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Non è Excalibur, ma trafigge la roccia

Non è Excalibur, la mitica arma del Re Artù. Non è vestigio di leggende nordiche. Eppure una spada, illuminata dal Sole d’Italia, trafigge da secoli la roccia nel cuore della rossiccia terra senese.
In Toscana, a circa trenta chilometri a sud di Siena, pressappoco al centro della Valle del Merse, nei pressi di Chiusdino, c’è l’Eremo di San Galgano in Montesiepi. E’ all’incrocio fra la Massetana (la strada che congiunge il Tirreno con Massa Marittima ed il territorio delle miniere di ferro) e la Maremmana (l’arteria un tempo vitale per la Repubblica di Siena perché collegava Grosseto, i centri della Maremma e le contrade del dominio senese). Queste due vie fanno da raccordo anche con la Cassia e l’Aurelia, due delle vie consolari che si dipartivano da Roma verso il mondo.
I resti di una poderosa abbazia cistercense fanno oggi da sfondo ad una chiesetta romanica costruita intorno ad uno spuntone di roccia. Ed è da questa roccia che sorge una spada: fiore meccanico in una fantastica foresta metallica. Immobile da secoli, la spada è conficcata nella pietra fin quasi all’elsa. Chi fu a spingere l’arma dentro la pietra? Quando successe? A quel ferro s’accompagna una magica illusione. Fu una mano umana che spinse il ferro nella vena solida, eppure non fu umana la forza che violò la durezza della Terra.
E’ una storia dove la forza, il coraggio, la fede dell’uomo intersecano misteriosamente la potenza divina; si manifesta così il miracolo, sempiterna sospensione fulminea delle leggi naturali.
Occorre andare indietro nel tempo, in un’epoca di grandi fermenti religiosi, in anni che vedono predicazioni di mistici e miracoli di Santi, in una regione fra le più sacre d’Italia. L’anno è il 1181, 3 dicembre. Muore in odore di santità un giovane nobile guerriero. Ha trentatré anni Galgano Guidotti ed ha pregato a lungo davanti alla propria spada piantata nella roccia a mo’ di croce.

La sua è stata una vita straordinaria.
Già la sua nascita ha del miracoloso: la madre, Dionisia, lo partorisce dopo anni di umiliante e penosa sterilità. Quel bambino è davvero un dono del Cielo.
Nel borgo di Chiusdino, a ridosso delle colline metallifere già sfruttate dagli Etruschi, la vita si svolge come dappertutto nel Medioevo: i rintocchi delle campane scandiscono le opere e i giorni.
Il giovane Guidotti non è peggiore né migliore di tanti altri. Di nobile e facoltosa famiglia, ama trascorrere il tempo con gli amici fra allegre bicchierate e risse di taverna.
E, supponiamo, non saranno nemmeno mancati entusiasmanti fatti d’armi: nel Duecento gli scontri sono più che frequenti. Le guerre fra nascenti potentati, fra le grandi famiglie che si contendono l’egemonia e fra i Comuni in espansione si intrecciano sanguinose e mai definitive.
Di sicuro Galgano viene fatto Cavaliere. Non sappiamo per certo quando, né come. Le notizie tramandateci in proposito sono contrastanti, lacunose, avvolte dalle nebbie della leggenda suscitata da fatti tanto straordinari.
All’epoca, l’ordinazione di Cavaliere avveniva dopo un doppio periodo settenario di servizio al Castello. Dai 7 ai 14 anni e dai 14 ai 21 era un susseguirsi di prove di lealtà e di ardimento. L’addestramento contemplava sia esercizi fisici che religiosi. Al termine, si affrontava un periodo di digiuno e di penitenza, in modo da meritare la purificazione con l’acqua benedetta. Dopo una notte trascorsa in piedi all’interno di una Chiesa, il candidato (indossava infatti una candida tunica) era pronto per il rito.
Chi era armato Cavaliere prestava giuramento di fedeltà agli inviolabili princìpi di onore, di giustizia, di reverenza a Dio, di difesa della Chiesa, di tutela dei deboli e, particolarmente, della donna, delle vedove e degli orfani. In qualsiasi momento, il Cavaliere doveva essere pronto ad impugnare la spada in difesa di quei princìpi. E le eccezioni erano più rare di quanto comunemente non si creda. La Fede nella Croce e il rispetto per la Chiesa erano sentimenti radicati e diffusi, così come l’ascetismo e la dedizione a Dio.

Galgano è contemporaneo del mistico Gioacchino da Fiore e muore circa un anno prima della nascita di San Francesco d’Assisi.
É la stessa aria che respira, quindi, a spingerlo sulla via dell’eremo? Un’illuminazione? É stato “chiamato” come capiterà al gaudente Francesco Bernardone?
In ogni caso, il “rifiuto” opposto da Galgano ad una vita brillante e comoda fu, ci si perdoni l’espressione, “contagioso”. La promessa sposa, Polissena, figlia dei conti Ardenghi, signori di Civitella, abbandonata dal cavaliere fattosi eremita, si consacrò a Dio e fondò a Siena il monastero cistercense di San Prospero.

Molti furono gli uomini e le donne che cercarono, nella castità e nella povertà, nella preghiera e nella contemplazione, di percorrere la strada che li portasse il più possibile vicini a Dio e di molti di loro le cronache non riportano neanche il nome. Del cavaliere che conficcò la propria spada nella roccia sappiamo, invece, tante cose.
Galgano Guidotti andò a piedi scalzi in pellegrinaggio a Roma e parlò con Alessandro III. Ricompose la spada infranta in tre pezzi da gente che gli voleva male. E questo della spada rinsaldata è senz’altro un mitologema. I lupi andavano a fargli visita nella capanna di frasche che s’era costruito. Altro episodio ricco di significati (e come non ricordare il poverello d’Assisi?).
Un Imperatore di Roma, Giuliano, scrisse: «Ciò che nei miti si presenta inverosimile è proprio quel che ci apre la via alla verità. Infatti, quanto più paradossale e straordinario è l’enigma, tanto più pare ammonirci a non affidarci alla nuda parola ma ad affaticarci intorno alla verità riposta».
Poco importa se non tutti i biografi e gli storici sono d’accordo sulla data della morte (1181? 1183?) o su particolari in fin de’ conti insignificanti; poco importa anche la verità storica di aneddoti ed episodi.
Lì, a Montesiepi, sulla collina, protetta da una piccola cappella romanica, la spada nella roccia testimonia ben altro che una data di nascita o di morte.
Giuseppe Spezzaferro
(Ho ritrovato questo file per caso; non ricordo se questo è l’articolo che pubblicai circa quarant’anni fa sul Giornale d’Italia oppure sulla rivista dell’Italgas)

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