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San Gennaro, l’Addolorata e nonno Giovanni

Tra i provvedimenti mirati al risparmio, il decreto sulla manovra finanziaria del governo stabilisce anche che, quando una festività (civile o religiosa) capiti in un giorno feriale, essa venga anticipata o posticipata alla domenica più vicina. Ci sono delle eccezioni ma fra queste non c’è la festa di San Gennaro, per cui, se il testo dovesse essere confermato nel passaggio parlamentare necessario per la conversione in legge, il miracoloso santo di Napoli dovrebbe far liquefare il proprio sangue non il prossimo 19 settembre che cade di lunedì ma nel giorno prima che è domenica.
Napoli è in fermento. Questo governo ne ha combinate di buone e di cattive, ma una stupidaggine qual è quella di chiedere ad un santo di anticipare un miracolo è difficile ritrovarla tra le carte di un qualsiasi altro governo di un qualsiasi altro Stato in una qualsiasi altra epoca.
Alla notizia che, per impedire i costosi ponti costruiti sul calendario dagli impenitenti vacanzieri, il governo avrebbe abolito le feste nei giorni feriali, avevo commentato di getto che sarebbe stata una bella botta sulla testa di alberghi, ristoranti, bar e dei tanti altri imprenditori che fanno quattrini durante i deprecati ponti. Le organizzazioni di settore hanno calcolato più o meno in sei miliardi di euro i mancati introiti per i ponti abbattuti. Immaginando che non tutto viene regolarmente dichiarato (si contano, per difetto, 36 miliardi di euro di evasione fiscale) il totale delle perdite andrebbe come minimo raddoppiato. Tutto sta a fare un conto il più possibile preciso per stabilire se lo Stato ci faccia un serio guadagno abolendo i ponti.
A Napoli, manco a dirlo, i fedeli di San Gennaro si sono imbufaliti. C’è qualche napoletano non propriamente devoto, che, anzi, ai preti affibbia tutte le colpe, ma qua è una questione di orgoglio e perciò sono tutti incazzati. Ce l’hanno soprattutto con Tremonti ma pure Berlusconi ha le sue colpe visto che non impedisce questo attentato al Santo.

I “munacielli”

Se mio nonno materno fosse ancora vivo, starebbe in prima fila a protestare che quando c’era il Re queste cose non succedevano. Era un democristiano-monarchico. C’è poco da ridere. Una cattolica dei nostri tempi prende al supermercato della chiesa ciò che le garba e lascia negli scaffali quello che non le conviene. Crede di essere una buona cattolica anche se fa sesso occasionale o mette le corna al marito oppure abortisce. Alcune proibizioni della Chiesa sono esagerate, aggrediscono la libertà della donna e servono esclusivamente al potere dei preti; lei prega Gesù Cristo e segue ciò che dice il Papa soltanto quando è d’accordo. Altrimenti fa a modo suo. Mio nonno Giovanni era un carabiniere fedele al Re, tant’è che quando gli chiesero di giurare fedeltà alla Repubblica disse che non poteva farlo. E se domani fosse ritornato il Re avrebbe dovuto rigiurare una terza volta? E quand’è che sarebbe stato uno spergiuro? La prima, la seconda o la terza volta? Così si spogliò, nel senso che si dimise dall’Arma e andò a fare il ferroviere. Ma quando a Napoli si riunirono i Tesauro, i Leone e altri a fondare la Democrazia Cristiana partenopea, mio nonno aderì. Non fu il solo monarchico a Napoli ad imbracciare lo scudo crociato.
Giovanni Gaudiano, dunque, il padre di mia madre, era un fervente cristiano. Mio nonno paterno, che era di tutt’altra pasta, l’avevo visto mettere piede in chiesa per il matrimonio della figlia (i figli maschi s’erano tutti sposati prima che io nascessi o avessi l’età per accorgermene) e per il battesimo di una mia cugina.
Definire nonno Giovanni “fervente cristiano” non è un modo di dire tipo “ridente paesino”. L’aggettivo in grado di qualificare il suo sentimento religioso è proprio fervente, non ci posso fare niente.
La prima volta che mi portò alla Basilica di Santa Chiara per il miracolo del sangue, abitava ai Quartieri Spagnoli in Vico S. Anna di Palazzo.
All’angolo del palazzone, lui stava all’ultimo piano, c’era un’edicola con le anime (in terracotta) del Purgatorio che imploravano il perdono divino e altre (sempre in terracotta) che urlavano disperate tra le fiamme dell’Inferno. Per quanto mi sforzi non riesco a ricordare se ci fossero pure figurine di beati in Paradiso. La scena incassata nel muro era protetta da un vetro a forma di mezza luna con davanti un lumino a luce elettrica.
Nel Vico oggi c’è una “Libera associazione escursionisti sottosuolo” che fa visite guidate tra grotte, cisterne e rifugi antiaerei che compongono la Napoli sotterranea. Per secoli la città ha attinto acqua potabile da pozzi scavati sotto le case. Ad occuparsi della manutenzione erano i “pozzari”, agili giovani che passavano da una cisterna altra servendosi di una rete di cunicoli e scale scavate nel tufo per cui potevano entrare e uscire da qualunque casa senza farsi vedere. Per difendersi dall’umidità portavano lunghi mantelli scuri che li facevano sembrare dei monaci, e la gente cominciò a chiamarli “munacielli”. Da piccolo, quando in casa non si trovava più un oggetto, mia madre dava la colpa al “munaciello”. Per secoli s’erano accavallate le leggende intorno a quei tecnici dell’acqua e, probabilmente, le storielle di oggi a proposito del bell’idraulico con la casalinga annoiata si legano agli agili “munacielli” che andavano di pozzo in pozzo e spesso visitavano affettuose donne di casa.

La Madonna Addolorata

Sul cassettone nella camera da letto di nonno Giovanni c’erano due campane di vetro. La più grande proteggeva una statua della Madonna dei sette dolori. In quella piccola c’era Santa Brigida, ma non me n’è rimasta traccia nel cervello. L’impressione, invece, che mi fece la Madonna la posso rivivere ancora. Sette pugnali erano conficcati nel suo cuore rosso. Il volto era straziato dal dolore. La corona sul capo seguiva l’inclinazione del busto piegato per la sofferenza. Dalla veste con ricami dorati spuntavano due mani bianchissime dalle dita sottili che imploravano pietà. Le pieghe tristi di una stoffa fissata nella morte lasciavano vedere le punte dei piedi. Quella campana di vetro è stata una delle favole della mia infanzia. Il nonno mormorava le preghiere prima davanti all’Addolorata e poi si rivolgeva a Santa Brigida. Alla messa domenicale e in tutte le feste comandate faceva poche centinaia di metri fino alla chiesa di Santa Brigida nella quale c’è una cappella con la miracolosa statua dell’Addolorata.
Ricordo che affianco all’ingresso il chiosco dei limoni (c’è ancora) era la mia meta preferita quand’ero ospite del nonno a Napoli. L’uomo che ci serviva magnifiche spremute con un’acqua dal sapore inimitabile e fresca pure d’agosto conosceva da tempo mio nonno e tutte le volte dovevo sottopormi ad un interrogatorio che m’infastidiva. Che classe fai? Da grande che vuoi fare? Ce l’hai la fidanzata? Tuo nonno è molto severo? Era una sfilza inevitabile. E non me la potevo cavare con risposte veloci ridotte all’essenziale. Se dicevo di non avere la fidanzata (in terza elementare!) dovevo spiegare perché. Non mi piaceva nessuna? Io non piacevo a nessuna? Stavo appresso a qualcuna? Mi piaceva di più la maestra?
In seguito mi sono reso conto che quell’uomo mi faceva domande scabrose (per quei tempi) a bellaposta per provocare la reazione del nonno. Ed era successo qualche volta che m’aveva preso per il braccio e portato via di corsa salutando a mezza voce l’uomo del chiosco. Quante cose uno si perde perché non le capisce. La conoscenza traduce la realtà in ricordi e sentimenti, in passioni e rifiuti. Se conosci la tecnica costruttiva romana, capisci meglio il Pantheon e se sai che fu eretto da Agrippa, il genero di Augusto che aveva comandato la flotta romana nelle acque di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, hai una visione goduriosa che altri, impegnati a scattare foto da far vedere poi a parenti e amici, provano soltanto davanti ad una Ferrari.

Il sangue ribolle

Sono tornato recentemente a quel chiosco, con mia moglie. C’era una donna molto gentile. Le ho raccontato di quando ci andavo con mio nonno e lei mi ha fatto i complimenti per la bella romana che m’accompagnava (la quale sorrideva sentendo per la centesima volta quella storia).
Non sono tornato a Santa Chiara.
Una mattina, mio nonno m’aveva svegliato prestissimo dicendomi di lavarmi e vestirmi in fretta. Avremmo fatto colazione in un bel posto, mi promise mentre mi sollecitava. Da Vico S. Anna di Palazzo alla Basilica era un bel tratto di strada, ma tutta bella. Non eravamo neanche arrivati nella piazza che ci trovammo davanti un muro di gente. Nonno Giovanni era un pezzo d’uomo, alto e imponente. Aveva conservato il tono autoritario del carabiniere addestrato a disperdere gli assembramenti. Oggi è probabile che siano più efficienti nelle loro tute antisommosse ma i carabinieri non esprimono più quell’autorevolezza. Oggi la lucerna, cioè il cappello con il pennacchio più famoso al mondo, benché in uso soltanto nelle occasioni solenni non fa tanto effetto. Il carabiniere che afferra Pinocchio per il naso e lo riconsegna a Geppetto è rimasto nell’immaginazione di chi ha letto il libro. Credo che i ragazzini con familiarità dimestichezza simpatia verso i libri siano pochini e che fra questi pochini sarebbe arduo scovarne uno che abbia letto Collodi.
Il nonno, dunque, mi strinse il braccio e cominciò a fendere la folla come una nave rompighiaccio. Colsi a tratti sguardi di sorpresa, sospiri di disapprovazione e anche qualche parola di rabbia, ma nessuno ci si parò davanti a fermarci. Di tanto in tanto il nonno si voltava a squadrarmi senza fermarsi per assicurarsi che fossi ancora tutto intero. All’ingresso della basilica, da un chiassoso gruppetto di giovani ci arrivò un “dove volete andare?, la chiesa è piena”, il nonno allungò il braccio sinistro a scansarne uno ma non ebbe bisogno di toccarlo: quello si fece da parte facendo finta di guardare da un’altra parte. E fummo nella chiesa.
Un’ondata di incenso mi disse che tutta quella fatica non valeva la pena di una sudata. La bella chiesa romanica era stata restaurata nel Settecento (e chi conosce gli architetti barocchi sa che per loro restaurare significava ricoprire archi e colonne con stucchi e pilastri) poi fatta a pezzi dai bombardieri americani e ricostruita. Il monastero accanto è diventato famoso per una canzone scritta dopo i bombardamenti (“…penzo a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è…”) ed è meta di turisti in vena di romanticherie.
L’incenso non copriva del tutto la puzza di corpi sudati, l’odore forte di brillantina e gli osceni profumi femminili. Avevo sette/otto anni e non sopportavo i profumi che rivestivano le zie come lo zucchero a velo sulla torta. Mi sentivo aggredito da quegli abbracci e baci che sapevano di dolciastro, di spirito, di lacca a profusione. Crescendo ho scoperto che esistono profumi affascinanti che resistono pure quando la donna suda in mezzo alle gambe. Purtroppo sono profumi sconosciuti alle donne che incontro in metro e sugli autobus. Per sentirli e goderne bisogna frequentare altri siti.
Anche alla lunga linea di preti schierati ai piedi dell’altare maggiore quel frullato di brillantina, lacca e profumi dozzinali dava fastidio per cui aumentavano le dosi di incenso. Sentivo donne strillare offese e contumelie (ricordo “faccia gialluta!”) all’indirizzo del busto di San Gennaro in oro e argento. Poi un urlo incredibile e un battimani degno della “casta diva” cantata dalla Callas. Per rapportarlo a oggi, bisogna andare a San Giovanni al concerto del Primo Maggio.
Ancora una volta il Santo aveva fatto il miracolo. Mi sentii sollevare da terra e volare contro la balaustra dell’altare. Atterrai nel momento in cui il prete mi passò davanti con la teca in argento che racchiude due antichissimi balsamari vitrei. Attraverso un oblò in questo originale ostensorio a due manici si vede il sangue del santo. Fu un attimo, il sacerdote mi appoggiò sulle labbra l’oblò e subito dopo un prete lo ripulì con un bianco merletto.
D’un colpo mi ritrovai in piazza. Mio nonno era commosso e mi disse: “Adesso ti porto a fare una colazione da re”.
Giuseppe Spezzaferro
(nella foto, da sinistra: mia madre, nonno Giovanni, nonna Lucia, la madre di mio padre)

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