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L’Istat e i polli di Trilussa

Nessuno più mette in dubbio il valore scientifico delle statistiche. I calcoli sono accurati. Le fonti verificate. I dati vengono raccolti da personale specializzato. Controlli incrociati consentono una verifica puntuale. Insomma, un dato statistico fotografa con altissima precisione un dato reale. Ne sono convinto. Eppure, ci sono momenti nei quali la certezza scientifica va a farsi maledire.
Scatta un automatismo che grida vergogna, ma non ci posso fare niente: vado a ripescare Trilussa. Ai pochi che non lo conoscono consiglio di dare una letta alle sue composizioni in dialetto romanesco. Carlo Alberto Salustri (Trilussa è l’anagramma del cognome) è il terzo, in ordine di tempo, dei grandi poeti dialettali dopo Giuseppe Gioacchino Belli e Cesare Pascarella. Morì a ottant’anni, pochi giorni dopo essere stato nominato senatore a vita (classica ferocia ironica della sorte). Non dico altro. Basta digitare Trilussa e hai voglia a leggere pagine e pagine a lui dedicate.

La poesia di Trilussa

A proposito della statistica, c’è una famosissima sua poesia intitolata, appunto, “La Statistica” che cito per intero (non la conosco a memoria, ha fatto un copia e incolla):

«Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due
».

C’è poco da dire sulla probabilità, anzi, certezza, che se la media dice che ciascuno mangia un pollo all’anno vuol dire che c’è chi ne mangia due e chi nessuno. Perciò, leggendo gli ultimi dati Istat sulla spesa media della famiglia italiana m’è tornato in mente Trilussa. La scientificità delle cifre l’ho subito rimessa in discussione, regredendo a barbaro dispregiatore dell’algebra.

Famiglie relativamente povere

L’Istituto nazionale di statistica, sulla cui autorevolezza non c’è quasi mai discussione, ha divulgato i dati relativi al 2010.
La spesa media a famiglia, dice l’Istat, è stata pari a 2.453 euro.
Aumenta il peso dell’abitazione sulla spesa media mensile, dice l’Istat, così come aumenta il peso di sanità e istruzione. In Lombardia si registra la spesa media mensile più alta (2.896 euro) e in Sicilia la più bassa (1.668 euro).
Ci sono dati e percentuali che rapportano le cifre al tasso di inflazione, al valore figurativo, agli errori campionari… ma è tutta roba per specialisti. Che conferma la stabilità nella spesa nonostante la crisi e che, comunque, non cambia granché i totali.
La spesa media per generi alimentari e bevande risulta di 467 euro mensili. Rispetto allo scorso anno, dice l’Istat, aumenta la spesa per carne, mentre continua a diminuire quella per oli e grassi. Ah, la società opulenta!
Dato l’enorme divario Nord-Sud, la quota alimentare è per le famiglie del Nord il 16,5% della spesa complessiva ed è intorno al 25%, un quarto della spesa, nel Mezzogiorno.
Al Sud, non c’è uno che mangia due polli e un altro che non ne mangia nessuno. Al Sud c’è chi mangia 10 polli e ci sono dieci persone che non ne mangiano nemmeno uno.
Fuor di metafora, vado ai dati Istat sulla cosiddetta povertà relativa. Nel 2010 risulta, dice l’Istat, relativamente povero l’11% delle famiglie. L’Istituto spiega che, per una famiglia di due componenti, la soglia di povertà relativa è pari a 992,46 euro.
Lascio le conclusioni a chi legge. Se la spesa media per famiglia è di 2.453 e l’11% delle famiglie non arriva a mille euro mensili, il rapporto in merito ai polli mangiati qual è in realtà? Eh, sì, stavolta Trilussa è davvero calzante.
Giuseppe Spezzaferro

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