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La gente ama le impiccagioni

Non si contano le volte nelle quali ho citato “In nome del popolo italiano”, un film del 1971 diretto da Dino Risi e con due protagonisti d’eccezione, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Quando lo vidi la prima volta in un cinema di Roma, il pubblico alla fine applaudì entusiasta. Seppi che anche altrove era successa la stessa cosa: gli spettatori manifestavano il loro “alto gradimento” (s’intitolava così una coeva trasmissione radiofonica di successo della coppia Boncompagni-Arbore). Sintetizzo la trama (rinuncio al vezzo di chiamarla “plot”) e arrivo al dunque.
L’industriale Santenocito (Gassman) è un pescecane inquinatore. Il pretore Bonifazi (Tognazzi) è la giustizia fatta persona. Tanto l’uno è spregiudicato e arrivista, tanto l’altro è morigerato e parco nei costumi. Si scontrano, dunque, due “culture”. E’, lo ricordo, il 1971; siamo lontani dalle estremizzazioni giudiziarie di questi tempi.
Nel film il magistrato non riesce ad incastrare il capitalista per il reato di inquinamento, ma la morte di una puttanella gli consente di accusarlo d’omicidio. Il ritrovamento di un diario nel quale la ragazza preannuncia il suicidio scagiona l’imprenditore, ma l’irreprensibile inquisitore getta il quaderno in un cassonetto. A questo punto scattava l’applauso.

Il milionario è sempre colpevole

Per la gente quel prepotente arrogante ricco imprenditore era comunque colpevole e doveva andare in galera. Battimani, quindi, per la toga che faceva giustizia. Qualche anno dopo avrebbe avuto successo il film “Il giustiziere della notte”, nel quale un cittadino incazzato (Charles Bronson) si trasformava in un angelo vendicatore che faceva piazza pulita di delinquenti. Del film uscirono addirittura quattro sequel e parecchie imitazioni made in Cinecittà. Pellicole come “Il giocattolo”, nel quale Nino Manfredi è un ragioniere che giustizia criminali o come “Un borghese piccolo piccolo”, dove il giustiziere è un drammatico Alberto Sordi, vellicavano quella propensione alla giustizia fai-da-te difficile da cancellare anche nelle società cosiddette avanzate.

Il cittadino qualunque è convinto che le regole e i codici nelle mani dei ricchi siano strumenti per restare impuniti e siano invece della trappole mortali per i poveri cristi.

Nei film americani di gangster c’era sempre un momento nel quale il poliziotto s’infuriava perché l’avvocato a mille dollari l’ora aveva sfruttato un cavillo legale per far rimettere in libertà il cliente-bandito. L’altro poliziotto lo rimproverava ricordandogli che loro non potevano usare gli stessi mezzi dei delinquenti sennò non ci sarebbe stata più differenza fra chi difende l’ordine e la giustizia e chi viola entrambi.
E’ storia vecchia. La tutela della persona diventa un ostacolo e perciò è necessario ignorarla se si vuole punire il criminale.

La gente è infantile

Il cittadino qualunque fa ragionamenti infantili, di solito. La sua esistenza scorre tra rogne quotidiane di varia natura e lui/lei non ha tempo per occuparsi di grandi questioni. S’informa guardando la tv e ripete a pappagallo slogan sull’inquinamento, sul nucleare, sulla guerra in Afghanistan e sulla privatizzazione dell’Eni, seguendo lo schema della tifoseria. E’ acclarato che a “convincere” il teleutente medio non sono gli argomenti ma la faccia, i capelli, il vestito, la voce… insomma ciò che si vede. Alle recenti amministrative, abbiamo visto interviste tv nelle quale parecchi dichiaravano di votare per questo o per quella motivando così: mi sta simpatico/a.

La tanto strombazzata “coscienza civile” io non la vado proprio. Sento discorsi e telefonate sui mezzi pubblici, al bar, per strada, che potrebbero essere sintetizzati in poche righe perché dicono le stesse identiche cose. La commessa che si lamenta perché una cliente l’ha trattata male, la ragazzina che chiede se l’ama, la signora che racconta per filo e per segno la visita medica che ha appena fatta, lui che rimprovera a lei di essere sempre in ritardo, il ragazzino che confessa di avere voglia di farsi la profa… discorsi umani, certo, ma di una melensaggine assoluta. A gente così è impossibile spiegare la lezione che il grande giurista romano Ulpiano impartì all’incirca duemila anni fa. «Satius enim esse impunitum relinqui facinus nocentis quam innocentem damnari», cioè è meglio che un criminale resti impunito piuttosto che un innocente sia condannato. Un principio che poi è stato semplificato ed è diventato “in dubio pro reo”, deve vincere, cioè, la presunzione d’innocenza.
Al solito i princìpi restano sulla carta. La miserabile opinione pubblica ama il capestro, il patibolo, l’impiccagione veloce perché, dice, le «lungaggini processuali fanno troppo comodo al criminale».
E’ triste, ma è così. Più di due secoli fa, Voltaire, padre degli “illuministi” scrisse: «Il modo in cui in molti Stati si arresta cautelativamente un uomo assomiglia troppo a un assalto di briganti». Cos’è cambiato in duecento e passa anni? Che adesso ci sono le telecamere e le immagini dell’uomo in manette le può vedere tutto il mondo.

E se quell’uomo sarà assolto? Qui è il succo più amaro: il cittadino comune non pensa affatto che fosse innocente, ma si rafforza nell’idea che se l’avessero impiccato subito non l’avrebbe fatta franca.
Le platee che hanno applaudito al pretore-giustiziere, bene o male le capisco. Ma il magistrato? La toga che va in tv a fare comizi? Che rifiuta di applicare la legge? Che fa le crociate? Il magistrato che persegue l’obiettivo “politico” è di gran lunga più deprecabile del povero cristo che ha la rata della macchina da pagare e che almeno ha la soddisfazione di vedere il miliardario in manette.
Giuseppe Spezzaferro

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