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Un popolo di trasmigratori (dei canali tv)

All’Eur, in cima al Palazzo della Civiltà italiana, che i romani hanno ribattezzato “Colosseo quadrato”, furono scolpite alcune vibranti parole di celebrazione; secondo l’uso fascista. Nel Ventennio ci si sforzò parecchio per dare agli italiani l’orgoglio nazionale che li mettesse al pari dei francesi, dei tedeschi, degli inglesi, degli americani… dei popoli, cioè, che erano approdati all’unità nazionale secoli addietro. Gli italiani c’erano arrivati soltanto nel 1861, appena sessantuno anni prima della Marcia su Roma, vale a dire l’inizio nel 1922 dell’era fascista. Per recuperare il senso della nazione, il regime non tralasciava occasione, per cui sul palazzo, progettato nel 1937 nell’ambito dell’Esposizione universale di Roma, fu fissata ben visibile la dicitura su tre righe:
«Un popolo di poeti di artisti di eroi
di santi di pensatori di scienziati
di navigatori di trasmigratori
»
Le virtù degli italiani furono scolpite in 28 statue che rappresentavano i geni della politica, del teatro, della poesia, dell’inventiva, dell’arte militare. E ancora: l’eroismo, la musica, la filosofia, l’astronomia, la pittura, la scultura, la fisica… una marmorea esaltazione dell’italica gente per inculcare negli italiani l’orgoglio dell’appartenenza.
Oggi gli italiani sono un popolo di navigatori (sul web), di pensatori (dove andare in ferie?), di trasmigratori (da un canale tv all’altro), di scienziati (della vacanza-ponte), di poeti (del sms), di artisti (nell’arte di arrangiarsi)… e l’orgoglio dell’appartenenza è alquanto immiserito, per non dire altro.

C’è pure la statua della stampa

Fra le allegorie del genio italiano rappresentate al primo piano dall’ottimismo fascista fu eretta anche la statua della stampa. La lotta all’analfabetismo era dura. La diffusione di giornali e di libri era confinata nei salotti e nei circoli aristocratici e borghesi. Era un’impresa titanica far arrivare la carta stampata a quella parte di popolo che ne era sempre stata esclusa. La scolarizzazione di massa, avviata nel 1923 con la riforma Gentile, fece recuperare parecchio terreno, ma larghe fette di popolazione non andavano oltre la terza elementare a causa delle condizioni economiche.
Mia madre mi raccontava che la scuola costava quattrini che il padre non aveva e che perciò avrebbe dovuto fermarsi. Per di più era opinione diffusa che a una donna l’istruzione superiore servisse a poco, visto che avrebbe dovuto pensare ad allevare i figli e accudire la casa. Siccome era brava a scuola, il preside le consigliò di scrivere al Duce. Così mio nonno, un accanito monarchico al quale i fascisti stavano sul gozzo, si vide arrivare a casa i libri per la figlia regalati da Mussolini. Ogni anno fino alla licenza. Dopodichè mia madre avrebbe voluto proseguire e andare all’università, ma questo sembrò davvero troppo.
La battaglia fascista contro l’analfabetismo fu vinta a metà.
Buona parte della colpa era della Chiesa di Roma, perché parlava latino. Nei popoli nordeuropei la piaga fu in gran parte sanata dai riformatori (Calvino, Lutero….) che vollero la diffusione della Bibbia nelle lingue locali. Mentre il tedesco cominciava a pregare in tedesco e perciò imparava a leggere scorrendo i versetti biblici, in Italia il prete continuò ad officiare in latino, e i fedeli si limitavano a ripetere le parole a pappagallo. Ricordo mia nonna paterna che pregava in un latino che mi faceva assai ridere. Mi sono sempre rammaricato di non averne registrato le giaculatorie. Concentrata nella preghiera, storpiava la litania del rosario in una maniera che purtroppo non riesco a riproporre. Quando ci penso mi viene ancora da sorridere ma non sono in grado di far sorridere gli altri. In quegli anni (sono nato nel 1947) le preghiere in latino s’imparavano a memoria come fossero dei mantra, degli abracadabra, delle invocazioni magiche che arrivano direttamente in cielo. Un’immagine che spesso mi attraversa la memoria è quella di mia nonna, mia madre e tre o quattro zie che recitavano il rosario raccolte intorno al braciere che irradiava calore e profumo d’incenso. A noi ragazzini che giocavamo nel corridoio arrivavano a tratti parole incomprensibili. Credo che la decisione di imparare il latino la presi allora.

Un popolo di eroi, ma non di lettori

L’iscrizione in cima al Colosseo quadrato rimanda ad un popolo che pure fu di trasmigratori e di eroi, ma di certo non fu mai un popolo di lettori. Prima della seconda guerra mondiale c’erano 66 quotidiani in Italia, con una tiratura complessiva di 4.600.000 copie. In Inghilterra, i giornali nazionali del mattino erano a quota 9.903.000 copie. I rapporti sono rimasti sostanzialmente invariati. La “readership”, cioè la percentuale di lettori per numero di abitanti, è più o meno la stessa registrata nel 1936.
Il IX rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione riporta che i quotidiani a pagamento hanno perso il 7% di lettori tra il 2009 e il 2011 e il 19,2% rispetto al 2007.
Per quanto riguarda i libri non stiamo meglio. Le “rese” sono passate dall’8% al 30%. Questo boom negativo è stato causato, come dice il presidente dei librai italiani, Paolo Pisanti, dall’eccessiva offerta? In Italia si pubblicano circa sessantamila titoli all’anno, cioè in libreria arrivano 160 nuovi libri al giorno, poco meno poco più. Ecco perché sono esplose le “rese”. «Abbiamo – ha detto Pisanti – 10 o 20 bestseller all’anno. Se ne avessimo 100 sarebbe molto meglio». Pare una versione “colta” di Massimo Catalano, il trombettiere di “Quelli della notte” (programma Rai di Renzo Arbore del 1985) che sentenziava: «E’ molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati». Il presidente degli editori, Marco Polillo, ha bocciato l’ipotesi di pubblicare meno perché sarebbe impossibile imporre un “calmiere” agli editori. «Bisognerebbe – ha detto Polillo – mettersi dalla parte di un editore che, ad un certo punto, vede che il suo fatturato è crollato. Potrebbe continuare a pubblicare meno per solidarietà nei confronti della categoria, chiudendo così il bilancio in perdita?». La realtà, ha concluso, è che «gli italiani ostinatamente continuano a leggere pochi libri. Il tasso di incremento della lettura è modestissimo se paragonato a quanto leggono, ad esempio, tutti i cugini europei, gli americani o gli asiatici». L’analfabetismo italico resiste a tutte le… tentazioni.
Giuseppe Spezzaferro

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