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Le vere colpe di Gheddafi

Fu al vertice dei Paesi non allineati, svoltosi in Algeri dal 5 al 9 settembre 1973, che Gheddafi mi convinse definitivamente che dal Mediterraneo sarebbe potuta partire una “terza posizione” rispetto all’imperialismo Usa-Urss. Il panarabismo sarebbe stato il grande alleato dell’Europa che avevo imparato a sognare grazie anche alla visione di Jean Thiriart.
Una frase del leader libico m’è rimasta scolpita nella mente. Disse alla platea di 60 capi di Stato e rappresentanti di 75 Paesi: «La metà di noi parla francese e nessuno di noi è francese. L’altra metà parla inglese e nessuno di noi è inglese. Siamo arrivati al punto di disprezzarci da soli, di non avere più storia».
Mancò poco che Algeri non diventasse la culla del
Nuovo ordine economico internazionale che avrebbe camminato su due gambe: il recupero della sovranità sulle proprie risorse naturali da parte di ciascun Paese e il controllo sugli investimenti stranieri. Insomma: ognuno padrone a casa propria. I “non allineati” si promettevano reciproci aiuti e sostegni. Mancò poco, ripeto, ma non è questo il luogo per approfondire. Faccio due citazioni (dal “Corriere della Sera”) limitatamente a Gheddafi perché sintetizzano la politica libica.
«Algeri, 5 settembre. Il capo della giunta di Tripoli ha invitato i Paesi che prendono parte al grande convegno ad escludere i governi che tollerano basi straniere sul loro territorio. Il ministro degli Esteri libico Abdlelatif Labidi ha poi presentato un documento – tentando invano di farlo includere nell’ordine del giorno – in cui si chiede espressamente l’espulsione delle navi da guerra sovietiche e americane dal Mediterraneo».
«Algeri, 6 settembre. Dopo un’invocazione “a Dio misericordioso”, il leader libico ha dichiarato che il gruppo dei non allineati non può prendere iniziative comuni né nel settore della difesa, né per quanto riguarda i problemi economici. “Fra di noi – ha continuato – ci sono Paesi che mantengono alleanze militari ed economiche con i paesi imperialisti”. Gheddafi ha continuato affermando che il mondo resta diviso in due blocchi: quello imperialista e quello comunista ed ha fatto una netta distinzione fra socialismo e comunismo. “Io sono amico del campo comunista – ha detto – ma non ammetto il comunismo. Così, per essere veramente neutrale, dato che nel Mediterraneo agiscono sovietici e americani, ho vietato i nostri porti ed i nostri aeroporti alle forze americane, ma anche a quelle dell’Urss”».

La stampa e il Colonnello

Nel mio archivio cartaceo, ridotto a minimi termini dopo una serie di grandi pulizie dovute soprattutto a frequenti traslochi, sopravvivono pagine e ritagli su Gheddafi, sui programmi falliti di unificazione con l’Egitto e con la Tunisia, sulle accuse di essere un finanziatore di terroristi e sulle sue pazze idee. Come ho già raccontato in http://bit.ly/n3D3fq è interessante vedere cosa scriveva la grande stampa venti/trenta anni fa.
Nel dicembre del 1979 su un numero del settimanale “Oggi”, a firma di tale Julian Redmount (che, scusate l’ignoranza, non so chi sia) trovo un pezzo che fra l’altro dice: «Oggi vuole portare fuori dai confini della Libia le verità del suo “libretto verde”, ma le sue offerte vengono regolarmente respinte. Il verde è il colore dell’Islam e nel piccolo volume, diviso in due parti, Gheddafi ha cercato di condensare una sua teoria sulla terza verità, in opposizione alle altre due, il comunismo e il capitalismo”. Ho una copia de “Il Libro Verde” (edizione del novembre 1984) e in copertina sono elencate tre parti. Delle due l’una: o nel ’79 erano contemplate soltanto due parti, oppure il collaboratore del settimanale diretto da Wylli Molco riferiva un sentito dire.
Le informazioni che dava in quel pezzo, Redmount stava bene attento a ricondurle al clichè solito: ammesso che Gheddafi non fosse pazzo, era pur evidente che soffrisse di pericolose manie di grandezza. Perfino lo sviluppo della Libia era un segno del maligno. Scriveva infatti: «Sono state costruite molte case per eliminare le “zeribe”, le catapecchie alla periferia di Tripoli e di Bengasi. Sono stati edificati molti ospedali; si è anche cercato, tra mille difficoltà, di dar vita a una industria. Ma tutto questo non basta all’ambizioso Gheddafi: un popolo di due milioni di individui non è sufficiente a soddisfare i suoi desideri di grandezza».
Le parole di Gheddafi, Redmount le citava per far vedere quanto fosse presuntuoso il “beduino” che si paragonava a Federico il Grande o alla Trimurti risorgimentale italiana (Vittorio Emanuele II, Camillo Benso conte di Cavour e Giuseppe Garibaldi). Leggiamo “Oggi”:
«In un discorso pronunciato l’8 aprile 1972 di fronte all’Unione socialista araba libica, Gheddafi diceva:La mia concezione del ruolo che deve svolgere la Libia non è molto dissimile dal ruolo svolto dalla Prussia nell’unificazione della Germania. E ritengo anche che la nostra piccola Repubblica sia chiamata ad avere, nell’unità araba, la stessa parte che ha avuto il Piemonte nell’unità italiana”. In base a questi princìpi Gheddafi cercava di arrivare a un’unione con l’Egitto di Sadat, ma il piano era destinato a fallire clamorosamente».
Realizzare progetti ambiziosi quanto quelli prussiani nel Settecento o savoiardi nell’Ottocento non è cosa facile. L’unificazione italiana fu fatta sul sangue di centinaia di migliaia di combattenti che la volevano e di combattenti che non la volevano. La strada dell’Europa unita è ancora lunga, figuriamoci mettere d’accordo tunisini ed egiziani, marocchini e algerini, libici e libanesi, siriani e giordani… a non parlare del problema-Israele.
Con l’intestazione “Documento”, quasi a dare veste ufficiale all’articolo, e introdotto da un breve e deciso “Gheddafi contro l’Europa”, “L’Espresso” del 13 aprile 1980 offre ai lettori la bella prosa di Eugène Mannoni, giornalista e scrittore còrso, redattore di “Ce Soir”, quotidiano nato dalla Resistenza e vicino al Partito comunista francese, e poi reporter per “Le Monde”, “France-Soir”, “Le Point” e corrispondente di guerra dall’Algeria dal Vietnam, dal Congo belga.
La breve nota biografia l’ho inserita a dimostrazione che, a differenza di quelli di casa nostra, un comunista, un ex comunista, un post comunista d’Oltralpe è innanzitutto francese e mai scriverebbe contro la Francia. Meglio dirle certe cose; anche se inutili ai più. La gioventù italiana (inclusi molti che non si rassegnano alla maturità) si sente internazionale, cosmopolita, interrazziale, multiculturale…. Il sotutto di turno spiega: «Sono italiano perché sono nato qua. Se fossi nato a Zanzibar sarei un bantù». Che gli vuoi dire? Il tapino è arcisicuro della cazzata che sostiene ed è impermeabile a qualsivoglia argomento contrario. Per fortuna, la Storia non la fanno questi meschinelli senza identità. E passa sulle loro teste riducendoli ad innocui bofonchiatori imbelli.
Torno all’articolo del còrso.
Protetto dal copyright Le Point e L’Espresso, distribuito su 8 pagine, il racconto di Mannoni descrive «Muammar Bumeniar, beduino della tribù dei Gadhafa, comunemente e universalmente chiamato Gheddafi» come un politico incapace mosso da pericoloso fanatismo messianico. Ma è soprattutto per la Francia (per i suoi interessi in Tunisia) che il “beduino” costituisce una micidiale minaccia e l’intestazione del “Documento”, cioè quel “Gheddafi contro l’Europa”, sarebbe dovuta essere “Gheddafi contro la Francia”. Il pezzo di Mannoni finiva così:
«Campi speciali e internazionali di Gedian, di Okba Ibn-Nafaa, di Zungiur, di Tarhuna e di Tobruk. Come farne l’elenco completo? Si sa soltanto che, insieme ai “soldati della rivoluzione” venuti da fuori – dall’Irlanda al Giappone – ci sono parecchie centinaia di tunisini che si preparano alla lotta. Quindici miliardi di dollari: sono i fondi neri del terrorismo, in Libia. Quante armi si possono acquistare? Gli uomini dell’Armata rossa non mancheranno certo di yen. I tunisini avranno tutti i dinari di cui avranno bisogno (i palestinesi di Settembre nero non avevano ricevuto 500 milioni di dollari?). II denaro è spregevole se non serve Allah e la rivoluzione. Esso scorre dalle dita di Gheddafi come dal suo palmo scorre, granello per granello, la sabbia che ama raccogliere quando va in ritiro, vicino alla sua Sirte natale».
Non ha mai goduto di buona stampa il capo carismatico della Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista. Delle sue idee è stata offerta al pubblico una lettura atta a mostrare l’assurdità di un progetto politico nel quale il Corano si sposa con i princìpi socialisti. La “Terza Teoria Universale” di Gheddafi non è all’altezza, chessò, della Repubblica di Platone, ma è senz’altro superiore ai farfugliamenti che sentiamo (e leggiamo) in supporto alle tante forme di democrazia rappresentativa che mostrano la corda a fronte della globalizzazione (e della potenza dei globalizzatori).
Dall’edizione che ho io, copio qualche brano per mostrare anche al più scettico che non si può liquidare il tutto con aria di sufficienza.
A chi si ostina a fare della Costituzione un tabù pari a quelli che vanno a braccetto con i totem, invito a leggere con attenzione le seguenti considerazioni.
«La legge umana ha sostituito la legge naturale ed è sparito ogni criterio obiettivo, creando con ciò uno squilibrio. L’uomo è lo stesso ovunque. La sua morfologia e i suoi istinti sono identici dappertutto. È per questo che la legge naturale è divenuta la legge logica dell’uomo. Poi vennero le costituzioni: semplici leggi prodotte dall’uomo che non considerano l’uomo uguale. La loro concezione dell’uomo non ha altra giustificazione che la volontà di dominare il popolo da parte di chi detiene il potere, sia questi un individuo, un parlamento, una classe, un partito. Vediamo così che, generalmente, le costituzioni sono soggette a mutamenti ogni volta che cambiano i sistemi di governo. Ciò dimostra che la costituzione non è la legge naturale, ma il prodotto della volontà degli apparati di governo e che esiste in quanto deve servire i loro interessi. Questo è il pericolo che minaccia la libertà ovunque la legge della società è assente ed è sostituita da leggi umane promulgate da uno strumento di governo al fine di dominare le masse. Punto essenziale è che il metodo di governo deve conformarsi alla legge della società, e non viceversa».
Gheddafi immaginava un nuovo modello di società politica. “Il Libro Verde” insegnava: «L’autogoverno del popolo si attua tramite i comitati popolari e in seguito tramite il Congresso Generale del Popolo (Congresso Nazionale) dove si incontrano le segreterie popolari, i comitati popolari». Nel dettaglio:
«In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria. Dall’insieme delle Segreterie si formano, in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa. Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari. I comitati popolari che dirigono i settori divengono responsabili dinnanzi ai congressi popolari di base; questi ultimi dettano ai comitati popolari la politica da seguire e controllano l’esecuzione di tale politica. In questo modo sia l’amministrazione che il controllo di essa diverrebbero popolari e si porrebbe così fine alla vecchia definizione di democrazia che dice: “La democrazia è il controllo del popolo sul governo” per sostituirla con quella esatta che dice: “La democrazia è il controllo del popolo su se stesso”. Tutti i cittadini che sono membri di questi congressi popolari appartengono, per la loro professione o per le loro funzioni, a varie categorie e settori quali gli operai, i contadini, gli studenti, i commercianti, gli artigiani, gli impiegati, i professionisti. Essi, oltre ad essere cittadini membri, o cittadini aventi funzioni direttive nei congressi popolari di base o nei comitati popolari, devono costituire congressi popolari a loro propri. I problemi discussi nei congressi popolari di base, nei comitati popolari, prendono forma definitiva nel Congresso Generale del Popolo, dove s’incontrano tutti i direttivi dei congressi popolari, dei comitati popolari. Tutto quello che viene deciso nel Congresso Generale del Popolo, che si riunisce una volta all’anno, è riferito ai congressi popolari, ai comitati popolari, per la sua messa in atto da parte dei comitati popolari che sono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base.
Il Congresso Generale del Popolo non è un gruppo di membri di un partito o di persone fisiche come i parlamenti ma è l’incontro dei congressi popolari di base, dei comitati popolari. In questo modo il problema dello strumento di governo sarà di fatto risolto e si porrà fine ai regimi dittatoriali
».
E ancora: «La rivoluzione per la realizzazione del socialismo ha inizio nel momento in cui i lavoratori (produttori) prenderanno possesso delle parti loro spettanti nella produzione che essi stessi realizzano. A quel punto il motivo degli scioperi dei lavoratori cambierà: da una richiesta di aumento di salario si passerà ad una richiesta di partecipazione alla produzione. Seguendo i princìpi del “Libro Verde” tutto questo prima o poi sarà una realtà».
All’epoca studiammo la Jamāhīriyya libica e guardammo con attenzione alla politica di Gheddafi. A mio parere, il vero ostacolo da eliminare, e cioè la lottizzazione tribale, il Colonnello non l’ha affrontato con la necessaria energia. Aver consentito alle tribù di spartirsi il territorio e, soprattutto, di aver lasciato che Tripolitania, Fezzan e Cirenaica restassero regioni separate in casa, questo ha minato dalle fondamenta la costruzione di una Libia, modello Prussia o Piemonte. E di questo è colpevole Gheddafi.
Giuseppe Spezzaferro

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Un Commento

  1. Colpevole? Il problema che ha dovuto affrontare e che in gran parte non ha potuto risolvere era che non aveva popolo. I libici non sono ne Prussiani ne Iracheni… Ha fatto con quello che aveva – stoffa da vero Capo – oso – Dux

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