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Sul “Secolo d’Italia” Adriano Scianca scrive di Jean Thiriart, ma non serve

In ritardo leggo un’agile minibiografia di Jean Thiriart scritta da Adriano Scianca e pubblicata sul “Secolo d’Italia” del 16 giugno scorso. Difficile fare di meglio, data la ristrettezza dello spazio. La vita di Thiriart è stata talmente densa e intensa da costituire una sfida per tutti coloro che fino ad oggi hanno provato a raccontarla in poche pagine o in un articolo di giornale. Si potrebbe quasi stilare una classifica relativa alla capacità di sintesi di chi si è cimentato nell’impresa. Il pezzo pubblicato sul “Secolo” è una bella prova. Scianca ha anche trovato il modo di citare la nuova edizione del libro-vademecum di Thiriart (L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini) che io ho tradotto per le edizioni Avatar del mio amico Gilbert Dawed. Ma ha fatto, Scianca, tale e quale come la gente dice che si comportano i preti. La lezione dell’uomo con la talare (quand’ero ragazzo, ora in jeans) era: «Fate come dico io ma non fate come faccio io».
Scianca ha invitato a «rileggere» il testo di Thiriart giacchè, ha scritto, «sembra un esercizio indispensabile per chi voglia comprendere l’inizio di un certo europeismo declinato “a destra” (e mai come in questo caso le virgolette sono d’obbligo)».
Giusto. Due volte giusto. Sono corrette le polpose virgolette e leggere Thiriart è davvero indispensabile, soprattutto di questi tempi. Il libro è del 1964, c’era il Muro di Berlino, la Cortina di ferro, quella di bambù e il clima era da guerra fredda, ma è tuttora attuale, a parte le pagine dedicate alla dominazione Usa-Urss visto che oggi dominano soltanto gli Stati Uniti.

Se Scianca avesse letto (o riletto, ma chi può dirlo?) il libro, non avrebbe potuto resistere, secondo a me, alla tentazione di farne una recensione. Ci sono dei brani che sembrano tagliati apposta per tutto un mondo bene o male definito di “destra” a cominciare da chi legge il “Secolo”. Di più. Chi avesse perplessità sulla costruzione dell’Europa, anche a “sinistra” (pure qua le virgolette sono pregnanti) troverebbe le spiegazioni storiche ed etnico-sociali dei propri dubbi.
Faccio qualche citazione (con la speranza di convincere non soltanto Scianca a leggere il libro) a proposito di tre temi: il rapporto con i vecchi militanti, la polverizzazione nell’ambiente al quale anche il “Secolo” fa riferimento, e la miopia degli euroscettici.
Scriveva Thiriart:
«Il culto del vecchio combattente, vacca sacra dopo il 1918, corrisponde a quello del resistente, vacca sacra dopo il 1945. II coraggio della maggioranza di questi uomini non è discutibile, né discusso, ma il fatto di averne fatto delle vacche sacre ha falsato o impedito ogni ulteriore analisi obiettiva. Anche gli eroi possono essere abusivi e il coraggio non è necessariamente legato all’intelligenza. Bisogna accuratamente guardarsi dal riservare a certe categorie di uomini l’esclusività della virtù, che solamente alcuni di essi possiedono».
E ancora:
«L’eroe di ieri può essere divenuto oggi un fastidioso imbecille. Coloro che pretendono di governare gli uomini devono conservare — almeno in sé stessi — uno spirito critico, sempre sveglio, da esercitare sugli individui presi isolatamente. Che un uomo sia decorato della Legion d’Onore, eroe del Fronte dell’Est, ex-resistente oppure anziano dell’Algeria francese, ciò non gli dà diritto ad alcun giudizio positivo prima del confronto con gli avvenimenti attuali. Neppure, d’altra parte, ad alcun pregiudizio negativo. Bisogna — nel giudizio politico — considerare l’uomo attuale nella situazione attuale, con la sua utilità attuale».

Forse Thiriart concedeva poco ai sentimenti, forse era eccessivamente cinico, ma non ho bisogno di portare esempi per dimostrare che anche oggi e anche in Italia c’è più di un personaggio che campa di rendita su ciò che ha fatto (o perfino che si racconta lui abbia fatto) in passato.
Nello specifico, in merito cioè all’arcipelago della destra, Thiriart era ancora più duro.
Scriveva:
«L’estrema destra raccoglie la più bella accozzaglia di incapaci: invidiosi, spioni, psicopatici, mitomani, passatisti, anarcoidi. La loro unica utilità storica è di rappresentare uno spauracchio che il comunismo utilizza con maestria. Le “internazionali dei nazionalisti” fanno ridere con le loro organizzazioni incentrate sull’idea fissa di una rozza indipendenza nazionale».
I sistemi operativi di questi gruppi lo facevano indignare. «La slealtà è la regola ed è regolare occupazione sparlare dei propri “alleati” e provare a rubar loro dei membri. Così tutto l’attivismo, in Europa, nei circoli nazionalisti, si riassume nel modificare la ripartizione dei gruppi, ma il totale non è mai modificato. Il gruppo A ruba 10 membri al gruppo B, 20 militanti scivolano dal gruppo C verso il gruppo D. Ma quando si fa il totale dei gruppi A, B, C e D, risulta invariato da 15 anni. Così, di defezione in diserzione, di tradimento in slealtà, l’autorità si è sbriciolata, polverizzata. L’estrema destra è entrata di volontà nel suo Medioevo. La sua sola attività si pratica nel campo della maldicenza e della calunnia».
Riporto anche un’annotazione che, all’apparenza, è legata ad un’epoca e ad un singolo Paese, ma che fotografa una miserabile quotidianità.
Annotava Thiriart:
«La polizia federale tedesca ha contato più di 500 di questi gruppi di imbecilli o di scellerati che si denunciano a vicenda o si scomunicano mediante modesti fogli ciclostilati. Ed è ancora un bene quando non sono dei delatori prezzolati dalle innumerevoli polizie. Il coordinamento di questi gruppetti di anarchici di destra è fondamentalmente impossibile. Anche se vi si arrivasse, il suo equilibrio sarebbe talmente precario che il coordinamento svanirebbe in pochi giorni».
E più avanti:
«La concezione della guerra politica di tutti questi impotenti di destra li costringe a non potere — anzi a non volere — altro che l’arrocco nel fortino».
Il terzo tema è relativo alla costruzione dell’Europa. Ricordo ai distratti che il testo è di circa mezzo secolo fa.
Scriveva Thiriart:
«Una nazione si deve fare più o meno contro tutti perché essa scompiglia le convenzioni e minaccia le oligarchie. La Francia s’è fatta contro i Francesi; ugualmente l’Europa si farà contro molti Europei. Non si dovrebbe cercare di far credere che le popolazioni accoglievano Filippo-Augusto come liberatore o come unificatore in Normandia, nell’Angiò, in Aquitania, nel Poitou. Gli stessi uomini che oggi gridano, imprecano, brontolano, borbottano contro l’Europa unitaria – con lo stupido pretesto che “questa non è mai esistita” – facevano lo stesso nel 1210 contro l’ascesa dei Capetingi».
E spiegava:
«Intendo sottolineare che i Francesi del XIII secolo erano contro la Francia cosi come molti Europei sono (di fatto) contro l’Europa nel XX secolo. Gli argomenti sono gli stessi: “Questa non è mai esistita” o ancora “Che ho in comune con un danese?”. Nel 1210, quanti baroni del Poitou dicevano “Che ho in comune con gli abitanti della Champagne?”. Coloro che si servono di argomenti così fragili tradiscono in modo maldestro la loro incapacità a capire quand’è il momento».
C’è una annotazione da meditare un po’ di più. Eccola:
«I patrioti seguono in ordine cronologico le patrie; mai le precedono. L’azione unificatrice in Francia e l’azione unificatrice in Spagna sono state fatte contro la volontà dei contemporanei o nella loro indifferenza”.
La diversità linguistica è un altro falso ostacolo.
«L’unità politica consolidata, l’unità linguistica, una qualche omogeneità etnica sono sempre posteriori alla volontà di creazione della nazione, espressa da un pugno d’uomini. La Francia non è esistita perché si parlava francese, ma si parla francese perché si è affermata la Francia. Allo stesso modo per la Spagna e per la Gran Bretagna…».

Ecco, se Scianca avesse letto L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini avrebbe potuto, con la scusa della recensione, mandare precisi messaggi ai lettori; e oltre.
Per carità, anche la minibiografia è stimolante, ma un giovane lettore non può sapere quanto gli sarebbe utile per l’oggi il libro di Thiriart. Crede che si tratti di una curiosità storica, al massimo che sia un fatto di cultura generale.
Di biografie di Thiriart, complete e ragionate, non mi pare che ce ne siano in giro.
Un mio collega, Andrea Perrone, che tempo fa sul quotidiano “Rinascita” ha scritto un pezzo a metà tra la nota biografica e la recensione (cfr. http://bit.ly/qUnSR0) mi ha suggerito di scrivere una “vera” biografia di Thiriart.
Mai dire mai, forse mi ci applicherò o forse qualcun altro lo farà prima di me. Poco importa; non sarebbe la prima volta che io semini ideuzze e suggerimenti raccolti da altri. Resto convinto che faccia premio la circolazione delle idee e non il protagonismo di questo o di quello.
Giuseppe Spezzaferro

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