente stava bene. Nonostante le pensioni da fame, la disoccupazione etcetera ecceterone, gli italiani non pativano così tanto da rischiare la vittoria della falce e martello.
Oggi le opposizioni dicono le stesse cose di ieri: pensioni da fame, disoccupazione, la terza settimana e via di seguito con lamenti e accuse; gli italiani applaudono ma poi votano dall’altra parte. Inciso: fino a ieri. La crisi economico-finanziaria mondiale ha portato un po’ di sconquasso. Tra la povera gente? Nemmeno un po’. Il Sud è abituato – è una constatazione, non una condanna – ad alti tassi di disoccupazione giovanile e femminile ed alla diffusione della sottoccupazione. Si arrangia e vive lo stesso. Salvo esplosioni di proteste di poca durata, il mugugno meridionale non è cresciuto con l’irruzione della crisi.
E’ al Nord, dove da decenni la disoccupazione era ridotta ai minimi termini e dove le richieste di manodopera immigrata crescevano di anno in anno, che la crisi ha fatto i danni maggiori. Ha spaventato popolazioni ricche. Se questo governo non riesce a proteggerci – si son detti – allora lo cambiamo. Tutto qui. Non c’è niente di male, sia chiaro. La gente vuole stare bene e poco importa se il benessere glielo porta tizio o caio.

Basta piangere miseria
I piddini e compagni la piantino di piangere miseria. E’ un errore politico ed è un imbroglio nel quale la gente fa solamente finta di credere. Gli spettatori delle trasmissioni di intrattenimento televisivo si spellano le mani quando si tartufeggia di “giovani senza futuro” e di analoghe disgrazie. La verità è evidente soprattutto nelle donne che si atteggiano quando vedono che sono inquadrate dalla telecamera: ciò che indossano dice che non sono povere e che la loro è – forse – caritatevole solidarietà per i poveri.
Per spiegarmi meglio, mi aiuto con i dati di un’indagine fatta tra i commercianti qualche tempo fa. Alla domanda relativa alle difficoltà della categoria, tutti rispondevano che era un brutto momento, che si soffriva per la crisi e che urgeva un intervento dello Stato. Alla domanda diretta “La crisi quanto l’ha colpita?”, le risposte variavano da “Ho una clientela affezionata e ne ho risentito poco” a “Ho ottimizzato l’attività ed ho contrastato i contraccolpi della crisi”.
E’ una situazione che si verifica in tutti i comparti. Recentemente gli albergatori c’è mancato poco che non facessero appello ai sostegni per le calamità naturali, ma presi singolarmente la risposta è stata all’incirca “Fortunatamente la crisi non m’ha creato problemi insuperabili”.
Domandate a voi stessi: “Come sta l’Italia?” e vedrete che la risposta sarà ferale. L’Italia precipita – direte – il Pil è prossimo allo zero, le aziende chiudono, il precariato cancella il futuro… insomma farete un quadro alla Bersani.
Poi domandatevi: “Per me cosa è cambiato? La crisi dove mi ha colpito?” e scoprirete di essere dei fortunati. Tutt’al più avete ridotto lo shopping abituale e roba del genere.
Più verità, dunque.
Il capitalismo fa felice più gente di quanta non ne renda infelice? Sì. Imploderà? No. Almeno non adesso. Dovremo accettare il dominio capitalista quasi fosse una condanna inevitabile perché comminata “là dove si puote”? Ancora no.
Non c’è soltanto il capitalismo anglosassone. Che si fonda sul capitale apolide e plurilingue.
Di questo intendo parlare in seguito.
Giuseppe Spezzaferro

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