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I preservativi e la Signora di Introd

Tra il 1995 e il 1999 siamo stati bombardati dalla campagna sull’Aids. Oggi non se ne parla quasi più. Forse che non c’è più pericolo? Gli italiani pensano di no, tant’è vero che, dopo il boom delle vendite dei preservativi in quei quattro anni, i consumi cominciarono a calare e adesso le aziende produttrici lamentano che il numero di condom venduti è sceso sotto i centomila pezzi; 94.824, per l’esattezza.
Si potrebbe anche pensare che non si fa più l’amore come un tempo, ma è più probabile che la paura di un contagio sia svanita insieme con la campagna pubblicitaria.
E’ normale. La cosiddetta opinione pubblica si forma con la televisione e soprattutto tramite l’advocacy advertising, cioè la pubblicità mirata a generare consenso su un particolare tema. Così durante la campagna di sensibilizzazione sulla foresta amazzonica che brucia, era frequente sentire gente che parlava di polmone del pianeta, di suicidio del genere umano e roba del genere. Finita la campagna ecologista, la gente è stata catturata da un’altra crociata. Per esempio da quella sull’Aids e si precipita a usare il preservativo pure quando fa l’amore con il compagno o la compagna di anni.

L’acqua sporca

Parte una campagna sulla pericolosità dell’acqua del rubinetto. Esperti, medici e salutisti accaniti spiegano che le condutture producono veleni, che gli acquedotti sono inquinati, che l’acqua non è curata come si deve dalle società che ne avrebbero il compito. Non ricordo tutto l’armamentario messo in campo per convincere la gente a consumare acqua minerale. Ricordo perfettamente che l’Acea, la società dell’acqua di Roma, preparò un progetto per imbottigliare l’acqua del rubinetto e venderla nei supermercati. Grazie alla campagna di “informazione”, gli italiani si… ubriacarono d’acqua confezionata. Poi il tema è passato di moda non ricordo sostituito da cosa e gli italiani hanno ricominciato a bere dal rubinetto di casa; nel 2010 sono stati il 74%. Il dato è di “Acqua Italia”, un’associazione di aziende del settore. Nel 2000 il 67,6% delle famiglie consumava acqua minerale, nel 2009 la percentuale è scesa al 63,4. Tra i motivi del calo c’è pure la comodità di non dover più trasportare pesanti confezioni dal supermercato a casa.
Inutile dire che la pubblicità televisiva di alcune acque minerali serve a mantenere quote di mercato e/o a strapparne percentuali alla concorrenza. Per portare gli italiani ad abbandonare il rubinetto serve l’advocacy advertising, una bella campagna di terrorismo culturale.

I guappi di cartone

Una raccolta di racconti di Giuseppe Marotta fu adattata per il cinema da Cesare Zavattini e ne uscì “L’oro di Napoli” un film a episodi diretto da Vittorio De Sica. Bene è uno dei pochi film nei quali è descritta con toni veritieri la figura del guappo napoletano. Non è il camorrista, che è delinquente punto e basta. Il guappo è altra cosa. E nell’episodio nel quale Totò fa il “Pazzariello”, uno dei tradizionali mestieri napoletani inventati in assenza di fabbriche, c’è don Carmine Iavarone, guappo del Rione Sanità. Un uomo di rispetto, che sa menare le mani e che ha amici fidati.
In un film precedente, “Un turco napoletano”, Totò è Felice Sciosciammocca, personaggio creato da Eduardo Scarpetta che nel 1888 aveva scritto una farsa intitolata appunto “Nu turco napulitano”. Lì troviamo don Carluccio, detto “uomo di ferro”, che Sciosciammocca, dotato di una incredibile forza, prende a calci nel sedere.
Nell’immaginario collettivo è la figura del guappo di cartone che si è imposta. Si pensa che il camorrista sia il criminale e il guappo soltanto uno sbruffone. Quando scoppia un putiferio, il guappo corre da tutte le parti minacciando morte e distruzione. Classica la scena nella quale urla a quelli che lo trattengono: «Non mi tenete che lo voglio ammazzare». Si vede benissimo che è tutta scena e che se davvero lo lasciassero andare (e a volte succede) non ammazzerebbe proprio nessuno.
Il guappo di Marotta si lamenta dei colletti non inamidati abbastanza, la sua eleganza è segno di prestigio. Il guappo di Scarpetta è ridicolmente elegante, le sue pose sono teatrali e fanno ridere.
Nel teatrino della politica, di guappi veri non ce ne sono. C’è, invece, una folla di falsi “uomini di ferro”, ridicoli ma, purtroppo per noi, pericolosi; e non debbo spiegare perchè.

Il brigantaggio finanziario

In genere, la fama fa testo. Se uno si proclama “uomo di ferro”, è difficile che qualcuno vada a verificare. La paura fa 90 e chi se la piglia fa 91. Il coraggio come diceva don Abbondio «uno non se lo può dare». Prendete le famose agenzie di rating, le società che danno i voti agli Stati oltre che alle aziende. C’è stato un periodo nel quale tutti i programmi televisivi di informazione di massa (da “Anno Zero” a “Ballarò”) davano ampio spazio all’esperto di turno il quale, a nome della prestigiosa agenzia (ci mancherebbe che non fosse prestigiosa, figuriamoci!) spiegava come vanno le cose nel mondo della finanza. Poi c’è stata l’esplosione della crisi innescata dai subprime americani e le agenzie di rating si sono nascoste. Il fatto che nessuna di quelle “prestigiose” associazioni avesse previsto l’esplosione della bolla immobiliare, e nemmeno avesse messo in guardia a proposito di certi rischiosi investimenti, le aveva opportunamente spinte a defilarsi. Sono state in silenzio per mesi. Hanno aspettato che la gente dimenticasse la loro défaillance, la loro cazzata, hanno consumato il doveroso periodo di lutto e sono poi tornate alla carica, declassando perfino il debito statunitense. E’ un sistema di voti fatto di “A”… chi fosse interessato non avrebbe che da digitare per trovare spiegazioni e risposte.
Qui ne parlo perché è successo che prima ancora che il governo italiano varasse la manovra economica alcune “prestigiose” agenzie l’hanno bocciata. Come hanno fatto senza conoscerne il testo? La domanda non me la sono posta soltanto io, ovviamente. E così la Consob, la commissione che vigila sulla borsa e sulle società quotate, ha convocato due delle più “prestigiose”: la “Standard and Poor’s” e la “Moody’s” per chiedere spiegazioni sulla tempistica della loro nota che valutava insufficiente la manovra del governo sul debito.
Penso che l’unico modo per impedire a società private, di qualsiasi prestigio siano, di influenzare gli equilibri finanziari sia di metterne in piedi una a livello europeo, e pubblica. L’Europa dovrebbe istituire una propria agenzia di rating.
Non c’è privato per quanto potente che possa essere più forte di una associazione di Stati europei. L’agenzia Ue dovrebbe essere completamente autonoma e indipendente a garanzia che i suoi giudizi, i suoi rating, siano dettati da analisi scientifiche.
Per quanto riguarda l’audizione della Consob, una Procura della Repubblica (quella di Trani) sta indagando su ipotesi di reato di manipolazione del mercato borsistico e finanziario. Non m’aspetto una condanna di due potenti agenzie quali la S&P e la Moody’s, ma il segnale dato dalla Commissione di vigilanza italiana potrebbe essere raccolto da analoghe istituzioni operanti negli altri Paesi europei.

La Signora di Introd

Dovrebbe essere facile. Quando si tratta di soldi gli accordi si trovano, a volte a fatica, ma si trovano. Da quando è cominciata la costruzione dell’Europa, dai Trattati di Roma nel 1957, le intese commerciali e monetarie sono andate avanti abbastanza velocemente. I principali Paesi fondatori (Germania, Francia, Italia) hanno inventato pure una moneta nuova, l’euro, con l’obiettivo di accrescere la forza economico-finanziaria dell’Ue. Ciò che è estremamente difficile è l’intesa politica. Creare istituzioni politiche comuni vuol dire sacrificare parte della propria sovranità nazionale e perciò ciascuno è restio. Un conto è fare una Banca centrale europea (la Bce), altro è fare un governo europeo. I soldi sono per loro natura senza identità e non sono… affezionati a niente e a nessuno. Quando si tratta di istituzioni politiche e di tradizioni è praticamente impossibile fare una sintesi. Pensate, per esempio, se in Italia volessimo fare un solo corpo di polizia come in Francia. L’utilità (in termini di maggiore efficienza e di minori costi) di fondere poliziotti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani etc. non significherebbe assolutamente niente: ciascuno esibirebbe il proprio medagliere per sostenere l’unicità di una tradizione. E questo in Italia. Moltiplicate per mille e avrete una pallida idea degli ostacoli ad una vera integrazione politica europea.
La strada per gli europei è lunga. Siamo popoli antichissimi che non hanno tuttora trovato un Dna comune.
In un minuscolo paesino poco lontano da Aosta, di nome Introd, è stato trovato lo scheletro di una donna vissuta all’incirca cinquemila anni fa. Nella tomba non c’era alcun oggetto a corredo. La donna fu sepolta rannicchiata sul fianco destro e con la testa rivolta verso Nord-Ovest. In attesa di darle un nome è stata chiamata la “Signora di Introd”. Ecco se almeno avessimo questi antenati in comune! Spero che questa signora abbia un Dna noto.

L’Uomo venuto dal ghiaccio

Dico questo perché una mummia trovata nel 1991 ai piedi del ghiacciaio del Similaun al confine con il Tirolo austriaco ha un ceppo genetico che non c’è più. In tutto il mondo non c’è un solo discendente di Ötzi (fu chiamato così da Ötztal/Valle Ötz, il luogo del ritrovamento). Lo dice l’analisi sul Dna. Gli studi di Ötzi ci hanno dato una marea di informazioni sull’uomo vissuto tra il 3300 e il 3200 a.C. e quindi contemporaneo della Signora di Introd. Sappiamo perfino che prima di morire aveva mangiato carne di stambecco. Ciò che indossava, le armi, le malattie, il mestiere… sappiamo quasi tutto di lui. Sappiamo anche che la sua progenie si è estinta senza lasciare tracce. Spero che gli esami della Signora di Introd scopriranno un bel Dna…vivo. Un ceppo genetico ancora diffuso in Europa ne farebbe una Signora Ue.
Giuseppe Spezzaferro

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