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Il business volontariato

Un ragazzino di nove anni di nome Oliver Twist vive in un orfanotrofio dove soffre la fame ed è ignobilmente maltrattato. Narrando le vicende del povero orfano, il romanziere inglese Charles Dickens denuncia le storture di un sistema di carità che sfrutta gli assistiti a vantaggio di pochi amministratori senza scrupoli. Non è l’unico esempio in letteratura che accusa le associazioni caritatevoli di commettere ingiustizie e latrocini riparandosi dietro un’ipocrita religione. Anche il cinema ha spesso raccontato storie di poveri e di emarginati che sono angariati da chi avrebbe il compito (e i finanziamenti) di assisterli. Le società filantropiche e soprattutto le congregazioni filantropiche hanno una “brutta nominata”, come si dice dalle mie parti per indicare qualcuno che gode di cattiva fama. Le famose “Dame di San Vincenzo”, l’organizzazione creata da nobildonne milanesi che coinvolgeva signore animate da cristiana carità, per un secolo e mezzo hanno svolto un’apprezzata attività benefica. E lo fanno tuttora. Nei quartieri poveri le “Vincenziane” portavano cibo e vestiti e assistevano anziani e malati. Eppure, libri e film ci raccontano di ipocrite nobildonne invidiose e malvagie più impegnate ad umiliare che ad aiutare. Il nostro immaginario è affollatissimo di ignobili figure che nascondono loschi affari dietro una beneficenza fasulla. Cito per tutti un film del 1959, “Il moralista”, nel quale Alberto Sordi sotto una maschera di irreprensibile censore, attivo funzionario di un’organizzazione benefica, nasconde il vero volto di mercante di donne immesse in un giro di prostituzione organizzata.
La gente ha tutte le ragioni per convincersi che la religione non è soltanto l’oppio dei popoli ma è anche il travestimento di spregevoli attività. La campagna internazionale sui preti pedofili ha definitamene convinto i più che è ora di dire basta a croci e santini. Ad assistere sul serio poveri ed emarginati – dice la voce comune – debbono essere le associazioni laiche. Essere laico diventa una specie di “bollino blu”. Data, però, la natura umana, anche qui i fattacci non mancano.
Come al solito la cosiddetta pubblica opinione passa da un luogo comune all’altro. Dal culto superstizioso della statua che piange si è approdati alla negazione della fede tout court. L’individualismo spicciolo, l’infantile esaltazione del sé, l’assenza di tensione spirituale, l’incapacità a progettare il futuro, la perdita dell’identità: ecco alcuni dei guasti determinati dalla fede negata. Era preferibile quando i credenti si rassegnavano alle sofferenze ed ai patimenti imposti da una divina volontà? No, di certo. Mettere, però, un’arma in mano ad un bambino ti può anche far vincere la guerra, ma è sicuro che ti farà perdere la pace. Un bambino arrivato all’età adulta senza aver mai giocato, senza avere avuto un’infanzia, è molto improbabile che diventi un bravo cittadino. Agli ignoranti (lo dico senza offesa) puoi togliere un re e dargliene un altro senza troppi problemi. Puoi privarli del re e dar loro un presidente, con qualche problema in più. Se togli loro entrambi, precipitano in una autodistruttiva anarchia. L’ignorante (lo so, il termine è approssimativo, ma più o meno rende l’idea) ha bisogno di forti punti di riferimento cui guardare, sennò va allo sbando. Ma vado fuori tema e torno ai distributori di carità.

Un milione di impiegati

Tra il 1993 e il 2008, i volontari nelle organizzazioni no-profit sono triplicati raggiungendo quota 3.315.327. E’ una ricerca congiunta Cnel-Istat che rileva questa impennata nella propensione degli italiani a prestare opera volontaria e non retribuita. Con riferimento al 1999, è stato calcolato il valore economico del volontariato. Contate le ore di lavoro volontario (701.918.839), dato che sarebbero stati necessari 384.824 lavoratori dipendenti per quel monte ore, valutata in 7.779 milioni di euro la retribuzione media che sarebbe stata percepita da quei dipendenti, gli esperti hanno stimato che l’attività dei volontari per quell’anno fu pari allo 0,7% del Pil. L’elaborazione matematica è servita a dimostrare che in media 1 euro rimborsato ai volontari ha un ritorno economico di 12 euro circa.
La legge (è del 1991) che regola il volontariato stabilisce la gratuità delle prestazioni e proibisce la retribuzione degli operatori soci delle associazioni. Ma il personale di servizio va pagato.
Ai volontari che lavorano gratis (i 3.315.327 calcolati al 2008) vanno, infatti, aggiunti oltre 630mila impiegati e più di 100mila lavoratori co.co.co. e altri precari per una capacità occupazionale complessiva superiore al milione di unità.
Con quali risorse si pagano questi lavoratori? I dati (relativi al 2003) dicono che circa il 30% delle 235.232 unità di volontariato censite si finanzia con entrate esclusivamente private, mentre alla maggioranza i finanziamenti arrivano da un mix pubblico-privato (c’è anche il 5 per mille) oppure da fonti prevalentemente pubbliche. Il volume complessivo di entrate è superiore ai 45 miliardi di euro.
I finanziamenti pubblici sono erogati da Stato, Regioni ed Enti locali, ma non sono soltanto contributi a fondo perduto. Altri modi per sostenere l’attività no-profit sono l’assegnazione degli appalti di servizi pubblici e/o alcuni tipi di spese (quella alimentare, per esempio) scontati con diverse procedure.
Sui motivi che motivano le persone, uno studio della “Fondazione europea occupazione e volontariato” ci dice che la maggioranza delle persone ultrasessantenni sceglie di fare volontariato per motivi altruistici, mentre i giovani sotto i 29 anni lo fanno in prevalenza (il 71,5%) per motivi di crescita personale. Una concausa (e non voglio svilire le nobili ragioni di nessuno) può anche essere un posto di lavoro. Sicuro e garantito, perché di poveri e di emarginati, purtroppo, ce ne sarà a sufficienza.
Giuseppe Spezzaferro

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